Ne avrebbe compiuti 73 fra pochi giorni e invece ne avrà per sempre uno di meno. Se n’è andato stamattina, senza fare rumore, anche se il rischio di disturbare lui non lo ha mai corso. Essere Pulici in campo e Felice nella vita, anche nei momenti meno allegri. Una combinazione che non capita a tutti e che va difesa perfino dalle omonimie. Se negli anni 70 Paolino Pulici è l’attaccante che scardina le difese con la maglia del Torino, lui è il portiere della Lazio che i gol non li fa, ma che di certo li evita. E ne evita tanti. È particolare, Felice Pulici. Un uomo diverso per stile e sensibilità, almeno nell’ambiente del calcio. Poche e schive parole davanti a un microfono ma un universo emotivo e di sentimenti che ne fanno una figura molto rispettata, non solo dai tifosi biancocelesti. Quando nel calcio si parla di qualcuno che non c’è più, spesso lo si fa tanto per dire qualcosa, quasi con un’indifferenza di buon tono. Questo per lui non vale. I social media, i giornali, gli organi di informazione oggi parlano di Felice Pulici usando parole semplici per ricordarne la grandezza. Parole che per altri non suonerebbero altrettanto adeguate.

PIU’ ROMANO DI UN ROMANO. Non è di Roma ma pochi hanno una percezione così forte e chiara dell’essere della Lazio in una città come la Capitale, un posto in cui si ha a volte la sensazione di essere stranieri in patria solo perché si confonde la qualità del sentimento con il numero di seguaci. Un modo di vivere la Lazio, il suo, che non è una fede (la fede di Felice Pulici appartiene ad altri ambiti e se il suo secondo nome è stato Mosè, forse non è casuale) ma uno stile di vita. Un modo di manifestare l’attaccamento ai colori societari fatto soprattutto di silenzi, di sofferenze, ma anche di gioie negate a chi è abituato a vivere di normalità calcistica. Dolori, sofferenze, incertezze continue che farebbero vacillare chiunque altro. Ma anche soddisfazioni di cui pochi potrebbero gustare il sapore con pari intensità. Essere lì in campo nel bene e nel male, con la pioggia e con il sole, a gioire o a incazzarsi, ma sempre con uguale impeto. Questo groviglio di sentimenti, ma anche un grande portiere del passato, è stato Felice Pulici, un pezzo di storia della Società Sportiva Lazio che ci ha appena lasciato.

UN INCONTRO. Felice Mosè Pulici nasce a Sovico, in provincia di Monza, il 22 dicembre del 1945. Negli oratori di una volta chi andava in porta era di solito il più scarso in attacco. Il piccolo Felice è diverso. Lo stare fra i pali è una cosa che sceglie in modo consapevole, perché giocare in porta gli piace ed è pronto a tutto pur di negare il gol agli avversari. Quando anni dopo capisce che quella può essere la sua strada, si aprono le porte del professionismo. A 22 anni esordisce in serie C1 con il Lecco. 3 sole presenze con i nerazzurri di lago ma il suo stile, essenziale ma con grandi riflessi nei momenti decisivi, non passa inosservato. L’anno dopo difende la porta del Novara, squadra con la quale nel 1971 ottiene la promozione in serie B in vista del campionato 71-72. Quella stagione, la prima nella divisione cadetta ha un sapore più agro che dolce: la squadra si salva ma quella del Novara è una delle difese più battute. Pulici incassa 45 reti per colpe essenzialmente non sue. Il 10 ottobre 1971 ne prende 5 dalla Lazio e nulla lascia presagire che quello sarà l’incontro del destino.

BATTERE LA SFIDUCIA. Difficile ipotizzare che dopo 5 schiaffoni in faccia nasca un amore. “Eppure – confesserà un giorno il diretto interessato – un grande uomo di calcio e di Lazio come Bob Lovati, non a caso anche lui portiere, fece il mio nome al Presidente Lenzini. Il grande Silvio Piola, un altro campione con la Lazio nel cuore, che viveva a Novara, spese una buona parola per me. Fatto sta che nell’estate del 1972 mi ritrovo nella Capitale, sponda Lazio”. Neanche quello fra Pulici e la nuova tifoseria è un amore immediato. Felice fa fatica ad ambientarsi nella grande città e all’inizio c’è un clima di sfiducia verso la squadra, sebbene la Lazio sia stata promossa in serie A. Nemmeno a dire che sia fortunato: in precampionato, come arriva un tiro dalle sue parti subisce un gol. Però ha la fiducia dell’allenatore Tommaso Maestrelli ed è proprio la fiducia il carburante giusto per un motore diesel come il suo. È emotivo, a volte irruento e la medicina per il paziente Pulici è poter lavorare in settimana con la giusta tranquillità, tenendo le pressioni lontane dalla porta, anche quella di casa.

ESEMPIO PER TUTTI. Ma già alla prima di campionato il ponentino romano sembra soffiare alle spalle di un portiere di poche parole ma che sa tenere in piedi il gruppo con la forza dell’esempio. Si allena anche con la febbre alta e se può farcela lui grazie all’Aspirina, allora devono impegnarsi tutti un po’ di più. Il 24 settembre 1972 inizia ufficialmente la stagione. La Lazio fa 0-0 con l’Inter ma il gioco proposto da Tommaso Maestrelli è spumeggiante, innovativo. La Lazio corre, è brillante, fa vedere soluzioni tattiche che in Italia non si vedono e tra i pali è difesa da un portiere che rispetto a qualche mese prima sembra già un’altra persona. In tutta la stagione Felix, come lo chiamano nell’ambiente, subisce solo 16 reti. La squadra romana “rischia” fino all’ultimo di mettere un record ancor più importante: quello di passare da neopromossa a Campione d’Italia. Il sogno sfuma il 20 maggio 1973, lo scudetto lo vince la Juventus e la Lazio coglie un terzo posto, a soli due punti dalla vetta, che nessuno a settembre avrebbe pronosticato. Lo scudetto è rimandato soltanto di un anno. Pulici infonde sicurezza ai compagni, è sempre preciso tra i pali, non cerca spettacolo e mira sempre al sodo. In uno spogliatoio di personalità spesso intemperanti la sua calma esteriore e un insospettabile attaccamento alla maglia, quasi da romano verace, è uno degli imprescindibili punti d’equilibrio.

LO SCUDETTO “DENTRO”. Pulici è un uomo di fede, e come un po’ tutti gli uomini di fede sa che ogni cosa è scritta, se davvero ci credi. Di Felice ha la predisposizione interiore, di Mosè il senso della missione. La sua è quella di mediare, di placare gli animi, di arrivare all’obiettivo senza lasciare indietro nessun compagno. Quando nello spogliatoio c’è maretta, il tecnico conta su di lui. Non è il capitano della squadra, ma quella è una pura forma: senza nulla togliere a Wilson, Felice Pulici “la fascia” ce l’ha dentro. L’anno dopo, la Lazio è campione d’Italia e quello scudetto è un vero atto di fede. Bisogna credere, vivere, soffrire. Gettare il cuore oltre ogni ostacolo e poi andarselo a riprendere superando le barricate nemiche. Di quel Tricolore, forse Felice è l’emblema più genuino: in una squadra di pazzi, di collezionisti di armi (e di proiettili), talvolta di facinorosi non soltanto a parole, il numero 1 biancoceleste è l’immagine priva di retorica o di ipocrisie, senza incrinature, senza doppi fondi. Se il ritratto di Dorian Gray può restituire un’immagine pulita di quella squadra, quell’immagine corrisponde al volto di Felice Pulici. Un uomo non soltanto schivo, ma di un’onestà talvolta disarmante: <<Ho fatto ottime cose con la Lazio, è vero – dirà un giorno – ma non sarei arrivato dove sono arrivato se dietro di me non ci fosse stato un secondo portiere fantastico, anche migliore di me: Avelino Moriggi. Un ragazzo leale, di un’educazione profonda, e un professionista esemplare. Senza la concorrenza di uno così non sarei mai stato spinto a dare sempre il massimo>>.

ANNI DIFFICILI, MA LUI C’E’, anche quando sembra che non ci sia. La malattia di Tommaso Maestrelli distrugge l’equilibrio fragile di un gruppo. Pulici comprende che è il momento di rimanere uniti, di lottare tutti insieme. C’è una data che non dimenticherà mai. Il 28 novembre 1976 è domenica, ma non una domenica qualsiasi, nella Capitale. Del resto, quando c’è il derby non lo è mai. Come talvolta succede, quella volta s’impone chi in realtà gioca peggio. Vince la Lazio grazie a un gioiello di Bruno Giordano che elude l’intervento di mezza difesa avversaria e brucia il portiere Paolo Conti con un colpo di forza e potenza scagliato quasi dalla linea di fondo. Ai punti meriterebbe la Roma, che attacca in modo incessante e costringe l’avversaria a rintanarsi nella propria metà campo. E segnerebbe senz’altro, la Roma, se quel giorno la porta non fosse chiusa a chiave. Felice Pulici è infatti invalicabile, come se una forza misteriosa e sovrumana si sia impadronita di lui “E’ stata la più grande prestazione della mia carriera – dirà un giorno - Parai tutto quello che potevo parare. Probabilmente, anche se avessimo giocato per due giorni di fila, i romanisti non mi avrebbero fatto gol. Fu un derby molto particolare anche sotto il punto di vista emotivo”. In effetti, senza di lui i giallorossi potrebbero segnare almeno 3-4 volte e invece vince la Lazio. Al termine della partita Pulici, al microfono radiofonico di Claudio Ferretti vorrebbe “dedicare la vittoria a…” ma non riesce a dire quel nome, perché esplode in un pianto a metà fra l’angosciato e il liberatorio. È chiaro a tutti, a quel punto, chi sia il destinatario. Per Tommaso Maestrelli quel derby è l’ultima gioia in stato di coscienza prima di entrare in coma. Il 2 dicembre, dopo aver ricevuto l’abbraccio dei suoi ragazzi reduci dalla vittoria nel derby, il “Maestro” muore. Nel 1977 il numero 1 viene ceduto al Monza, poi all’Ascoli. Finirà la carriera nel 1982 difendendo ancora una volta la porta della Lazio, quando va a riprendersi la parte di cuore che aveva lasciato dalle parti del Centro Sportivo di Tor di Quinto.

MORIRE A DICEMBRE è più triste che morire negli altri mesi dell’anno. Una famiglia vivrà di certo un Natale infelice e comincerà l’anno successivo in piena tristezza. È toccato a Tommaso Maestrelli, è toccato anche a Felice Pulici. Negli ultimi anni le sue uscite pubbliche si diradano, della sua vita privata si sa poco o nulla ma le poche volte che si mostra, si vede che quel sorriso ha perso qualcosa. È uscito dal grande giro, è diventato avvocato, negli ultimi anni ricopre un incarico di vertice all’interno dell'Associazione Nazionale per lo Sport dei sordomuti. Si spende per gli altri senza calcoli, senza finalità o tornaconti personali. Poi, stamattina arriva la notizia che lascia di sasso tutti. Felice Pulici, affetto da una malattia che non gli ha dato scampo, non c’è più. E' stato convocato da Tommaso per una seduta di allenamento. Lassù lo aspettano anche Giorgio, Luciano, Mario, Luigi e l’altro Mario. Serve gente che metta ordine nello spogliatoio. Senza alzare la voce ma con molta fermezza.

Diego Mariottini