E’ risaputo: un allenatore di calcio, per poter essere considerato un professionista, non può più limitare la sua attività alla preparazione tecnico-tattica dei calciatori a sua disposizione, ma deve possedere, in misura diversa, doti manageriali, organizzative, comunicative ed empatiche.

E’ chiaro che, in funzione della propria personalità e delle proprie convinzioni, ogni tecnico proporrà un modello di lavoro che ritiene il più adeguato per perseguire l’obiettivo chiamato ad inseguire.

Se venisse chiesto ad ogni appassionato di calcio quale allenatore è il migliore avremmo una miriade di risposte diverse: questo dipende senza ombra di dubbio dal gusto soggettivo, che determinerà quale caratteristica sia predominante rispetto alle altre.

E’ evidente che emergeranno i cultori del gioco offensivo, i quali vedranno in Sarri un autentico Maestro, capace di far giocare in modo spumeggiante i reparti avanzati dei suoi team; di contro, ci sarà qualcuno attratto dalla capacità di problem solving e di grande diplomazia tipiche di Carlo Ancelotti, stimato manager anche all’estero; altri ancora potrebbero invece apprezzare le capacità comunicative ed empatiche di Antonio Conte, sapientemente miscelate con un gioco aggressivo e organizzato, o, ad esempio, amare la spensieratezza e la fluidità del gioco proposto negli ultimi anni orobici dal rampante Gasperini.

Ciò solo per limitarsi alla stretta attualità: se analizzassimo la storia del calcio, è evidente che ci troveremmo ad avere correnti di pensiero talmente diverse che non basterebbe un romanzo.

Ma chi è, dunque, il profilo migliore?

Non è possibile, ad avviso di chi scrive, fornire una soluzione univoca: le caratteristiche succitate che ogni tecnico degno di questo nome deve avere, rendono vana qualsiasi possibilità di decretare un “allenatore ideale”, semplicemente perché basterebbe l’assenza di una di queste componenti fondamentali per non essere considerati neanche “Mister”.

Nello specifico, se la preparazione tecnica è ormai demandata agli staff, opportunamente coordinate sempre dal titolare della panchina, ruolo fondamentale ha ormai assunto il credo tattico, divenuto ormai una sorta di marchio di fabbrica per ogni allenatore che si rispetti, tanto che molti top manager modellano le proprie rose sulla base della loro idea.

Le doti manageriali ed organizzative sono invece ormai richieste quasi come la conoscenza della lingua inglese nei colloqui di lavoro: saper gestire le risorse umane, ovvero i calciatori, e avere un’impronta di stampo gestionale sono ormai requisiti imprescindibili per la validità di un professionista del settore.

Stessa cosa si può dire relativamente alla comunicazione: riuscire a portare la pressione sulla propria persona per sgombrare il peso dalla squadra, piuttosto che individuare le parole e i toni in un determinato momento della stagione sono chiavi che possono influire notevolmente sulla stabilità dell’ambiente e, quindi, aver effetto sul risultato finale.

Infine, l’empatia: se non si crea collante con il gruppo, con la società e, soprattutto, con il pubblico, difficilmente un allenatore potrà essere riconosciuto come valore aggiunto per il club.

Se, quindi, tutte queste caratteristiche sono vitali, ci si potrebbe chiedere se esista un parametro per differenziare il livello.

In teoria, il risultato potrebbe essere un discrimine: ma è davvero così?

Allegri ha stravinto in questo decennio valanghe di titoli, eppure ciò non sembra esser stato sufficiente per farlo entrare nei cuori dei più, spesso delusi da una proposta di gioco poco spettacolare; viceversa, tecnici come Zeman, che non possono vantare trofei, sembrano aver lasciato il segno in quanto hanno portato ovunque sono andati una freschezza diversa.

O ancora, Ancelotti, universalmente stimato e riconosciuto come tra i più grandi di ogni epoca grazie soprattutto ai suoi trionfi europei, ha dalla sua il fatto di non essere un “trascinatore” nel senso stretto del termine. Preferisce altri metodi, che magari non scaldano chi, di contro, invoca un capopopolo, un personaggio che faccia sentire al massimo il mantra “soli contro tutti” e che vada costantemente controcorrente.

Ergo, non basta vincere per poter essere considerati convincenti o amati.

In altre parole, non è possibile indicare il migliore in senso assoluto.

Su un aspetto, però, si può assolutamente concordare: l’allenatore, per quanto possa incidere sul rendimento della sua squadra, avrà sempre bisogno del materiale umano per poter conseguire i risultati e vedere realizzate in pratica le sue applicazioni teoriche.

Che cosa sarebbe stato Arrigo Sacchi senza Van Basten? Guardiola senza Messi? Mourinho senza Milito?

Il carisma di un tecnico è sicuramente in grado di apportare un valore aggiunto e il suo contributo è innegabile, ma, come insegnano proprio i top manager della panchina, sono i gestori di un gruppo: gli esecutori, nel gioco del calcio, sono sempre i giocatori.

Perciò, se proprio vogliamo trovare un criterio per definire un prototipo di allenatore, possiamo rifarci a quest’ultimo pensiero: solo chi ha l’umiltà di riconoscere che il gioco del calcio è collettivo e che la propria mano potrà solo accompagnare lo sforzo degli atleti in gara, sarà realmente il numero uno.