Ad aprire la conferenza stampa, le lacrime inarrestabili di Messi. A chiudere, la standing ovation tributata al fuoriclasse argentino da giornalisti e compagni. Nel mezzo, le emozioni e i ricordi di una vita ma anche i soldi, i “se” e i “ma” che questo addio avrebbero potuto evitarlo.

Una vita al Barça.“Sono arrivato che avevo 13 anni e dopo 21 anni vado via con moglie, tre bambini catalano-argentini e con tutto quello che ho vissuto in questa città”. Quando Messi arrivò a Barcellona era un ragazzino che faticava a crescere, nel quale però la società catalana, e l’allora direttore tecnico Carles Rexach, aveva visto il seme della grandezza. Il precontratto tra le parti fu redatto su un tovagliolo (oggi conservato in una cassaforte di una banca di Andorra). Tra le condizioni, l’impegno della società a farsi carico delle terapie mediche dell’argentino, affetto da una patologia che ne rallentava la crescita. Messi crescerà e con lui il Barcellona. Insieme vincono tutto: 10 campionati, 4 Champions, 3 Mondiali per club, 7 Coppe del Re, 3 Supercoppe europee e 8 Supercoppe spagnole cui vanno aggiunti i trofei individuali (6 Palloni d'Oro, 6 Scarpe d'Oro e 8 Pichichi), per un totale di 778 partite, 672 gol e 305 assist. E la bacheca dei trofei avrebbe potuto essere ancora più ricca. “Mi resta il rimpianto di non aver vinto più Champions” – confessa l’argentino. Ventuno anni intensi, difficili da condensare in pochi minuti. Il momento più bello? Il giorno del debutto “perché stavo realizzando il mio sogno”. Il più duro? “È questo il momento più complicato della mia carriera”. Reso ancora più triste dall’assenza dei tifosi che nel giorno dell’addio avrebbe voluto al suo fianco.

Addio (forse) inevitabile. Da un rinnovo che sembrava ormai certo alla rottura per "motivi economici e strutturali" nonostante la volontà reciproca di proseguire. Ma quali sono i motivi? Uno su tutti il “limite di costo della rosa sportiva” che la Liga fissa per ogni club. Quello del Barcellona, fra le società più colpite dalla pandemia, si è dimezzato in due anni (da 656,43 a 347 milioni). Stante questo nuovo cap, con il rinnovo di Messi il 110% dei ricavi del club sarebbe andato a copertura del monte salari, senza il rinnovo la percentuale è intorno al 95%. Pungolato dai giornalisti sull’ineluttabilità dell’addio, Leo Messi si trincera dietro ad un diplomatico “abbiamo fatto tutti il possibile, ma è andata così.” Sicuri che non si potesse fare di più? Improbabile, sponda Barcellona. Da un lato i freschi acquisti Aguero e Depay (presi a zero ma con un ingaggio da 10 milioni annui in due), dall’altro una serie di giocatori sacrificabili ma sui quali non riesce a monetizzare (Griezmann, Coutinho, Dembélé, Pjanic che pesano sul bilancio 75 mln) e per finire un debito da 1 miliardo e 300 milioni di euro. Possibile (e romantico) sponda Messi. Ma solo se l’argentino avesse firmato a zero. Fantascienza? Sì per un qualsiasi impiegato, meno per un signore che ha un patrimonio stimato tra i 230 e i 260 milioni di euro. Ma così non è stato. E, giusto o sbagliato che sia, da domani per Messi si apre un nuovo capitolo lontano da Barcellona. Con ogni probabilità destinazione Parigi, alla corte dello sceicco Nasser Al-Khelaïfi. Ad attenderlo ex compagni (Neymar) e rivali storici (Ramos). Ma soprattutto un contratto faraonico (si parla di un biennale da 40 milioni l’anno).

La buona notizia per gli appassionati di questo sport è che Messi continuerà a fare magie sui campi da calcio. La cattiva, per i più romantici, è che non lo farà più con la camiseta blaugrana.

Chiara Saccone