La Superlega, nata domenica notte, si sfalda ventiquattr'ore più tardi con l’abbandono immediato dei sei club inglesi. Si ferma, almeno per il momento, una riforma del calcio europeo che appariva necessaria già da qualche anno. Una riforma che non è stata nemmeno ascoltata e compresa dalla massa di tifosi e appassionati, i quali, opportunamente indirizzati da Uefa, Fifa, politica ed opinionisti vari, hanno messo in piedi una pesante contestazione social e mediatica al grido del “calcio del popolo” e dei “sogni dei bambini.” Ideali spesso chiamati in causa da chi gestisce il business del calcio quando si tratta di conservare il potere costituito, ma immediatamente dimenticati al momento di stabilire i prezzi di biglietti e degli abbonamenti televisivi, necessari per permettere al popolo tifoso, per il quale il calcio esiste, di assistere alle giocate dei campioni che tanto fanno emozionare e sognare.

Allenatori e giocatori, in attività oppure ritirati, si sono schierati per primi in difesa del calcio del popolo. Particolarmente coinvolto su questo fronte si è rivelato Guardiola, scopertosi comunista a 24 milioni di euro a stagione. Allenatore di una squadra per la quale l’Uefa, che pretende di essere considerata depositaria dell’etica nel mondo del calcio, custode dello spirito popolare del gioco e protettrice dei sogni dei bambini, ha fatto carta straccia di regolamenti e fair play finanziario, consentendole di rientrare in quella Champions League dalla quale era stata squalificata per due anni. Si è indignato Gary Neville, fin da subito pesantemente contrario alla superlega e alla decisione del suo Manchester United di aderire, dimenticando quanto accadde in Inghilterra nel 1992, quando i club dell’allora prima divisione si staccarono dalla Football Association e fondarono una nuova lega con lo scopo di gestire in prima persona i proventi che avrebbero prodotto. Quella nuova lega era l’allora neonata Premier League.

Si sono schierate contro la nascente nuova competizione anche le tifoserie organizzate e i gruppi ultras, legati ad una romantica ma purtroppo anacronistica battaglia contro il calcio moderno. Una battaglia perduta ormai da più di trent'anni. Anche in questo caso, la difesa del calcio popolare e dei sogni dei bambini e l’aperta opposizione alle spese eccessive delle società, si scontra con le clamorose manifestazioni di protesta inscenate, allo stadio o sul web, quando la squadra non raggiunge gli obiettivi prefissati o la campagna acquisti non porta il campione desiderato.

Viene inoltre da chiedersi quale sia lo spirito meritocratico, altro ideale sempre più spesso citato a sproposito, e la passione per il gioco del calcio che abbia animato la Fifa nell'assegnazione del mondiale 2022 all’accogliente Qatar. Oppure dove sia la meritocrazia in una competizione come l’attuale Champions League che ammette le prime quattro squadre dei principali tornei continentali, ma costringe i campioni di Scozia, Polonia, Ungheria ecc… a lunghi e difficili turni preliminari per accedere al tabellone principale del torneo e ai benefici economici che comporta. Infine dove sarebbe il calcio del popolo nei tre abbonamenti televisivi che serviranno per seguire la prossima stagione o nei prezzi dei settori popolari sempre più spesso ben oltre i cinquanta euro? 

Populismo e ipocrisia, rilanciati in maniera massiccia da tv, stampa e web, hanno caratterizzato questi due giorni frenetici, impedendo la crescita di un dialogo costruttivo che consentisse ai tifosi di comprendere le ragioni che hanno portato dodici tra i club con maggior seguito in Europa ad un gesto tanto clamoroso. L’autore di questo pezzo, probabilmente, è uno di quelli che dalla superlega avrebbe avuto maggiormente da “perdere”. Abituato a vivere la campagna europea non come un’ossessione ma come un’opportunità per seguire la Juventus in città sempre diverse, avrebbe forse accolto questa nuova competizione, almeno inizialmente meno aperta, come un limite. Si rende però conto che il mondo (purtroppo) cambia velocemente, che cambiano gli interessi e le esigenze delle nuove generazioni di fruitori del prodotto calcio e che le società devono (purtroppo) muoversi per andare incontro alle necessità di questi nuovi tifosi, che costituiranno la base più numerosa una volta che le vecchie generazioni segneranno il passo. Un concetto semplice che non si è voluto comprendere. Andrea Agnelli adesso sembra rimasto solo. Dipinto dall’informazione italiana come il mostro che ha tentato di strappare il controllo del calcio ad enti benefici e illuminati come Fifa e Uefa che, nell’immaginario collettivo, escono vincitori dalla battaglia per la salvezza del gioco. Il Presidente, immediatamente scaricato dal solito popolo “social” juventino, attraversa sicuramente il momento più difficile dei suoi quasi undici anni alla guida del club. Un momento nel quale forse viene discussa anche la sua posizione all’interno della stessa Juventus. 

In un clima dunque di incertezza, preoccupazione e burrascosa restaurazione, la Juventus prepara l’incontro casalingo contro il Parma, valido per la trentaduesima giornata del campionato di Serie A. Partita che ridiventa fondamentale per la corsa ad un posto utile per garantire l’accesso alla prossima Champions League. Una sfida che non ammette un risultato differente dalla vittoria, contro una rivale che nel corso della stagione ha evidenziato limiti pesantissimi soprattutto in difesa. Limiti che le sono costati una retrocessione che, a poche giornate dalla fine, sembra ormai inevitabile. Dopo Chiesa, assente almeno per un paio di partite a causa del risentimento muscolare accusato domenica a Bergamo, Pirlo perde anche Demiral. Torna invece a disposizione Bernardeschi, finalmente guarito dall’infezione da coronavirus. Il Mister bianconero per la sfida infrasettimanale al Parma, propone tra i pali Buffon. La linea difensiva a quattro è invece composta da Bonucci e De Ligt al centro, con Danilo e Alex Sandro ad occupare le due fasce, rispettivamente destra e sinistra. A centrocampo fiducia nelle piroette di Arthur. Al suo  fianco la scelta cade su Bentancur. Desta qualche perplessità l’esclusione iniziale di Rabiot, tra i più in forma in questa fase della stagione. Cuadrado agirà nella posizione di ala destra, mentre la botola, nascosta questa volta tra la fascia sinistra e la trequarti, accoglie ancora McKennie. L’attacco infine è affidato alla coppia composta da Ronaldo e Dybala. Morata parte dalla panchina, pronto probabilmente a subentrare all’argentino a gara in corso.

Il Parma di D’Aversa risponde con il suo solito 433, pericoloso soprattutto in fase di ripartenza. In porta Colombi, la linea difensiva è formata da Bani e Osorio al centro, con Laurini a destra e Pezzella a sinistra. Kurtic, Brugman e Grassi compongono il terzetto di centrocampo. Pellè guida l’attacco dei gialloblù, supportato ai suoi lati da Gervinho e dal giovane Man.
Con l’animo ancora turbato dalle recenti vicende, il tifoso bianconero prende posto davanti alla tv proprio nel momento in cui le squadre, guidate dall’arbitro Giacomelli, fanno il loro ingresso in campo. Il premium spot occupa più tempo del previsto e la linea torna allo Stadium con le squadre pronte a dare il calcio d’avvio. Subito un’occasione in apertura per la Juventus. Nasce da una combinazione tra Cuadrado e Dybala, rimasti sulla sinistra in seguito ad azione di calcio d’angolo. L’argentino salta con un tocco di suola Man e serve un assist comodo per  Ronaldo, appostato al centro dell’area. Il tiro del portoghese, un piatto quasi di sponda sul pallone che gli arrivava incontro, è però troppo centrale e preda del portiere gialloblù Colombi. Il Parma prova subito a rispondere, affacciandosi dalle parti di Buffon con un colpo di testa di Pellè che termina a lato senza destare troppe preoccupazioni al portiere.

La Juventus appare fin da subito meno convincente rispetto alle prestazioni più recenti. La squadra, che non sembra disposta benissimo in campo, ricade negli antichi vizi. La manovra scorre prevalentemente in orizzontale, appesantita da un eccessivo ricorso al passaggio all’indietro, soluzione scelta in alcuni casi anche a costo di andarsi a complicare inutilmente la vita. Dopo l’occasione di Ronaldo in apertura, non si registrano più opportunità di conclusione a rete per la Juventus. Il Parma, dal canto suo, affronta la partita in maniera ordinata. Come questa stagione ha ormai insegnato, chiude gli spazi nella propria trequarti difensiva, costringendo la Juventus al solito imbottigliamento per le vie centrali. Inoltre la squadra di D’Aversa si alza in pressing quando la Juve si avventura nella costruzione della manovra da dietro. Alle difficoltà del campo, si aggiungono i fastidi provocati da una regia inutilmente “cinematografica” che sposta continuamente le riprese dal campo alle panchine, per salire fino alle tribune, regalando inutili primi piani.
Il gioco lento risente della totale assenza di movimenti senza palla. Arthur incide poco con le sue piroette e appare in difficoltà nel coprire la sua parte di campo in questa linea mediana a due, dalla quale Pirlo non sembra intenzionato a staccarsi per nessun motivo, nemmeno quando in campo mette più mediani che ali. Delle scelte dell’allenatore, nella prima parte di gara, ne risente più di tutti McKennie. L’americano, schierato troppo largo e visibilmente disorientato dai frequenti cambi di posizione, non riesce ad entrare in partita. Messo in difficoltà anche da un ruolo che gli richiede in fase di possesso palla di ricoprire una posizione troppo avanzata. Con Dybala che per caratteristiche viene indietro a prendere il pallone e Ronaldo che preferisce come sempre partire defilato, il giovane centrocampista è l’unico a proporsi per tentare di riempire l’area. Il suo punto di forza è l’inserimento da dietro, fare da riferimento avanzato alla manovra lo depotenzia notevolmente. Nonostante attraversi un momento negativo, in una partita di questo tipo, la squadra sente il peso dell’assenza di Morata. L’unico tra gli attaccanti in rosa a rendersi valido come riferimento verticale di una manovra altrimenti condannata a perdersi sempre più di frequente in un mare di lenti passaggi orizzontali.

McKennie stronca un’azione in ripartenza degli emiliani con un fallo al limite dell’area. Cartellino giallo per il centrocampista e punizione da posizione pericolosa che il Parma capitalizza. Brugman calcia con il destro sopra la barriera. Il muro salta, Ronaldo no. La palla, calibrata perfettamente, sorvola la testa del portoghese andando a spegnersi nell’angolo basso, lontana dalla portata di un incolpevole Buffon cui non rimane altro che guardare il pallone entrare in rete. Alla metà del primo tempo la Juventus è sotto, al primo tiro subito. I fantasmi del Benevento si agitano sul prato dello Stadium. Questa sembra una squadra capace di perdere contro chiunque.
La reazione dei bianconeri è immediata e si concretizza con una percussione centrale di Dybala conclusa con un sinistro tagliato che passa di poco alto sopra la traversa. La fiammata rimane isolata. La Juventus ricade nel solito gioco lento fatto di passaggi corti e orizzontali. Dieci passaggi per spostare il pallone da sinistra a destra, altrettanti per tornare dall’altra parte. In tutto questo tempo il Parma serra i ranghi, non concedendo agli attacchi della Juventus la possibilità di trovare varchi utili. La squadra come al solito pende a destra. Cuadrado è il riferimento unico di una manovra che trova sfogo solo attraverso le sue iniziative. Con Dybala che preferisce cercare spesso quella parte di campo per dialogare con il colombiano, e McKennie che taglia verso l’area, la fascia sinistra rimane deserta. Presidiata dal solo Alex Sandro, cui tocca sempre giocare il pallone con due uomini addosso e nessun compagno nelle vicinanze. La Juventus nemmeno si avvicina a tirare in porta. L’unica occasione arriva con un cross dalla destra di Alex Sandro, andato da quella parte a cercare anche lui un pallone giocabile, girato di testa da Bonucci. Il tentativo del capitano bianconero si spegne ad un passo dal palo.

Dybala mostra una condizione in crescita, pur non avendo ancora il passo e l’agilità dei giorni migliori, mentre Ronaldo, probabilmente ancora penalizzato dal fastidio muscolare che lo ha costretto a saltare la trasferta di Bergamo, rimane incastrato in una partita nervosa e poco produttiva. E’ proprio l’argentino ad innescare l’azione che porterà al pareggio bianconero. Il numero dieci entra in area, dal vertice sinistro, evitando l’intervento di almeno due difensori. Con il sinistro pennella un cross perfetto che cade al limite dell’area piccola. Ronaldo si alza in volo ma non riesce a raggiungere il pallone che viene raccolto all’altezza del secondo palo da Cuadrado. Il colombiano controlla e calcia, trovando l’opposizione di Pezzella. Sugli sviluppi del successivo calcio d’angolo arriva il gol. Cuadrado batte lungo trovando la sponda di De Ligt che di testa indirizza il pallone verso il centro dell'area dove arriva Alex Sandro. Il brasiliano controlla con il sinistro e sempre con il piede mancino, uscendo dal controllo, scarica di potenza in rete. Colombi, come in precedenza Buffon, resta immobile. Non può fare altro che guardare il pallone finire in porta.

Il primo tempo si chiude quindi con un sospiro di sollievo. Un gol fondamentale per spazzare i pensieri cupi che si andavano accumulando sopra lo Stadium. L'intervallo, come sempre, offre qualche spunto di riflessione. Un contenuto malumore per una partita che rappresenta un netto passo indietro compiuto dalla Juventus. Rassegnazione per le scelte di un allenatore che ormai, tra gente fuori ruolo e gente in precaria condizione, da la sensazione di estrarre a sorte gli undici da mandare in campo. Un malumore invece ben più pesante, nelle varie chat di whatsapp, è causato dalle numerose scivolate di cui i giocatori bianconeri si sono resi protagonisti sul prato di casa. Una costante che ormai si ripete da troppo tempo. A turno, scivolano tutti, da Danilo a Ronaldo, passando per Arthur e McKennie. Gli avversari stanno in piedi, i giocatori della Juventus scivolano su un campo che ormai dovrebbero conoscere meglio del giardino di casa. In qualche modo questo è forse l'aspetto che infastidisce maggiormente il tifoso. Sembra un dettaglio secondario ma denota una mancanza di attenzione, di cura del dettaglio, di concentrazione. Tutti problemi che dopo si riversano nella partita. 

Le squadre si ripresentano in campo con gli stessi undici con cui hanno iniziato l'incontro. L'arbitro Giacomelli, dopo un rapido controllo, fischia l'avvio della ripresa. Il tempo di riprendere il gioco e, alla prima occasione, la Juventus passa in vantaggio al termine di un’azione bella e veloce. Arthur, Dybala, Ronaldo. In tre passaggi verticali i bianconeri si presentano al limite dell’area emiliana. Il portoghese allarga sulla destra, dove scende il solito Cuadrado. Il colombiano pennella un cross perfetto che attraversa lo specchio della porta e muore all’altezza del secondo palo dove irrompe ancora Alex Sandro che di testa porta in vantaggio la Juventus. Prima doppietta da quando veste il bianconero per il terzino brasiliano che ogni stagione aveva sempre offerto un discreto contributo di reti, prevalentemente di testa. Un giusto premio per un giocatore valido ma poco amato dalla tifoseria social che spera di liberarsi di lui da almeno un paio di anni. Per sostituirlo chissà con chi. I vari nomi che circolano, su tutti Emerson Palmieri, non sembrano al livello del brasiliano. Lo stesso Gosens, di cui pure si parla in ottica bianconera, andrebbe comunque valutato fuori dal contesto Atalanta. 

Il gol del 2-1 ha nel breve periodo un effetto positivo sulla Juventus. La squadra acquista sicurezza, alza il ritmo e la velocità nella trasmissione del pallone riuscendo a tenere la partita nella metà campo del Parma. D’Aversa prova a cambiare la situazione modificando il suo tridente avanzato, fino a quel momento contenuto piuttosto agevolmente dalla retroguardia bianconera. L’allenatore degli emiliani richiama in panchina Pellè, che si è distinto per una serie di duelli aerei con Bonucci, e Gervinho, cancellato dal campo da Danilo. Entrano in campo Cornelius e Mihaila. La Juventus ha il torto di non sfruttare il momento favorevole per cercare con decisione quel terzo gol che chiuderebbe la gara. Accade quindi che in una situazione di totale controllo, la squadra arretri troppo il baricentro e prenda qualche rischio di troppo nella gestione del pallone in zone pericolose. Arthur si incarta nell’ennesima piroetta regalando un calcio d’angolo al Parma. Brugman calcia verso in secondo, dove, esattamente con le stesse dinamiche che portarono al gol di Scamacca nel recente incontro con il Genoa, Pezzella, liberissimo, colpisce di testa verso la porta. Con Buffon ormai battuto, il provvidenziale intervento di Arthur, appostato sulla linea, evita il gol. Dal niente la Juventus rischia di rimettere in discussione una partita avviata verso una tranquilla vittoria. Non succede e pochi minuti più tardi, sempre da un calcio d’angolo di Cuadrado, De Ligt con un potente colpo di testa, gira in rete il pallone del 3-1. Grande emozione per il tifoso bianconero davanti alla tv nel vedere la squadra realizzare ben due reti da quei calcio d’angolo la cui gestione finora aveva sollevato diverse perplessità. 

Dopo il terzo gol la partita non ha quasi più nulla da dire. Il Parma ha lasciato sul campo tutto quello che aveva e, senza la “collaborazione” della Juventus, non sembra in grado di portare pericoli alla porta di Buffon. Arriva il momento dei cambi anche per Pirlo. Tre sostituzioni in un unico momento che rivoluzionano il centrocampo. Lasciano la partita Bentancur, Cuadrado e McKennie, rilevati da Rabiot, Kulusevski e Ramsey. La Juventus mette in atto il solito possesso palla conservativo che tende sempre ad arretrare l’azione, provocando momenti di nervosismo in Ronaldo, al quale forse piacerebbe ricevere qualche pallone giocabile e qualche occasione di tiro anche con la squadra in vantaggio di due reti. Non ha torto il portoghese. La Juventus tende a ricadere nei soliti difetti che l’accompagnano dall'inizio della stagione. La tendenza cioè a sedersi sulla comodità del vantaggio, abbassando anche tensione e concentrazione e rischiando di regalare agli avversari l'occasione di riaprire una partita abbondantemente orientata verso Torino. A dieci minuti dal termine, nel giro di pochi istanti, arrivano due occasioni per il Parma. Karamoh, lasciato completamente libero all’altezza dell’area di porta, di testa non riesce a mettere in rete un pallone comodo. Pochi istanti dopo, ancora Pezzella, sempre su calcio d’angolo, nella medesima situazione che lo aveva portato a sfiorare il gol in precedenza, di testa non inquadra la porta. Una dinamica che si ripete troppo spesso per non lasciar pensare che ci sia un problema almeno nella gestione delle marcature. Guardare, all’interno dell’area di rigore, la palla e non l’uomo, appare al semplice tifoso un fanatismo di questa giovane generazione di manager in cravatta e panciotto assolutamente non giustificato da quelli che poi sono i risultati. Ovvero la concessione di tante reti e di tante palle gol che sarebbero serenamente evitabili.

Un tiro di Ronaldo da fuori area, potente ma fuori misura, chiude la partita. La Juventus vince un confronto nel quale partiva con un pronostico pesantemente orientato in suo favore e riduce nuovamente ad un punto le distanze dal Milan secondo in classifica, sconfitto nell’anticipo pomeridiano a San Siro dal Sassuolo di De Zerbi, un altro che, nella conferenza stampa pre partita, si è scoperto paladino del calcio del popolo e dei sogni dei bambini.
Magari quando riapriranno gli stadi sarà lui, assieme a Guardiola, a farsi carico del costo sempre più salato dei biglietti, permettendo al popolo tanto amato di assistere allo spettacolo offerto dalle loro squadre.