Le mucche contro il calcio?

Forse ne ho già parlato, così, en passant, mentre descrivevo il modo amatoriale di intendere il calcio e annoierò, ripetendomi, con un brevissimo episodio che i pochi che mi leggono mi perdoneranno, se sono di indole accomodante, continuando a leggere, tanto, ormai, sanno che cosa possono aspettarsi e si sono rivelati inossidabili alle mie parole. Diciamo che la loro è un'ulteriore prova di resistenza che li prepara, all'occorrenza, a compiere gesti eroici con estrema disinvoltura.

Allora, durante il breve periodo in cui ho frequentato qualche aula scolastica, capitava di organizzare qualche partitella al volo sfidando questa o quell'altra classe e, in mancanza di un convento di Carmelitane Scalze, dietro cui trovarci scomodamente all'alba, ci si trovava in qualche spiazzo oltre il limite della periferia cittadina, prima di incontrare l'aperta campagna, in ore più comode pomeridiane. Vi era un campetto, nel senso di un'area libera e abbastanza grande per una sfida a 7, un misto di terra battuta e erbetta calpestata e circondata da cespuglietti selvatici e qualche timido arbusto che sensatamente sapeva che gli sarebbe stato arduo diventare albero, con tutti quegli scalmanati che correvano dietro un pallone e che ogni tanto ne staccano qualche parte, a causa della mira difettosa o di uno sfortunato rimpallo.
Bene, in quel periodo, fine anni '60, prima che il boom edilizio che avrebbe trasformato la città, mangiandosi anche i luoghi dei nostri impolverati ricordi, tutti quei pezzetti di paradiso dove vivevamo ore felici,  quel posto veniva spesso scelto, sia per comodità, sia perché equidistante dalle abitazioni dei calciatori in erba, a parte il sottoscritto che, abitando nella parte più alta del centro storico, doveva attraversare da una parte all'altra la città facendo un naturale riscaldamento di 45 minuti di camminata veloce e arrivando con solo pochi minuti a disposizione per cambiarsi e scendere in campo.

Bene, in una di queste sfide organizzate al volo, arrivato al campetto, con il mio sacco già semi aperto per guadagnare tempo nel cambiarmi, trovai quasi tutti i contendenti ancora vestiti e impegnati in un conciliabolo prepartita, che certo non li vedeva impegnati in una profonda discussione sulla strategia da adottare, cosa che sarebbe suonata un po' originale, visto che vi erano impegnati i componenti di entrambe le squadre e dopo aver lanciato un sonoro saluto da distante, stavo per chiedere, sempre ad alta voce, perché stessero lì a perdere tempo invece di fare un po' di riscaldamento quando mi imbattei, evitando proprio per poco di metterci su un piede, in uno dei numerosi motivi, quasi tutti della stessa dimensione e gravità, che componevano il problema: una torta di cacca di mucca e, lo slalom che fui costretto a fare per raggiungere i compagni di gioco e, in quel caso, di sventura, mi fece capire che il problema era parecchio diffuso.

Qualche pastore aveva portato lì delle mucche a mangiare erba e teneri cespuglietti, che oramai mostravano solo un moncherino emergente dal terreno, lasciandoci in cambio tanti bei dischi di letame che, fortunatamente, per noi ottimisti, il sole aveva in parte disseccato. Quindi, anziché per appartenenza di squadra, ci dividemmo subito tra chi era per rinviare a data da destinarsi la sfida e chi, appunto quelli più ottimisti, non voleva rinunciare alla partita e armati di strumenti approntati con il poco a disposizione (i rami degli sfortunati arbusti) mostravano agli altri come rendere agibile il campo.
Per i curiosi: disputammo la partita anche se non ricordo quale fu il risultato e, quindi, se la squadra a cui appartenevo vinse. Posso garantire, ma questo è facile da affermare, che mi divertii anche quella volta, nonostante avessimo dovuto affrontare e superare un problema. 

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Calendario da impazzire e tutti contro tutti...

Perché ho attinto ancora ai miei ricordi adolescenziali? Perché la situazione attuale, seppure per problemi non paragonabili a quelli che dovemmo affrontare noi ragazzini, mi ricorda abbastanza il frangente da me vissuto: tanta cacca (metaforica) in giro da non sapere dove mettere i piedi e visioni contrapposte sulle possibili soluzioni. La differenza è che in quei ragazzini alla fine prevalse la voglia di giocare e divertirsi a fronte di una decisione, certo non condivisa da tutti, scomoda. Oggi, anziché il buonsenso di quei ragazzini, anche perché vi è ovviamente ben altro in gioco, in termini sia di sicurezza che economici, prevale l'astio fazioso, gli interessi di ciascuno non mediati dal buonsenso, il ponderato bene comune, in questo caso la salute a rischio, valutato come componente non primaria, il sovrapporsi di voci esagitate e la perdita del senso del peso delle parole che compongono frasi e pensieri esternati.

Ok, perché ho messo insieme tutte queste parole che ai più non diranno molto? Per un senso di colpa: tempo fa ho scritto un po di cose e le ho chiamate "Smettiamo di amarci!", rivolto a chi, nella community, esagera un po' con  i toni di alcuni commenti o che agisce da stalker nei confronti di altri utenti e, ipotizzando (ironizzando) che fosse per il troppo amore (altrimenti perché dedicarvi tento tempo) facevo quell'appello, non pensando di scatenare un free-for-all, come in un saloon del far west...
Essendo tra quelli meno letti (per fare fico potrei definirmi blogger di nicchia - nicchia che si rimpicciolisce ad ogni occasione, tra l'altro) immagino che sia il solo titolo ad essere stato travisato. Ok, lo ammetto, scherzavo: i pochi che mi leggono, a leggere i pochi commenti, sono dei moderati e io sto vantando (de)meriti che non ho, in quanto influencer.

Vediamo: nuova calciopoli (eddai, non scherziamo, urlando ad un lupo inesistente, quasi invocandolo...); campionato falsato (certo, se non si prendono le giuste misure e contromisure del problema: davvero non si può far nulla di meglio? Siamo già oltre?); porte chiuse, porte aperte... (beh, la salute al primo posto e  poi tutto il resto. Non si può partire da lì?);  sospensione del campionato (i problemi più grossi derivano dagli interessi in ballo: davvero siamo già al punto in cui è lecito parlare di questo? Se non si gioca a porte chiuse per non perdere qualche incasso milionario, si può rinunciare a tutti gli incassi e alle remunerazioni derivanti dai diritti televisivi? E chi verrebbe promosso alle coppe europee? Non è meglio giocare a porte chiuse fino a quando non si è sicuri dal punto di vista del rischio epidemiologico e poi tornare alla normalità? Meglio rinunciare a tutto il calcio fin da ora o accontentarci di guardarlo in tv fino alla buona nuova che riporta tutto alla normalità?). Bene, queste sono le piccole riflessioni,  magari banali o sciocche, che vengono in mente a me, velocemente e che conducono ad alcuni quesiti. Se le sommiamo a quelle di tutti gli altri tifosi che scrivono sulla community chissà cosa potrebbe venir fuori!

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Indignazio'! Indignazio'!

Lo dico subito perché sia chiaro: non sono d'accordo sul tono del messaggio del presidente della mia squadra nel prendere posizione sul tema. Non lo sono per i toni e per le definizioni usate. Lo sono invece per i contenuti. Penso che il presidente di lega abbia agito in modo quantomeno dannoso e dilettantesco, lo dico così e penso che sia comunque già grave. Detto questo, ho letto anche di qualcuno che fa leva sull'orgoglio nazionale affermando che il messaggio e l'epiteto (anche se tale, in sé, non è, in quello scritto ne ha comunque il peso) è rivolto a tutti noi italiani. A me sembra un altro modo per indicare un problema inesistente e sviare l'attenzione dal problema in essere. Il mio orgoglio nazionale l'ho visto in pericolo, o in discussione, quando i nostri rappresentanti alle più alte cariche assumevano atteggiamenti ridicoli e ridicolizzati negli incontri internazionali, o quando un ministro abbracciava un ex detenuto per spaccio di droga, o quando un politico afferma contemporaneamente che bisogna sospendere ogni tipo di tassa o altra riscossione da parte del governo per l'intero territorio nazionale e che lo stesso deve garantire il potenziamento della sanità pubblica (che magari lui e il suo partito hanno contribuito a demolire  parzialmente in questi anni) solo per prendere una manciata di voti, sfruttando il coronavirus. In fin dei conti Zhang ha parlato facendo un nome e indicando quello come bersaglio della sua ira, assumendosi le proprie responsabilità e esponendosi a pagarne le eventuali conseguenze, non è mica un politico cinese che ha affermato che noi italiani mangiamo i topi vivi, da doverci indignare in massa!