La prossima settimana tornerà finalmente di scena la competizione calcistica per club più importante al mondo, la Champions League, massima espressione dei più grandi campioni in circolazione e, ovviamente, terreno fertile per i migliori bomber del pianeta.

Nelle ultime 12 edizioni, lo scettro di re dei marcatori è stato appannaggio dei soliti due cannibali di questo periodo storico: Cristiano Ronaldo si è aggiudicato per ben 6 volte da solo il titolo di capocannoniere, seguito dalla “Pulce” con 5. Solo nel 2014/15 c’è stata una vittoria in comune con 10 reti, assieme anche a Neymar (quest’ultimo nel suo anno di maggior splendore).

In questa stagione, la strepitosa fase a gironi di Lewandovski potrebbe interrompere il duopolio che dura veramente da tantissimo tempo e solo la fase ad eliminazione diretta svelerà il verdetto.

Nel passato, si sono issati al vertice della classifica attaccanti straordinari: dai mitologici Di Stefano e Puskas, passando per Eusebio, Altafini, Mazzola, Muller, finendo a Del Piero, Raul, Van Nistelrooij e agli ultimi grandi rossoneri Sheva e Kakà, che hanno vinto il titolo prima dell’avvento del regno dei due giganti succitati. Ma nella storia di questa eccezionale competizione, compaiono nell’albo d’oro nomi quasi sconosciuti ai più, che hanno vissuto magari una stagione di grazia, incidendo il loro marchio indelebile nella storia della manifestazione.

Sicuramente, il format precedente della Coppa dei Campioni consentiva non di rado la realizzazione di queste imprese, in quanto anche squadre di non primissimo piano riuscivano ad accedere al torneo.

Con l’avvento della nuova Champions League, invece, storie del genere sono state molto meno frequenti, anzi, si può dire che difficilmente calciatori non affermati sono riusciti a trovare la strada della gloria, e la dimostrazione è data dall’incontestabile dato fornito in apertura.

L’articolo di oggi vuole andare a ripescare quei calciatori che non sono stati celebrati o che non hanno avuto una carriera di rilievo internazionale, ma che almeno per una stagione hanno potuto fregiarsi del glorioso appellativo di capocannoniere della Coppa dalle grandi orecchie.


Il primo re

La prima edizione della Coppa dei Campioni 1955/56 vide il primo dei 5 trionfi consecutivi del Real Madrid (record tuttora ineguagliato), che, però, rischiò di impantanarsi ai quarti di finale contro il Partizan Belgrado, guidato da Milos Milutinovic, primo capocannoniere della storia della competizione.

L’attaccante si rese protagonista di una doppietta nel 3-0 dell’andata dei quarti di finale contro i Blancos; l’epica rimonta degli spagnoli nella gara di ritorno per 4-0 impedì di proseguire nella campagna europea, dando vita alla leggenda merengues.

La tremenda delusione fu mitigata dal titolo di bomber con 8 reti, frutto anche di sei reti complessive allo Sporting Lisbona: una doppietta nella gara di andata (tra l’altro primo match in assoluto disputato nella storia) e addirittura un poker nella gara di ritorno.

L’attaccante, inoltre, detiene un altro curioso primato: con la maglia della Nazionale jugoslava, ai Mondiali del 1954, segnò la rete decisiva del primo incontro contro la Francia, e fu il primo goal dei Campionati del Mondo ad essere visto in diretta televisiva, in quanto trattavasi della prima sfida lanciata in live.

 

Viollet, uno dei Busby Babes

Sopravvissuto alla terribile tragedia aerea del 1958 che coinvolse calciatori, giornalisti e tifosi del Manchester United, Dennis Viollet vinse l’anno prima con 9 centri la classifica marcatori.

Fu uno dei Busby Babes, gruppo di giovani calciatori lanciati da Jimmy Murphy e allenati appunto da Matt Busby (tra cui anche il futuro idolo Bobby Chartlon), i quali costituirono un ciclo vincente in patria, prima della disgrazia.

Nella sua carriera può annoverare anche il titolo di capocannoniere nella First Division ottenuto nel 1959/60 con la bellezza di 32 reti.

 

La bandiera del Norimberga

Heinz Stehl: è lui il nome a cui si legano gli ultimi grandi successi del Norimberga, ormai risalenti ad oltre mezzo secolo fa.

Con la squadra tedesca, infatti, vinse due campionati, rispettivamente l’ottavo e il nono (e finora ultimo) della società.

Ha dedicato l’intera carriera al club, trascinandolo fino ai quarti di finale di Coppa dei Campioni nel 1961/62 (persi contro i futuri campioni d’Europa del Benfica di Eusebio), anno in cui si laureò, per l’appunto, re dei marcatori.

L’anno dopo sfiorò un’altra grande impresa europea, arrivando in semifinale di Coppa delle Coppe, uscendo contro l’Atletico Madrid, la quale ribaltò la sconfitta patita in Germania all’andata.

 

Tra Mazzola e Puskas

Nell’anno della prima Coppa vinta dalla “Grande Inter” di Herrera, con 7 reti in vetta alla classifica cannonieri, oltre ai fenomenali Mazzola e Puskas, si piazzò lo jugoslavo Vladica Kovacevic, sconosciuto al grande pubblico ma autentico trascinatore del Partizan Belgrado: segnò una valanga di reti negli anni ’60, contribuendo a riportare il titolo di campione nazionale dopo 12 anni dall’ultimo trionfo, e aprendo un ciclo vincente di quattro titoli in cinque anni.

Il punto più alto lo toccò, però, proprio nell’edizione della Coppa Campioni 1963/64, fermando la corsa proprio contro i futuri campioni ai quarti di finale.

 

Gli altri portoghesi: i Josè

Quando si pensa al Benfica degli anni ’60, tutti gli appassionati evocano un solo nome: Eusebio. Il suo ruolo per il club lusitano e per l’intero gioco del calcio ha in parte oscurato i suoi compagni di reparto, Josè Aguas e Josè Torres, i quali sono stati tra i più prolifici attaccanti della storia portoghese.

Il primo, in particolare, fu capitano della squadra che vinse le due Coppe nel 1960/61 (con 11 reti ne fu il bomber) e nel 1961/62, segnando in entrambe le finali, primato di cui neanche la Pantera nera può fregiarsi.

Vinse inoltre cinque volte la classifica marcatori in patria.

Josè Torres, invece, vincerà il titolo di cannoniere insieme al celeberrimo compagno di squadra nel 1964/65, nella finale persa sotto il diluvio di San Siro contro l’Inter (rete di Jair).

Entrambi possono vantare, ovviamente, numerosi titoli nazionali (tra campionati e coppe).

 

Il caso eclatante

La bellezza (o meno, dipende dai punti di vista) delle coppe è che basta indovinare una partita giusta per ottenere dei clamorosi successi, al contrario del campionato dove il premio è assicurato solo dalla costanza.

Fu così che, ad iscriversi nella storia dei capocannonieri della più grande manifestazione calcistica del Continente, troviamo Jurgen Piepenburg, attaccante che ha dedicato la sua carriera al Vorwarts Berlino (squadra che ha cambiato spesso sede, tanto che adesso si chiama Viktoria Francoforte, avendo sede nella città della Borsa teutonica).

Con la squadra della Germania Est, si laureò capocannoniere nella stagione 1966/67 insieme a Paul Van Himst (icona del calcio belga), segnando 6 reti, di cui ben 5 nel turno preliminare. La sua squadra, infatti, lasciò la competizione già al primo turno, ma il suo attaccante non venne superato da nessuno come numero di reti (solo raggiunto dal succitato centravanti dell’Anderlecht).

Una storia incredibile.

 

Il rock al potere

Stagione 1969/70.

Il mondo ha appena conosciuto Woodstock, lo storico festival che ha portato il genere rock ad un livello superiore.

Quando si sente parlare di Mick Jones, gli appassionati di musica lo associano immediatamente al celebre componente dei “The Clash”, straordinaria band punk lanciata negli anni a seguire.

Eppure, qualche anno prima dell’esplosione dei fenomenali musicisti britannici, l’omonimo inglese (all’anagrafe Michael David Jones) otterrà il titolo di capocannoniere con la maglia del Leeds, squadra che fu tra le migliori del Paese di Sua Maestà in quel periodo.

Una squadra che, inconsapevolmente, fu tremendamente rock.

 

- Ad un passo dall’Olimpo

La Grecia, a livello calcistico, non ha mai brillato esageratamente, eccetto il capolavoro compiuto agli Europei del 2004.

Ma trentatré anni prima, nella Coppa dei Campioni 1970/71, il Panathinaikos sfiorò l’impresa che avrebbe proiettato nella storia il calcio ellenico.

Giunta in semifinale, conquisterà il pass per l’atto conclusivo con una splendida rimonta ai danni dello Stella Rossa: dopo il 4-1 subito all’andata, serviva la partita perfetta. E ciò fu possibile grazie alla doppietta di Antonis Antoniadis (uno scioglilingua), che aprì la strada fino alla rete decisiva di Kamaras.

Antoniadis fu l’emblema di quella magnifica cavalcata, segnando 10 reti totali e divenendo l’unico greco a troneggiare nella manifestazione.

L’ostacolo verso la leggenda si chiamò Ajax e, soprattutto, Johan Cruijff, che iniziò il suo ciclo vincente proprio vincendo 2-0 contro gli ateniesi.

 

I grupponi

A volte, per entrare nella storia, può bastare non essere il migliore di tutti ma arrivare almeno allo stesso livello di altri.

E così che alcuni calciatori, in coabitazione con altri, possono fregiarsi del titolo oggetto dell’articolo ottenuto insieme a molti altri colleghi.

Le edizioni più “affollate” sono state quelle della stagione 1971/72, in cui assieme al Pallone d’Oro Cruijff, con 5 reti ottennero il titolo attaccanti “minori” quali Antal Dunai (Ujpest), Lou Macari (Celtic) e Silvester Takac (Standard Liegi); nel 1980/81, assieme all’immenso Rummenigge e a Charlie Champagne Souness, vinse il compagno di squadra di quest’ultimo, il probabilmente meno noto McDermott, con 6 centri; fu però memorabile quella disputata nel 1987/88, vinta dal Porto per la prima volta, in cui bastarono appena 4 reti per poter essere per sempre segnati nell’Albo d’Oro: di fianco a nomi noti quali Hagi e Michel, vinsero Ferreri (Bordeaux), McCoist (Rangers) e due componenti della squadra vincitrice, Aguas e l’algerino Madjer.

 

I sovietici

Dopo il dominio olandese, negli anni ’70 ci fu l’egemonia tedesca del Bayern, trascinata da Muller, centravanti stratosferico.

Vinse per ben tre volte di fila lo scettro di leader dei marcatori, ma nella stagione 1974/75 lo condivise con Edoward Margarov, attaccante dell’Ararat Yereven (squadra all’epoca sovietica, oggi armena), giungendo fino ai quarti di finale eliminato proprio dai bavaresi.

Fu l’unica squadra dell’attuale Armenia a vincere il campionato sovietico nel 1973, a cui lui contribuì con diverse reti.

Stesso destino anche per Viktor Sokol, che nel 1983/84 detenne il primato con 6 reti segnate guidando la Dinamo Minsk.

Nel suo caso, fu l’unica squadra bielorussa a vincere il titolo sovietico nel 1982.

 

- L’italiano di Svizzera

Sono quattro i calciatori italiani ad aver vinto la classifica marcatori della Coppa Campioni/Champions League: Altafini, Mazzola, Del Piero e Cucinotta.

Ebbene sì, se i primi tre sono nomi noti praticamente a chiunque, meno si può dire di Franco Cucinotta, originario della Sicilia, ma che dedicò la sua carriera interamente al calcio elvetico.

Nella memorabile stagione 1976/77, il suo Zurigo si spinse fino alle semifinali, eliminato dai futuri vincitori Reds.

Fu vicino a vestire la maglia del Varese, ma, a causa del regolamento dell’epoca, non riuscì mai a giocare nel suo Paese d’origine.

Vinse qualche coppa nazionale, ma la più grande soddisfazione rimase l’incisione del suo nome nell’elenco dei cannonieri europei, condividendolo con il solito Muller, siglando 5 marcature.

Dopo il ritiro, si trasferì per un periodo in Africa, prima di tornare in Europa lavorando nel settore finanziario.

 

I sussulti all’epoca di Nottingham

Sul finire degli anni ’70, si compì la favola del Nottingham, unica squadra che annovera nel suo palmares più Coppe dei Campioni che campionati nazionali.

In quel biennio (1978/79 e 1979/80) vinsero due calciatori semisconosciuti al grande pubblico: Claudio Sulser con 11 reti fece suo il trono, segnandoli con la maglia del Grasshoppers, squadra svizzera tra le più importanti del territorio; l’anno dopo fu la volta di Soren Lerby, danese tra i più forti di sempre, che riuscì a vincere pur non essendo un attaccante (agiva da centrocampista) e siglando la bellezza di 10 segnature con la maglia dei Lancieri.

Due annate magiche per due protagonisti non appariscenti.

 

- Il fratello Hoeneb

Uli Hoeneb è stato uno degli elementi cardine del Bayern vincitore di tutto negli anni ’70 e fu nella squadra vincitrice di Europeo e Mondiale della Nazionale teutonica.

Suo fratello, Dieter, ebbe meno fortuna internazionale, ma riuscì comunque ad ottenere il prestigioso riconoscimento di re della competizione nella stagione 1981/82, segnando 7 reti e perdendo la finale di Rotterdam contro gli sfavoriti dell’Aston Villa. Una ferita ancora non dimenticata per il club bavarese, superata solamente trent’anni dopo dalla clamorosa debacle casalinga in finale contro i Blues.

 

Lo svedese implacabile

Quando si pensa al Paese che ci ha estromesso dai Mondiali di Russia 2018, subito si pensa a Zlatan Ibrahimovic piuttosto che al mitico trio rossonero negli anni ’50.

Negli anni ’80, però, ci fu tale Torbjorn Nilsson, che fu un cannoniere devastante in patria e che riuscì ad ottenere anche qualche riconoscimento internazionale.

Con la maglia dell’IFK Goteborg, vinse due campionati e nel 1982 trascinò la squadra alla splendida cavalcata che permise alla prima svedese di vincere la Coppa UEFA, laureandosi cannoniere del torneo.

Nominato calciatore dell’anno in patria, nel 1984 fu incluso persino nella lista per il Pallone d’Oro e, nella stagione 1984/85 condivise il primato dei marcatori con Platini nella Coppa dei Campioni.

L’anno successivo fu top-scorer in solitaria sempre con 7 centri, sfiorando la grande impresa con la sua squadra, perdendo solamente ai calci di rigore in semifinale contro il Barcellona dopo che i blaugrana avevano rimontato il clamoroso 3-0 inflitto a domicilio dalla squadra scandinava.

 

L’anguilla di Karlovac

Borislav Boro Cvetkovic sarà probabilmente ricordato da alcuni sostenitori di Ascoli, Maceratese e Casertana.

L’attaccante serbo (ai tempi jugoslavo) visse infatti la seconda parte della carriera in Italia, disputando tre stagioni con i bianconeri tra A e B. Un terribile infortunio occorso nel 1991 lo ferma per un anno intero, impedendogli di proseguire la carriera ad alti livelli.

Scenderà fino alla Serie D con l’altra squadra marchigiana, contribuendo alla promozione in Serie C2 del club di Macerata.

L’ultima esperienza in Italia fu in Campania, nel 1993/94.

Prima di ciò, però, visse una prima parte di carriera in patria molto promettente, vincendo il titolo con la Dinamo Zagabria.

Passato alla Stella Rossa, giungerà all’apice nel 1986/87 divenendo il capocannoniere di Coppa Campioni, uscendo ai quarti di finale contro il Real Madrid.

Dai tifosi ascolani fu ribattezzato anguilla per i suoi movimenti sguscianti e pericolosi tra le difese avversarie.

 

Papin e i suoi compagni

Il centravanti francese vinse per ben tre volte consecutive la corona di re dei bomber della odierna Champions League, ma sempre in condivisione.

Nel 1989/90 con il celeberrimo Romario; nelle due edizioni successive, invece, lo condivise con due nomi meno noti.

Pacult, attaccante austriaco, segnò 6 reti con il Tirol Innsbruck; l’anno dopo, con 7 realizzazioni, fu il russo Juran a sedersi di fianco al monarca francese di quegli anni.

 

- L’eredità di Papin

Al termine della stagione 1991/92, Papin lascerà Marsiglia per unirsi al Milan di Capello ma, contro i favori del pronostico, i rossoneri perderanno la finale proprio contro il club francese, trascinata fino all’atto conclusivo dalle 5 reti messe a referto da Franck Sauzée, centrocampista offensivo, il quale lascerà proprio in quella stagione l’OM per trasferirsi un anno all’Atalanta, in cui non riuscirà a lasciare un impronta positiva, anzi, terminò la stagione con la retrocessione in cadetteria.

 

Il calciatore oceanico del secolo

In molti si sarebbero potuti aspettare che alla voce calciatore oceanico del secolo potesse comparire il nome di Mark Viduka o Harry Kewell, i più grandi talenti australiani di sempre.

E invece, fu eletto nel 2001 come miglior calciatore del secolo trascorso del Nuovissimo Continente un neozelandese, Wynton Rufer.

Militò in diversi campionati, ma la parentesi più bella la visse nella prima metà degli anni ’90 con il Werder Brema, vincendo la Bundesliga del 1992/93 più due Coppe di Germania e due Supercoppe.

Nel 1993/94 fece sua la classifica marcatori più prestigiosa insieme a Koeman, segnando 8 reti.

Ottenne una enorme soddisfazione in campo internazionale nel 1991/92, conducendo la squadra tedesca alla vittoria della Coppa delle Coppe, segnando il definitivo 2-0 in finale contro il Monaco.

Curiosità: nasce come portiere, per poi cambiare ruolo.

A Brema ancora ringraziano…

 

E infine…

L’ultimo protagonista di questa interminabile carrellata è Milinko Pantic, capocannoniere nella stagione 1996/97 con i Colchoneros.

A parte brevi parentesi in Slovenia e Francia, la sua carriera fu divisa tra Partizan, Panionios e, appunto, Atletico Madrid.

Fu uno dei protagonisti del penultimo titolo di Spagna vinto dalla squadra madrilena, 18 anni prima del capolavoro compiuto da Simeone.

 

Come anticipato, storie di questo genere sono ormai quasi impossibili da realizzare o, perlomeno, difficilissime.

Ma nella storia mai dire mai…