Una partita come quella tra Inter e Napoli era attesa da tutti: dagli juventini, che speravano in un risultato positivo dei nerazzurri per allontanare una pericolosa rivale dalla corsa scudetto; dai napoletani, per battere una potenziale rivale per il secondo posto; dagli interisti, per dare un segnale importante per il prosieguo della stagione; dagli appassionati di calcio, perché si trattava comunque della sfida tra la seconda e la terza classificata.

Si poteva parlare di calcio, si doveva parlare di calcio. E invece no, purtroppo. Un risultato pesantissimo, come la vittoria contro il Napoli, e il gol decisivo e importante di Lautaro Martinez, sono tutti passati in secondo piano, perché sfortunatamente qualcuno è riuscito ad offuscare tutto questo: un'altra categoria di individui, apparentemente invisibili eppure al tempo stesso percettibili, che non fanno parte della società nerazzurra. Questi individui sono gli ultras.

Gli ultras, come loro stessi amano definirsi, sono "custodi di una fede". Senza inoltrarsi troppo nel campo della teologia e della semantica, non è semplice indicare una definizione univoca di fede, che può sintetizzarsi, in ambito sportivo, nell'attaccamento ad una squadra. La fede calcistica nasce solitamente da piccoli, innanzitutto guidata da altre persone, e che poi evolve, divenendo una cosciente accettazione della fazione amata e che, paradossalmente, può portare anche a scegliere una squadra completamente differente da quella originaria. Diviene un attaccamento che ti fa soffrire, che ti fa gioire, che ti fa piangere di tristezza e di rabbia in caso di una sconfitta cocente o che ti fa lacrimare di gioia al culmine di una grande vittoria. Questa è la fede calcistica, e, proprio come i credenti religiosi, solo chi crede può capirla, solo un tifoso può capire un altro tifoso, chi non tifa non può comprendere appieno questo fenomeno. Ma quello accaduto ieri, non sfocia nel tifo, ma in una degenerazione di esso, nella sua più nefasta applicazione. Proprio come nella Politica di Aristotele il famoso filosofo analizzava delle forme di stato individuandone la successiva degenerazione, anche per quanto riguarda la religione e il tifo calcistico esiste una forma deviata: il fanatismo. Il fanatismo è un qualcosa che va oltre la semplice fede, e porta a dei gesti irrazionali, sovente violenti, sino ad arrivare alla prevaricazione anche violenta sull'avversario o su quello che viene identificato come nemico. Il tifoso fanatico non avrà alcuna difficoltà a usare violenza su un tifoso della fazione avversa, ma non perché gli abbia direttamente fatto qualcosa di male, ma solo in virtù di quel che rappresenta: uno che non la pensa come lui. Ogni strumento è lecito per ottenere la supremazia, comprese le botte, i pestaggi, armarsi di spranghe o divellere tombini per poi scagliarli contro gli avversari, per poi arrivare, nel suo climax ascendente degenerativo, a causare una sorta di furia cieca che lo porta a rompere vetri, prendersela con persone innocenti, sino ad arrivare all'omicidio. In tutto questo non si sta parlando di calcio, ma solo di violenza fine a se stessa.

Esattamente come in una guerra, ci sono naturalmente le alleanze. E se può sembrare eccessivo parlare di guerra, basterebbe solo guardare le immagini di ieri, dove a scendere in campo vi è stata una "triplice alleanza" di ultras: quelli dell'Inter, quelli del Varese, e addirittura quelli francesi del Nizza, tutti uniti da una comune intesa, quella di fare quanto più danni possibili contro i tifosi napoletani. La vittima di ieri era proprio un ultras del Varese, una squadra che neppure doveva giocare la sera, e che difendeva i colori nerazzurri proprio come i mercenari difendono coloro che pagano il loro ingaggio. In tutto questo non si sta parlando di calcio o di tifo, ma, ancora una volta, solo di violenza fine a sè stessa. Che non ci si permetta di associare uno sport a quel che è avvenuto fuori dallo stadio, perché quello non è certamente identificabile nello sport come poteva intenderlo De Coubertin. Non vi è rispetto per l'avversario, non vi è fair play, ma solo violenza. Una vergognosa, inutile, antisportiva e vigliacca violenza, compiuta nel nome dello sport. 

Basterebbe solo questo, basterebbe la violenza fisica a definirli, ma quello era solo l'antipasto, un pre-gara per scaldarsi, perché il vero clamore mediatico lo ha suscitato quel che poi è accaduto durante la partita, ovvero quando questi individui hanno bersagliato Koulibaly, giocatore franco-senegalese del Napoli. Si potrebbe pensare a molti motivi: forse perché stava giocando bene? No, stava giocando benissimo, ma non è per questo. Per un fallo violento? Neppure per questo. E allora per cosa? La risposta è tanto semplice quanto amara: perché è nero. Si potrebbe pensare a un fatto avvenuto nel 1618, nel 1718, forse anche all'epoca delle leggi fascistissime, e invece il tutto è avvenuto a ridosso del 2019. In un mondo sempre più globale, sempre più coeso e in grado di abbattere le barriere della distanza, si devono ancora registrare episodi di una simile, anacronistica ignoranza. Inutile stigmatizzarla, inutile sminuirla o ridurla a fenomeno di costume: questa è una piaga, una autentica piaga sociale. E quel che farebbe ancora di più sorridere è immaginare queste persone mentre calzano delle Air Jordan ai piedi, o mentre seguono una partita di basket ammirando la giocata di un cestista di colore, o mentre ascoltano musica hip-hop di Snoop Dogg o di 50 Cent con trasporto. 

Esempi come questi potrebbero non verificarsi? Non c'è problema, il Dio del Calcio ha pensato, nella sua consueta e tipica ironia, anche a questo, mettendo Asamoah, giocatore non propriamente bianco viste le sue origini ghanesi, proprio al centro della porta al minuto 88 del secondo tempo, salvando l'Inter da un gol che avrebbe potuto comportare una sconfitta cocente. Sarebbe stato davvero impagabile vedere quegli stessi individui, che facevano il verso della scimmia nei confronti di Koulibaly, spellarsi le mani per applaudire un nero che ha salvato la loro squadra del cuore. Sarebbe stato appagante cogliere magari in alcuni di loro un qualche imbarazzo, ripensando a come avevano trattato qualche minuto prima il difensore del Napoli e rendersi conto di trovarsi in ponte, con le mani pronte ad applaudire ma che si fermano a mezz'aria. Sarebbe bastato anche solo questo per smontare agli occhi dell'opinione pubblica individui come questi. Sarebbe stato ironicamente divertente vedere magari i sensi di colpa in alcuni di loro, nel vedere un giocatore nero salvare l'Inter da quello che poteva essere l'inizio di un periodo nero, e che li avrebbe resi a dir poco neri dalla rabbia. Per fortuna qualche minuto dopo Keita, non certo di carnagione eburnea, ha fornito l'assist per il gol di Lautaro Martinez, che finalmente può lasciare alle spalle il suo personale periodo nero. L'ennesima dimostrazione che, anche in una partita tirata come quella di ieri, non si deve sempre vedere tutto nero.

Già, Asamoah e Keita hanno decisamente contribuito per la vittoria finale. Ma non sono stati gli unici neri nell'Inter. Forse qualcuno potrebbe ricordare un certo Samuel Eto'o, decisivo per le sorti del triplete. Qualcuno potrebbe ricordare le capriole del canterano Obafemi Martins. Qualcuno dalla memoria di ferro potrà certamente ricordare Ince, West, Dabo e Angloma. Qualcuno con la vena più ironica potrà ricordare un nero con una dichiarazione d'amore per i nerazzurri nel cognome: Aron Winter. Eppure, nonostante tanti giocatori di colore, e tanti altri ce ne sarebbero, Koulibaly è stato beceramente insultato per il colore della sua pelle. Quindi, un nero è tale solo se lo si ha come avversario. Deve essere una questione di diottrie, o più semplicemente, di solare ipocrisia.

Qualcuno dovrebbe ricordare anche loro che tifano per una squadra che porta, come colori sociali, non solo l'azzurro, ma anche il nero, colore per il quale applaudono e inneggiano anche nei loro cori. "Nerazzurro è il colore che amiamo, nerazzurro è tutto per noi". Se si ama il nero della maglia, allora lo si deve rispettare anche se lo si ritrova sulla pelle dell'avversario. Dare contro a un giocatore che porta lo stesso colore del cinquanta per cento di quelli sociali è un controsenso evidente.

Ma soprattutto, questi individui, che si definiscono guardiani di una fede, che si definiscono addirittura tifosi dell'Inter, forse non conoscono un paio di cose sulla loro stessa società. Ad esempio, che Inter è l'abbreviazione di Internazionale. E perché si chiama Internazionale ce lo dicono direttamente i padri fondatori: "Nascerà qui al ristorante "L'orologio", ritrovo di artisti, e sarà per sempre una squadra di grande talento. Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l'azzurro sullo sfondo d'oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo". Il nero è inteso come notte splendida, perché splendida doveva essere la squadra che avevano in mente. Ma soprattutto, i soci fondatori esplicitarono chiaramente che gli interisti sono fratelli del mondo. E parliamo del 1908, non del 2018: le conquiste sociali per le persone di colore ancora erano ben lontane dall'essere ottenute.

Voi che con i vostri insulti avete macchiato i 110 anni dell'Inter, voi che con i vostri "uuh uuh" avete infangato la storia stessa del club che sostenete di tifare, voi che con i vostri scimmiottamenti impedirete a tifosi nerazzurri incolpevoli di andare a vedere le prossime partite dell'Inter, voi che avete sputato sulla memoria di Muggiani, Paramithiotti e su tutti i padri fondatori dell'Inter e dei suoi colori, voi che con la sanzione delle porte chiuse vi crederete importanti e decisivi, quando invece siete riusciti solo a rovinare una vittoria fondamentale per la stagione, avete l'animo più nero di Koulibaly. 

E di tifosi come voi, l'Inter e gli interisti faranno volentieri e con gioia a meno.