"Fino a quando gli uomini ti lodano, si può essere sicuri che non si è ancora sul proprio vero cammino, ma su quello di qualcun altro." - Friedrich Nietzsche

Essere considerato una promessa è un sogno per qualsiasi giovincello amante del pallone. L’essere visto come un prossimo fuoriclasse, un possibile “crack”, come si dice in gergo sempre più spesso. Un marchio che però deve essere biodegradabile, scolorire col tempo, polverizzarsi nel giro di due, massimo tre stagioni da professionista. Un po’ come il bozzolo di una crisalide, che da bruco smunto, sta per tramutarsi in una farfalla dai colori sgargianti. Se ciò non avviene, la definizione di promessa si fa d’improvviso pesante e, più passa il tempo, più diviene indesiderata. Il calcio è infatti più pieno di promesse rimaste tali, che di campioni sbocciati. La nomea di crack, di giocatore che stupisce e convince, è un’arma a doppio taglio. Da mera definizione calcistica, può assumere i toni lugubri del suo alter-ego utilizzato in ben altri ambiti, lontani da quello sportivo. L’essere un crack può portare con sé il triste destino dell’assuefazione, una droga in grado solamente d’ingannare, di illudere, chi l’assume e chi lo osserva. Si può essere infatti un giocatore medio, un portatore d’acqua, un gregario perenne e vivere una carriera serena. Chi invece ha delle aspettative sulle proprie spalle, non ha altra possibilità se non quella di diventare un fuoriclasse. Essere straordinari oppure sparire, non c’è via di mezzo. 

Il vorace demiurgo dell’aspettativa ne ha falciate parecchie di giovani promesse. Pato, Cassano, Adriano, Macheda, Diego. A elencarle, non si finirebbe mai. Questo perché il calcio è una religione messianica, sempre in attesa del nuovo fenomeno, del prossimo salvatore dello spettacolo. Un credo che vede nel giovane talento il figlio del dio calcio, il quale appare spesso sui campi delle più disparate nazioni e categorie. Pensare che una volta, decenni fa, bastava essere dotato di passaporto brasiliano, saper palleggiare con un’arancia e correre sulla sabbia, per essere il nuovo erede di Zico e Falcao. Oggi le cose non sono poi cambiate così tanto, anzi non sono cambiate per niente. Perchè, esattamente com’era un tempo, la religione del calcio sempre alla ricerca del nuovo messia, si ritrova sempre a fare i conti con schiere sterminate di incolpevoli falsi profeti. L’ultimo di questa sconfinato elenco è un certo Jésus Joaqùin Fernandez de la Torre, in arte Suso. 

Nato a Cadice, città che si affaccia sull’Atlantico oltre le colonne d’Ercole, Jésus cresce nella squadra della sua città. Piccoletto, sbarbato e con il viso stranamente sempre ingrugnato per uno spagnolo, cresce con l’aspirazione di diventare un buon regista. La sua caratteristica più apprezzata è decisamente quella di saper tenere il pallone, nonché una discreta visione di gioco. Per questi suoi talenti, viene notato dal Liverpool ad appena diciassette anni. Nelle giovanili dei Reds cresce per due stagioni sino a che, il 29 settembre 2012, viene chiamato in prima squadra, nella partita contro il Norwich City. Il destino sembra essere dalla sua parte, si dai primi minuti di calcio professionistico. Gli bastano infatti pochi minuti, per servire il suo primo assist in carriera, che porta al gol del compagno Luis Suarez. Data la buona prova dimostrata, il Liverpool lo schiera ben quattordici volte, ma la concorrenza è troppo forte per poterlo crescere con continuità. Viene così ceduto all’Almeria in prestito, dove però l’allenatore lo convince a cambiare ruolo.
Da centrocampista puro, viene spostato sulle fasce, alternandosi tra linea mediana ed attacco. Il risultato non è dei migliori, ma i Reds credono fortemente in lui, tanto che lo riportano a casa sperando di poterlo utilizzare al meglio. Un infortunio all’inguine si frappone tra i suoi desideri e quelli della sua squadra.
Nonostante una stagione incolore, viene notato da Adriano Galliani, AD del Milan, che lo strappa agli inglesi per una cifra complessiva di 1,30 milioni. Suso giunge così in Italia, scoprendo però di non essere semplicemente un giocatore di belle speranze, ma una vera e propria promessa. I primi allenamenti con la maglia rossonera lo mettono sotto una buona luce, ma i risultati sul campo sono scarni. Riaccade così quanto avvenuto in precedenza col Liverpool. Appena un anno dopo il suo arrivo a Milano, viene ceduto in prestito sulla piazza meno prestigiosa del Genoa. La stagione che ne verrà, sarà forse il momento più topico della sua carriera. 

All’ombra della lanterna, Jésus spera di dimostrare realmente il suo valore. E, in effetti, i risultati sembrano essere dalla sua. Primo gol in Serie A, contro il Palermo; tripletta contro il Frosinone; doppietta nel derby contro la Sampdoria. In tutto, chiude la sua esperienza rossoblu da titolare, sei reti e un assist. Un buon biglietto da visita per i suoi proprietari, i quali lo riaccolgono a braccia aperte, sicuri che la promessa sia pronta ad esplodere. Premesse rispettate, almeno in apparenza. Con Montella Suso appare brillante, il centro nevralgico del gioco rossonero, unico vero insostituibile. L’apice viene infatti raggiunto il 20 novembre 2017: nel derby, Suso segna una doppietta. Sembra veramente il bozzolo della crisalide si stia per schiudere, ma come a volte capita, le difficoltà sono dietro l’angolo. Segnare in un derby è infatti qualcosa di esplosivo e, come tale, può essere pericoloso. Da una parte, si entra nella storia della stracittadina più importante e più storica d’Italia; dall’altra, si alza l’asticella delle aspettative. Asticella che, da quel momento, la giovane promessa di Cadice non riuscirà più a raggiungere. La storia che segue, vede infatti una parabola sempre più discendente per la carriera di Suso. Sebbene ancora giovane, le sue prestazioni paiono scemare col tempo. La sua centralità nei progetti dei vari Montella, Gattuso e Giampaolo, lo mette nel mirino della tifoseria. L’immagine di giocatore che parte spumeggiante, si perde e finisce benino, gli viene affibbiata dopo le due stagioni targate prevalentemente Rino Gattuso. Anche dopo l’addio del tecnico calabrese, viene rimesso sul trono di insostituibile da Marco Giampaolo, ma le sue prestazioni deludenti portano il tifo sul piede di guerra nei suoi confronti. Il “Susocentrismo”, come viene ribattezzata la tendenza alla sua titolarietà, ha stancato. La promessa del ragazzino di Cadice è finita. Le colpe che gli si affibbiano sono quelle di essere prevedibile, di saper fare pochi movimenti, di rallentare la squadra e persino di peccare di egoismo. Per la società è un giocatore che potrebbe portare una plusvalenza piena, ma nessuno si presenta alla porta del Milan per richiederlo. La cifra di quaranta milioni, clausola rescissoria posta sul suo contratto, è troppo elevata. E più passa il tempo, più il suo addio da Milano pare farsi certezza. 

Nato promessa, cresciuto nella speranza, Suso è forse giunto al punto più basso della sua carriera. Non solo le aspettative di campione, nonostante la giovane età, sono oramai tramontate, ma persino l’affetto del paziente pubblico milanista si è esaurito. Suso viene visto come causa di tutti i mali, a torto o a ragione, e nessuno riesce più a vederlo come giocatore su cui puntare, allenatori a parte. Per alcuni, Jésus è solo un giovane amante del pallone, uno che giocherebbe sempre, ma senza pressioni. In allenamento dà tutto, perché adora questo sport, ma in campo non mette la giusta cattiveria per vincere. Con l’arrivo di Pioli, il suo destino di eterno titolare sembrava certo, ma qualcosa pare si stia muovendo in quel di Milanello. A gennaio, Suso potrebbe partire per alleggerire il bilancio della stagione in corso. Secondo alcune voci potrebbero addirittura bastare una ventina di milioni, per accontentare la dirigenza. Inoltre, la stessa squadra di Pioli, portata a verticalizzare rapidamente, non vedrebbe di buon occhio uno che ama rallentare l’azione. Motivi questi che dunque darebbero l’impressione che Suso stia per ricevere il foglio di via. Dove andrà, questo è ancora un mistero, ma difficilmente entrerà nel mirino di grandi club. Di certo, il Milan non lo cederà in prestito, in quanto non servirebbe a nessuno, giocatore compreso. La cosa che conta è che se Suso dovesse varcare in uscita i cancelli di Milanello, sarà la fine di un’era, seppur breve, in cui un giovane provenuto dalla lontana Cadice giunse per spaccare il mondo, ma che invece se ne andò spaccato dentro. Guardandosi indietro forse, quando gli insulti e i cori negativi saranno scemati, con un filo di voce dirà a sé stesso che era solo un ragazzo che voleva giocare a calcio. E maledità il giorno in cui, qualcuno a Cadice, lo additò apostrofandolo come promessa. 

"Le lodi sono delle frecce, la cui piccola punta d'oro è bagnata nel veleno" - Christian Bobin