Il quarto cannoniere di tutti i tempi su scala mondiale. Meglio di lui soltanto il suo connazionale Pelè, Puskás e l’austriaco Bican, uno che segnò gol a grappoli nell’Europa dell’Est fra una guerra e l’altra (ma anche dopo). Il lui in questione si chiama per esteso Romário de Souza Faria ma il mondo lo conosce, in modo sintetico, come Romario. Negli ultimi 30 anni, nessuno tra gli attaccanti brasiliani ha segnato più di lui, nemmeno Ronaldo, tantomeno Bebeto. Probabilmente è l’unico giocatore moderno e contemporaneo che potrebbe giocare nella Nazionale brasiliana 1970, grazie all’ipotetico uso della macchina del tempo. Esistono stereotipi e luoghi comuni sugli abitanti di Rio de Janeiro. Sono dipinti come festaioli, indolenti, permalosi, rompicoglioni. Ma anche, a loro modo, sensibili e generosi, con una predisposizione a confondere l’essere sinceri con la brutalità nell’esprimersi. Ebbene, questi stereotipi Romario li impersona tutti, dal primo all’ultimo.

BRASILIANO ATIPICO MA MOLTO BRASILIANO. Romario nasce il 29 gennaio del 1966 a Rio de Janeiro. Tanto per mantenere fede a uno stereotipo, fin da piccolo sogna di diventare un calciatore perché è brasiliano, poi perché è carioca e soprattutto perché sente di avere quella qualità nel sangue. Per molti una simile esternazione equivarrà a dire che “di mamma ce n’è una sola” e che “non esiste più la mezza stagione”, ma nel caso specifico c’è poco da fare: ha ragione lui. Non sarà alto e potente, ma scaltro e preciso senz’altro sì. Fin da piccolo. E fa anche tanti gol. Fin da ragazzo è un tipo un po’ guascone e le sue promesse suscitano talvolta l’ilarità dei compagni. Tanto per dirne una, a 20 anni giura solennemente che nella sua carriera di professionista farà 1000 gol come Pelè. All’inizio qualcuno ride, anni dopo c’è chi comincia a fare due conti e si accorge che c’è poco da stare allegri, specie per chi fa il difensore. Sul piano del carattere Romario è brasiliano al 200% ma come calciatore è un carioca atipico.

A SUON DI GOL. Non cerca la giocata a tutti i costi, anche se ne è perfettamente capace. Ha più che altro la sindrome compulsiva del gol, non importa come la realizzazione maturi. Al di là della forma, la praticità viene prima di tutto e non c’è un pensiero al mondo meno brasiliano di questo. Dopo essersi fatto le ossa nell’Olaria a suon di gol, a 19 anni debutta con il Vasco da Gama nel campionato carioca. Con la squadra fondata dagli immigrati portoghesi e che va in campo con la Croce di Malta sulla maglia, vince due volte il titolo (1987 e 1988), laureandosi capocannoniere con una media realizzativa altissima: quasi un gol a partita. Quando i presupposti sono questi, le porte della Seleçao si aprono presto, perché passare inosservati è davvero impossibile. Partecipa alla Copa América del 1987 e alle Olimpiadi di Seul l’anno successivo, al termine delle quali il Brasile del calcio arriva secondo.

L’EUROPA CHIAMA. Lo chiamano Baixinho (tappetto) perché è basso e tarchiato, ma la sua velocità lo rende imprendibile, specie negli spazi stretti. Al Vasco fa coppia con un altro bomber straordinario: Roberto Dinamite. Se Romario è il quarto bomber assoluto di tutti i tempi, Roberto Dinamite è il quinto. Le unità di grandezza sono queste. Ma la società ha problemi economici, dunque fare cassa diventa una necessità imprescindibile. Nell’estate dell’88 Baixinho va così a giocare in Europa. Per l’esattezza al PSV Eindhoven, la squadra del colosso tecnologico della Philips, detentrice della Coppa Campioni. Molti pensano che la sola vista della neve farà venire all’attaccante un’incontenibile saudade e che, come la neve, si scioglierà presto. In campo lui invece smentisce tutti. Non è certo uno stacanovista, gli allenamenti saltati si sprecano, ma senza il bassotto d’area di rigore vincere è molto più complicato. Del resto, non è mica colpa sua se non ha bisogno di allenarsi per poi fare sfracelli in campo. Per tre anni consecutivi Romario è il capocannoniere del campionato olandese, per altrettante volte con lui il PSV è campione d’Olanda. Bobby Robson, che lo allena dal 1990, fa una disamina perfetta del campione. In una frase sono racchiusi tutta la grandezza e i limiti di un bomber che la mette sempre dentro: “Un giocatore entusiasmante, capace di svoltare un match in qualsiasi istante, ma poteva anche scomparire dal campo. Inoltre, spesso faceva tardi la sera prima di partite importanti”. C’è chi in quegli anni lo avvicina per tipologia a Hugo Sanchez, l’attaccante del Real Madrid, ma alcuni sono convinti che Baixinho sia anche più bravo. Difficile dire. C’è soltanto un modo per fare un confronto vero: farli giocare entrambi nella Liga. Nell’estate del 1993 il Barcellona di Crujiff si assicura le prestazioni di Romario affiancandogli una punta simile a lui per moltissimi aspetti, tecnici e caratteriali. Il bulgaro Hristo Stoichkov. Risultato: scudetto e finale di Coppa dei Campioni, poi persa contro il Milan di Capello. Ma gli occhi dei brasiliani, nella speranza di vincere il Mondiale 1994, sono tutti su di lui. Del resto, è giusto. Chi vuole paragonarsi sul serio a Pelé deve vincere almeno una volta ciò che O’Rey ha vinto. Altrimenti è solo un chiacchierone da bar dello sport.

CAMPIONE DEL MONDO. Il Brasile di Parreira non concede molto allo spettacolo ed è molto attento alla fase difensiva, ma davanti può vantare una coppia di attaccanti di livello assoluto: accanto a Romario gioca Bebeto, bomber del Deportivo La Coruna, la squadra che quell’anno ha conteso lo scudetto al Barcellona fino all’ultimo. Romario segna nelle tre partite del girone. Agli ottavi contro gli Stati Uniti è Bebeto a risolvere i problemi, ma Baixinho ritrova la via della rete contro Olanda e Svezia. Con la vittoria contro l’Italia ai rigori, dopo 24 anni di astinenza il Brasile è tetracampeão. Nei primi giorni del 1995 Romario decide di tornare in Brasile, anzi a Rio.

OGGI QUI, DOMANI LI’. Tutti si aspettano una rimpatriata al Vasco e invece a spuntarla sono gli odiati rivali del Flamengo. Vince il campionato statale di Rio nel 1996 e il titolo di capocannoniere con 26 gol. Poi torna in Spagna, stavolta al Valencia, per 19 miliardi di vecchie lire. Segna 14 gol in 20 partite, ma nell'estate 1997 arriva l'allenatore Claudio Ranieri e il bomber decide di fare le valigie. Dopo anni di spola fra Rio de Janeiro (sponda Flamengo) e Valencia, nel 2000 a 34 anni, la rimpatriata che ormai non ti aspetti più, finalmente accade. I tifosi del Vasco da Gama possono riabbracciare il loro Baixinho. Passano gli anni, cambiano le latitudini ma il vizio è sempre lo stesso: gol a ripetizione. Seguono anni di altre infinite peregrinazioni: quelle di Romario sono esperienze a loro modo profonde, perché ovunque vada convince, ma lui non mette mai radici. Gioca fino al 2007. Ritiene di aver segnato il suo gol numero 1000 e decide di smettere. In realtà ne ha segnati 546 ufficiali. Con la Seleção Romario conta 55 gol in 70 partite. Niente male. Con un po’ più di costanza negli allenamenti ne avrebbe fatti anche di più, ma sarebbe stato un altro, non lui: Non sono mai stato un atleta. Se avessi avuto una vita regolare avrei segnato molti più gol, ma sarei stato meno felice”.

L’ONOREVOLE ROMARIO. È proprio la ricerca della felicità la chiave di lettura di un personaggio complesso come Romario. Godereccio e pieno di vita ma con un’aria eternamente torva, incazzata. Individualista in campo ma di grande sensibilità verso i fenomeni sociali. Egoista in area di rigore (per un attaccante come lui sarebbe difficile non esserlo), generoso fuori dallo stadio. Portato alla leadership ma pronto a fare spogliatoio al pari degli altri, quando serve. Il modo migliore per esprimere un caleidoscopio di sentimenti e di stati d’animo in apparente contrapposizione è darsi alla politica. Alle elezioni del 2010 Romario si presenta nelle fila del Partito Socialista Brasiliano. Non ha esperienza, anzi alla presentazione della sua candidatura sbaglia perfino il nome del partito generando una certa ilarità e le sue prime dichiarazioni sono piuttosto vaghe. Forse l’antipolitica prolifera anche in Brasile, tant’è che a sorpresa il suo nome funziona. Romário de Souza Faria risulta il sesto candidato più votato nello Stato di Rio de Janeiro e viene così deputato. In Parlamento, “l’onorevole Baixinho” dimostra di aver a cuore le sorti dei brasiliani ma soprattutto è un uomo alla ricerca della verità. Denuncia senza mezzi termini lo sfruttamento e gli abusi che ritiene si nascondano dietro il carrozzone della FIFA. Non si fa problemi a denunciare il Presidente della Federcalcio Martin, accusato di aver ordinato l’uccisione del giornalista Vladimir Herzog durante gli anni della dittatura. Si dimostra, insomma, un deputato coraggioso e sinceramente vicino ai suoi connazionali, non uno che sta lì tanto per guadagnarsi lo stipendio, del quale peraltro non ha bisogno. Quando si è bomber si può fare gol anche da uno scranno.

Diego Mariottini