Ogni volta che la Roma perde una partita come quella di Udine, muore un piccolo Zeman e nasce un piccolo Allegri.

Se c'è una squadra in serie A che ha dimostrato di essere spesso in grado di produrre calcio piacevole quella è senz'altro la Roma. Ma abbiamo imparato, ormai più o meno tutti, che il desiderio di esprimere calcio godibile, a meno che tu non ti chiami Iniesta Xavi e riesci a tenere la partita in una magica dimensione di possesso prolungato e inattaccabile, riserva talvolta cattive e infelici sorprese

Una trappola, quasi sempre in concomitanza di un successivo turno di Champions. Era questo l'ologramma proiettato dal volto scuro di Di Francesco nel post partita. Espressione opposta a quella fiduciosa della conferenza del pre in cui, forse per finta forse no, sottolineava che la partita più importante delle prossime tre sarebbe stata questa con l'Udinese. Snobbare Real e Inter non era certamente il suo primo fine; semmai l'obiettivo era tenere alta la concentrazione, in un impegno la cui difficoltà sarebbe derivata non tanto dal valore tecnico - inferiore - dell'avversario, quanto dall'arrivo di Nicola e dalla voglia di girare pagina dei friulani. Cosa che riesce spesso alla prima giornata di un nuovo corso quasi in ogni club.

Il calcio è una cosa semplicedice sempre Mr. Allegri. E ha ragione. Se segni e non prendi gol vinci. Quindi potremmo anche dedurne che se non segni e prendi gol perdi.  E con il possesso palla come la mettiamo? Oggi la Roma ha ampiamente vinto sul dato. Ma gli spazi intasati e la densità difensiva di un'Udinese più attenta a non concedere che a proporre, come sarebbe stato logico aspettarsi, hanno trasformato questa apparente superiorità in sterilità offensiva.

Non è un caso che la Roma abbia sempre offerto le migliori prestazioni di fronte ad avversari che propongono gioco e non rinunciatari, soprattutto in Champions. Il gioco semizemaniano o zemaniano semiserio, ottenuto con movimenti simili nella fase offensiva ma con una più attenta fase difensiva, riesce nello scopo quando gli esterni hanno la possibilità di esprimere tutto il loro talento e quando le verticalizzazioni  premiano i movimenti negli spazi attaccati. Oggi di spazi ce n'erano sicuramente ben pochi. 

Difficile non pensare alle parole di Allegri, che predica senza segni di stanchezza che se si vuole lo spettacolo il circo è più adatto rispetto al campo di gioco. Che poi bisognerebbe anche capire quanti preferiscano vincere giocando male e quanti perdere giocando bene. Se sia nato prima l'uovo o la gallina è impresa meno ardua, perché si entra nel campo dei bisogni e delle ambizioni. Tutto troppo relativo. Però si può però affermare, senza timore di essere smentiti, che una squadra che mira a traguardi importanti e vittoriosi, deve saper vincere anche a costo di giocar male. E la Roma, questo, ha dimostrato ancora di non saperlo fare.

 

Paolo Costantino