Sono seduto in questo luogo, giorno dopo giorno. I miei pantaloni cambiano colore con il passare delle stagioni, consumati dalle macchie e dal tempo. La mia barba è diventata una cara amica, fedele alleata, ha imparato a proteggermi il volto dal freddo e dagli sguardi indiscreti. Non ricordo quando sono arrivato in questo angolo di strada. Non lo ricordo e non mi interessa più. Le mie mani ieri forti e sicure, sono oggi tremanti rugose, immagino siano trascorsi anni.

La gente passando non mi vede neppure, sono vittima di quello che si potrebbe definire il complesso della trasparenza. Sono invisibile al punto che, a volte, temo mi si possa passare attraverso.
Io non esisto. Neppure il mio nome mi appartiene più. Sono arrivato a questo incrocio da un’altra vita, una vita che non mi sembra aver mai vissuto. Ne rimane un ricordo sbiadito, quasi un racconto fatto, in chissà quale occasione, da uno sconosciuto. Avevo una casa, una bella moglie, avevo due figli speciali, avevo un lavoro. Ho perso le fila. Non so bene come, tutto intorno a me si è lentamente, inesorabilmente, consumato, come un’illusione. Un giorno ho aperto gli occhi ed ho trovato il nulla. I miei errori, i miei silenzi, avevano cementato barriere tanto alte da creare un deserto sterile, disabitato, ostile.
Chi mi incrocia credo veda solo un ubriacone di mezza età: profondi occhi incavati; rughe marcate sulla fronte; la pelle incrostata dallo sporco e screpolata dal freddo. Forse tutto ciò che rimane di me è esclusivamente un involucro, consumato dalla vita. Ho scelto la bottiglia, non ricordo il girono preciso, l’istante esatto in cui ho compiuto la scelta, forse non è stata neppure una valutazione consapevole, ma c’è stato un momento, una frazione di secondo, in cui ho imboccato una strada senza ritorno.
Ho lasciato andare la mano di mia moglie ed ho afferrato la bottiglia. Mi è sembrato di non poterne fare a meno! Quel peso lacerante sul petto, la soffocante sensazione di non farcela, la paura di deludere chi mi amava, l’ansia di perdere tutto, di non avere più il controllo. Solo un bicchiere – mi dicevo – un bicchiere soltanto! Per sedare l’agitazione, far tacere i miei demoni. Sono finito a guardare il mondo attraverso il fondo di quel bicchiere. Una visuale ridotta, deformata, vuota. Quando ho sollevato lo sguardo, intorno a me tutto era mutato. Io stesso ero cambiato. Adesso, quando riesco a rimediare una manciata di spiccioli, mi regalo qualche ora di oblio, senza freddo, solitudine, paura. Per un brevissimo lasso di tempo tutto sembra più facile, più accettabile.

All’angolo tra via Cairoli e via Garibaldi, sotto i portici, sulla destra, la terza saracinesca dal semaforo, quella è casa mia. Sono seduto su quel marciapiede, giorno e notte, per non perdere il posto.
Un tempo in questo stesso luogo, c’era un tabacchino. Mi fermavo di tanto in tanto a comprare le sigarette, prima di andare in ufficio. Avevo ancora un lavoro. Calpestavo con indifferenza lo stesso gradino che oggi rappresenta il mio letto. Lo scalino, tra saracinesca e marciapiede, è ampio a sufficienza da consentirmi di dormire supino e di stendere le gambe. Ma nelle notti invernali è meglio stare raggomitolati, il freddo è un nemico terribile, penetra nelle ossa, non da tregua, impedisce di dormire, impedisce di pensare, assorbe ogni energia!
La mia vita è chiusa in un sacco di plastica nera, che porto sempre con me
Al suo interno: un sacco a pelo recuperato tra i rifiuti; una decina di pagine di giornale, che in inverno infilo sotto la maglia, per proteggermi dall’aria gelida; una sciarpa rossa, il primo regalo di mia figlia. Nel taschino, proprio all’altezza del cuore, una vecchia fotografia, ingiallita e malridotta. E’ stata scattata una domenica di primavera, sul lungomare. Quando la osservo mi sembra di respirare la brezza marina, di avvertire la salsedine tra i capelli, sulla pelle, di percepire i raggi del sole che mi scaldano il viso, di sentire le voci argentine di Monica e Luca che si rincorrono sulla spiaggia. Cerco di guardarla il meno possibile.
A volte il desiderio di riprendere in mano le redini della situazione, ripartire da dove tutto si è interrotto, tornare indietro è fortissimo. Allora chiudo gli occhi, immagino di infilare le chiavi nella toppa, sento il rumore del portachiavi che sfrega sulla porta. Ad accogliermi il tepore di casa mia, il profumo della cena sui fornelli, l’abbraccio distratto di mia moglie che mi saluta mentre continua a cucinare, la corsa dei miei figli che mi raccontano la loro giornata e si parlano sopra per avere la mia attenzione.
Poi apro gli occhi, la gente, intorno a me, continua a camminare indifferente. Troppi dolori, troppi errori, troppi anni. Quei giorni felici non mi appartengono più. Tornare indietro non è possibile. Ormai vivo qui, al 42R di via Cairoli, la mia casa è sul cartone che occupa questo marmo ingiallito. Rimango seduto e osservo le persone che, con passo deciso, incalzano la loro giornata, per arrivare prima, per fare presto, per guadagnare tempo. Come impiegano il tempo risparmiato con la loro corsa? I loro volti sono tesi, le fronti accigliate, i sorrisi forzati. Camminano con lo sguardo fisso al cellulare. Chi è più libero, io o loro? Osservo migliaia di storie passarmi davanti. Una ragnatela di volti che si intersecano, sovrappongono, annullano. Solo i visi dei bimbi mi rimangono impressi, i loro occhi grandi, sinceri che mi osservano con curiosità e dolcezza.

Come costruiamo la vita? Si tratta di casualità, scelta, destino? 
Esistono migliaia di possibilità, infiniti cammini che ci circondano, ci scelgono, ci cambiano. Ogni volto che mi passa davanti, anche il più banale, racconta una storia di scelte, tutti ne abbiamo una da raccontare, che merita di essere scoperta, ascoltata, vissuta. Pensieri, segreti da confidare, ricordi che scaldano il cuore, rimpianti che lasciano l’amaro in bocca. Facce di individui che non conoscerò mai. Quante persone sono entrate nella mia vita ed ho ingenuamente creduto di conoscere. Esistenze che ho sfiorato con la punta delle dita, senza riuscire ad afferrare. Non sono riuscito a trattenere nulla per me: ricordi, emozioni, attimi, tutto è sfumato.
Non si accede alla vita di qualcun’altro, per quanto si cerchi di entrare nel suo mondo, qualcosa sfugge, la visuale è sempre parziale, soggettiva, incompleta. Il mondo in continuo movimento. L’opinione che ci facciamo oggi, domani cambierà, basterà una parola, una confessione, un gesto, un evento. Sarebbe utile poter spiegare a coloro che mi passano attraverso, che ieri ero come loro. Metterli in guardia, ricordare loro di tenere stretto ciò che si ama. La loro prospettiva su di me è distorta dall’indifferenza, dalla lontananza. Ai loro occhi io non esisto. Chi si accorge di me, mi osserva con compassione, alcuni con terrore. Untore temibile, portatore malsano di infettiva infelicità.

La notte è il momento della giornata che preferisco. Sistemo i fogli di carta sotto il maglione, tiro fuori il sacco a pelo dal sacchetto di plastica, facendo attenzione a non farlo volare via, calo bene il berretto sulle orecchi. Mi copro e mi lascio trasportare dalla mente.
Di notte le persone si tolgono la maschera, rallentano. Al primo piano del palazzo di fronte, dalla finestra osservo i Bellini riunirsi sul divano e addormentarsi abbracciati, nella loro inconsapevole felicità.  Al piano superiore, il signor Bui passeggia avanti e indietro, tutta la notte, provato dalle preoccupazioni e dalla solitudine. Loro non mi conoscono, mentre per me sono una famiglia adottiva, mi tengono compagnia notte dopo notte, mese dopo mese, anno dopo anno.

Mi piace la notte, quando tutto è silenzio, se non ci sono ambulanze a disturbare la quiete, posso quasi sentire il mio cuore battere. Il suo ritmo è stranamente simile a quello di tutti gli altri esseri umani. Sdraiato nel mio angolo di mondo, sogno di questa e di un’altra vita. Riscrivo il passato, rivivo la felicità. Per pochi istanti, prima di addormentarmi, prima che il sonno mi privi della coscienza, non temo più nulla. In quella manciata di secondi, sono padrone del mondo, del mio mondo.

 

Miser Josh