In macchina, ferma in coda, osserva il mondo esterno da dentro un acquario. Non arrivano rumori, nessun suono. Le persone, automi frastornati dallo sguardo assente, sono seduti nelle rispettive auto. Mariam, preme con l'indice sul pulsante, il finestrino si abbassa lentamente. Il rumore del traffico invade l'abitacolo, la schiaffeggia come una sferzata di libeccio. Le strade di Genova sono una ragnatela di formiche metalliche in lento, costante movimento. Non si sentono clacson gracchiare.

Da quel maledetto 14 agosto il clima è kafkiano, tutti sono feriti, scossi, nel profondo, nel profondo, molto nel profondo. Quel ponte che non c'è più, quello scheletro appeso, quell'assenza tanto vasta, interrompe l'orizzonte, divide. É una lama che ogni genovese sente dentro. Quando si passa accanto al gigante ferito, abbattuto, il rumore della caduta ritorna, ogni volta. Ancora ed ancora ed ancora. Un fragore sordo, riecheggia nello stomaco, si propaga come un eco fino al cuore, su nella testa e chiama forte quelle lacrime, che ormai non scendono più.

É il momento di tenere sotto controllo le tensioni, l'emotività, la paura, il senso di abbandono. Ci sono persone che hanno perso i cari e con essi il futuro. Altre hanno perso il passato, abbandonato case, calde di ricordi, sudate di sacrificio, senza la possibilità di svuotarle di quel vissuto così caro, così importante, che nessuno potrà mai più restituire. Mariam, non può fare a meno di pensare ai  Malavoglia di Verga, alla loro sorte infame. Il ricordo sbiadito di quel romanzo ha lasciato solo un senso d’impotenza.

Quel fato maledetto che mette in ginocchio, che si accanisce con chi non si arrende mai. A Genova il senso di impotenza è pervasivo, ma il fato non centra nulla.  E' l'uomo il colpevole, come sempre!  L'uomo, con la sua accattivante dolcezza, con le sue false promesse di crescita, ha lentamente condotto per mano la città in una prigione fatta di cemento armato e calcestruzzo che scricchiola, allaga, ingabbia.

L'altera e fragile "signora" fatica ad uscire, a ritrovare equilibrio. É l'uomo la soluzione, la sua volontà di non mollare, di rialzare sempre la testa, risolleverà Genova. Fiera, orgogliosa, forte. Mariam, lo crede, ha necessità di crederlo, ha bisogno di credere in un futuro positivo, migliore.

Alla radio la voce di Jovanotti ripete...: " La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare. Mi fido di te, tu cosa sei disposto a perdere?..." Una vertigine diversa da quella cantata spaventa, su ogni cavalcavia, su ogni ponte, destabilizza, fa dubitare. Il pensiero migra da "quella" vertigine all'insostenibile leggerezza dell'essere. Al peso della vita di ognuno di noi, alla difficoltà di vivere, domare quello spazio così leggero eppure così pesante, che riempie il soffio della nostra presenza.

La vertigine non è paura di cadere, né voglia di volare, ma, il richiamo del baratro! La volontà di destabilizzare l'equilibrio, il richiamo dell'ignoto, l'oscurità che attira, l'incertezza che chiama all'azione, la selva oscura che chiede di essere attraversata. Forse. Ma poi cosa importa se finiamo tutti su "quel ponte" che crolla "quasi" inaspettatamente? La legge del più forte incalza. Non si tratta di forza fisica, ma di potere.  Potere di superficialità, di vuota apparenza, di mancanza di responsabilità, di vita e di morte. Una bolla morale, etica, civica.

Mariam é sempre ferma nel traffico, nello stesso punto. Butta l'occhio al telefono, scorre i post su Facebook.  Un senso di nausea la pervade. Siamo il Paese delle dicotomie inconsistenti, pensa, dei contrasti privi di senso, dei parallelismi senza fondamento logico.

Legge: "Meglio quattro zampe che scavano che cento mani che pregano". Che cazzata! Meglio quattro zampe che scavano e cento che pregano scavando, semmai! "Io sto con Genova e non con la Diciotti".  Ma siamo diventati bestie? Si chiede.  No! Io sto con entrambi. I disgraziati non si mettono in concorrenza gli uni contro gli altri! Dobbiamo uscire da questo meccanismo per cui se si sostiene qualcosa o qualcuno lo si fa contro qualcos'altro o qualcun altro che non c'entra nulla.

Non servono conflitti, asti, guerre tra poveri, serve serietà, profondità, responsabilità. La città ha bisogno di questo, il Paese, altrettanto. Controlla se ci sono nuovi messaggi. Nessuna novità. Torna ai suoi pensieri. Ciò che accade spaventa, scuote disorienta, il cinismo dei poteri forti, abbatte lo spirito.  La paura è un avvoltoio paziente che aspetta, pronto a intimorire, bloccare, soffocare la nostra libertà.

Dobbiamo andare oltre, attraversare la coltre di nebbia e giungere all'altra riva del fiume.  La paura è dentro di noi e definisce il nostro limite, ma non ha forza, non ha potere se non le diamo spazio! Posa il telefono nel portaoggetti.  La rabbia feroce, l'arroganza becera di una sensibilità deviata la disturba.  Una ferita in suppurazione che il nostro Paese ha alimentato per anni, è stata incisa.  Forse lo sfogo, il contatto con l'aria, ne curerà l'infezione. O sarà cancrena.

Un autobus in senso contrario si ferma. Un signore anziano, sosta proprio davanti al suo finestrino. Gli occhiali coi vetri spessi un dito, dalla spessa montatura nera, la fissano da dietro il vetro fumé, con insistenza. Il vecchio signore non distoglie lo sguardo, probabilmente non la vede neppure. Mariam è a disagio, cambia visuale, osserva la targa posteriore che ha davanti.  La coda si muove, Mariam, accende il motore, inserisce la prima ed avanza. La macchina che le sta davanti s'inchioda di colpo, lei pesta il freno con decisione per non urtarla.

Alcuni documenti scivolano dal sedile del passeggero e il libro che ha appena finito di leggere cade a terra. "Cavolo, la relazione!"  Si allunga per raccogliere le carte e afferrare il tomo, ma la cintura glielo impedisce. Intanto la fila avanza. Ci penserà all'arrivo.  La copertina de "L'Idiota" la osserva dal tappetino della vettura.  La "bellezza" non ha salvato il protagonista, chissà se la gentilezza salverà il mondo prima o poi.

Il pensiero va ad un articolo di Pierpaolo Tamburelli dal titolo " Quel ponte era bello". Era su “Il Foglio” online, il giorno prima. Senza rendersene conto, Mariam, torna sempre "lì", a quella linea interrotta, a quell'orizzonte sbagliato.  Era davvero bello quel ponte con la sua visuale tanto ampia da cogliere il mare all'orizzonte. Nelle giornate invernali dall'aria tersa, il blu al limitare del cielo prendeva vita.  Mariam, ripensa ai cartelli in alto che indicavano la velocità di percorrenza.

Cosa lo sostituirà? Quando? Era solita attraversarlo sempre di fretta, non aveva il tempo di goderne la meraviglia, come faceva da bambina. Da piccola, seduta sul sedile posteriore, osservava  il luccichio ipnotico in lontananza, come una magia.  Adulta, ne coglieva il panorama solo se ferma in coda e solitamente era troppo incazzata con quel blocco che ostacolava i suoi programmi per concedersi il piacere di quella vista. Invece  oggi, la coda l'accetta con rassegnazione. Ben altra tragedia stanno affrontando molte famiglie genovesi. Essere in coda significa avere tempo. Tempo!

Un fantasma si aggira, aleggia cinico per le vie di questa città da "quel" mattino: l'insostenibile leggerezza del non essere. Il vuoto lacerante, tagliente, che martorizza l'anima, quando ti rendi conto che non ci sono più, 43 vite, 43 storie, 43 famiglie. Mariam,  riflette sul senso di tutto questo.  La vita di una persona va via con lei.  L'intimità dei sentimenti, dei ricordi, sbiaditi, accartocciati, sovrapposti sovraesposti, alterati; dei pensieri, effimeri, inconsistenti, aggrovigliati, irriverenti, fastidiosi, ingombranti, futili, inutili, incontenibili, liberi di essere nonostante tutto, sfrontatamente determinati ad essere, nonostante tutto, l'impronta distratta, lasciata sulla spiaggia prima che arrivi l'onda …

Come un profumo rimasto nell'aria, sospeso, deciso a preservare la sensazione del passaggio, la presenza che è altrove, l'assenza che persiste, la sensazione dell'incontro che manca.  Nulla di tutto questo, permea la pelle e giunge allo spirito e viceversa, può essere trasmesso in eredità. Ciò che rimane è l'esperienza che gli altri hanno avuto di noi, il loro carico di ricordi impresso dal nostro fugace transito: qualche parola, un gesto, uno sguardo, un sorriso. Non siamo noi, siamo noi attraverso loro, rimane la loro versione di noi.

Non una uguale all'altra, non una esprimibile all'altro. Neppure mettere insieme tutte le esperienze del nostro passaggio darebbe un quadro di ciò che siamo stati. L'essere va oltre, infinitamente piccolo da non poter essere percepito, infinitamente grande da non poter essere colto nella sua interezza. Questa consapevolezza fa male.

Ferma in coda Mariam, fissa il volante e osserva il mondo oltre il parabrezza. Un filo di musica scorre indifferente. Gli manca l'aria al pensiero dei genovesi, che, inermi, frugano i pensieri per dare un senso allo straziante, ingiusto enigma di cosa sia rimasto di chi è stato portato via. Inizia a piovere, prima lentamente, poco dopo a dirotto. Con l'indice preme sul pulsante, il finestrino si solleva. Nell'abitacolo torna un silenzio ovattato, con quel filo di musica che continua a scorrere indifferente.

 

                                                                 Mister Josh