Ero al liceo, sono passati molti anni, ma oggi come un lampo mi tornano alla mente immagini di noi ragazze piegate sui nostri banchi a copiare e ricopiare sui diari "Lettera ad un bambino mai nato." Senza forse capirne neppure le reali implicazioni.
Oriana Fallaci come sempre era riuscita a colpire nel segno e suscitare grandi discussioni e forti prese di posizione, tanto che a distanza di quindici anni dalla pubblicazione di quella lettera riusciva ad animare i confronti tra le liceali degli anni novanta.
Quello che una donna prova quando rimane incinta non é riconducibile ad uno schema interpretativo univoco. L'argomento è talmente personale e complesso che nel 2019, a quarantaquattro anni da quella famosa pubblicazione, le discussioni non sono poi così diverse dal 1975.

Oggi però, da adulta, il mio pensiero si ferma a riflettere su altri "bambini mai nati", bambini di cui si parla troppo poco. Quei bimbi che la mamma perde prima ancora che vengano alla luce, non per scelta, ma per casualità, contingenza, perché così doveva andare.
Una mamma diventa tale nel momento stesso in cui si rende conto di avere un bimbo in grembo, sottolineo si rende conto, perché non sempre la consapevolezza arriva con il test di gravidanza. La perdita di un figlio "mai nato" é a tutti gli effetti un lutto, un lutto vissuto nel silenzio, nella solitudine e talvolta nell'indifferenza di chi sta intorno.
"Succede spesso", "non ti preoccupare, la prossima volta andrà meglio", sono alcune delle frasi agghiaccianti che si sentono in queste circostanze, le ho dette anch' io, lo ammetto. Non sempre occorre dire qualcosa, in alcuni casi bisognerebbe riflettere più del solito e rammentare il grande valore del silenzio.
Per quella mamma che ha perso il suo bimbo, con ogni probabilità, c'era già un nome, un progetto di vita, una speranza di famiglia. Per quella donna non è stato semplicemente un aborto o un'interruzione di gravidanza, parole svuotate di significato che ci troviamo a pronunciare con superficialità.
Per lei è stata la perdita di un figlio, un bimbo probabilmente mille volte sognato nei molteplici sogni che la gravidanza porta con sè. Quasi sicuramente ne aveva già immaginato il colore degli occhi, dei capelli. Se si è mantenuto il riserbo sullo "stato interessante", il peso di quel dolore sarà ancora più intimo, più incomunicabile, celato in una parte messa a riparo da un mondo troppo complicato.
C'è poi il dolore fisico, il subbuglio ormonale, il trauma della mente e di un corpo che si sente ostile. Quando si scopre di essere in dolce attesa i sentimenti che attraversano la mente e il cuore di una donna sono innumerevoli e contrastanti. Nel mio caso la prima sensazione che ricordo è il panico, ricordo che pensai:  "Oddio adesso niente sarà più come prima!" E subito dopo, provai una gioia immensa.
Una maledetta sera, ore e nei minuti interminabili, in cui un'emorragia mi diede la convinzione di aver perso il mio bambino, piansi, piansi ininterrottamente per ore senza riuscire a dire una sola parola.  Mi sentivo responsabile, colpevole e disperata come mai prima. 
Pensai di essere difettosa, incapace di prendermi cura della vita che stava crescendo in me. Mi sentii una pessima madre, una pessima moglie ed una pessima donna. Poi fui graziata, l'esserino che avevo dentro sopravvisse ed oggi è una splendida creatura, fonte di grandi soddisfazioni e grattacapi.
Spesso però ricordo la sera che avrebbe potuto cambiare tutto, la sera in cui la mia realtà attuale poteva essermi rubata senza possibilità di appello. Non posso immaginare il dolore che avrei provato se le cose fossero andate diversamente.
Anche chi interrompe la più sbagliata delle gravidanze, sono convinta non lo faccia a cuor leggero, ma con grande sofferenza. Forse perché penso questa sia la scelta più difficile per una donna.
Donne che hanno perso il loro bimbo, donne che hanno pensato fosse più giusto non metterlo al mondo rinunciando alla maternità, mamme con il pancione... Quanti dubbi, quante paure, quante responsabilità caricate su spalle apparentemente fragili, quanti sensi di colpa portati dentro, tenuti nascosti, difficilmente raccontati anche alla più cara amica.
Insicurezze non pronunciate ad alta voce nella speranza che facendo finta di niente, prima o poi, scompariranno, affogate da mille altre situazioni da fronteggiare. Invece quel peso rimane all'altezza dello stomaco e non va né su né giù, fino a che qualcuno di molto ostinato non riesce a carpire una confessione, provocare una lacrima ed estirpare dal cuore quella sensazione di pesantezza.
Tutto andrà bene ci viene detto e noi facciamo finta di crederci, perché alla fine abbiamo bisogno di credere che tutto andrà per il meglio. Dovremmo imparare a perdonarci perlomeno le colpe che non abbiamo, non siamo poi completamente sbagliate in fondo.

 

Dedicata alle mie amiche: Cristina e Nadia