H U M A N I T A S

Sono in coda al casello, mi capita raramente. Ormai con il telepass tutto è molto più veloce, immediato. Oggi sono in moto e quindi mi devo mettere in coda per il pedaggio. Davanti a me un furgone blocca la fila. Si vede uscire la classica mano dal finestrino, il mezzo però è troppo distante per consentire al conducente di inserire il biglietto. Si apre la portiera del furgone, e con estrema fatica, cerca di scendere un omone, che rimane incastrato tra la portiera e la fiancata del mezzo.
L’uomo lotta come una tartaruga sul guscio e finalmente si toglie dalla trappola. Si gira per chiudere la portiera ed inserire il biglietto nella slot del casello. Ha le natiche scoperte, fino a metà chiappa. Non se ne accorge neppure. L'ansia di sbloccare la coda è tale da renderlo totalmente preda degli eventi. Si tira giù la maglietta che nell'uscire dal furgone si è arrotolata sino al pancione da birra.
Mi scappa un sorriso, non di scherno, di empatia. Io sono quel pancione con le terga all'aria: quando scendo dalla macchina e mi schiaccio contro il finestrino per non rigare la vettura accanto; quando prendo male le misure e non so come sgusciare fuori dall'auto; quando sto girando da ore e l'unico posto disponibile è adatto ad una Fiat Panda, mente io ho un crossover e io parcheggio tutti i costi parcheggio. Io sono come quell’uomo nella sua goffaggine, nella sua fretta, nel suo imbarazzo, nel suo disagio.

Alla fine siamo proprio tutti uguali nelle nostre bizzarre diversità. Fa caldo, l'aria non è più frizzante e nell'approssimarmi al mare sento la necessità di aprire la giacca a vento e tirare su la visiera. Nel bel mezzo di una curva un cartello mi avvisa di rallentare: "taglio dell'erba in corso". Sorrido nuovamente. Mi trovo su una strada urbana di scorrimento a doppia carreggiata.
L’unica presenza ad interrompere la distesa di asfalto è un cordolo di cemento che divide in due la strada. Dove sarà mai l'erba che necessita la potatura? Cento metri avanti, la risposta. Dietro al furgoncino degli operai al lavoro, alcuni timidi ciuffetti ingrigiti spuntano, qua e là, dalla fessura tra il cemento e l’asfalto. La sproporzione tra l’armamentario messo in piazza ed il rischio da estirpare è grottesca.
Veramente quel velato accenno di vegetazione avrebbe potuto trasformarsi in un fastidio da estirpare? Se lasciata crescere, quell’erba avrebbe potuto veramente diventare invadente? Mah!  Censuro il mio giudizio a priori, fuorviante, non necessario, o almeno ci provo, perché il mio sarcasmo lo lascia trapelare. Un giudizio mio malgrado, ma sempre giudizio.
Quante sentenze sputiamo in una giornata? Quanto sdegno, quanta critica fine a se stessa? Velata, non velata, consapevole, inconsapevole, feroce. Sono passati diversi gironi dall'incendio di Notre Dame, la "società della trasparenza" si è messa in moto e riaddormentata. Nel mezzo il peggio del genere umano. Chi ha invocato "il crollo della civiltà occidentale"; chi si è sdegnato alla mobilitazione mondiale per una cattedrale e non per i profughi che muoiono in mare; chi ha insultato i francesi perché: “quando è toccato a "noi" Charlie Hebdo?…”.

Continuo a pensare al tramonto del 2 giugno 2016. Dopo una giornata alla rincorsa delle bellezze di Parigi, arrivato distrutto all'Ile de la Cité quasi all'ora di cena, volevo solo riposare. Ricordo la pioggia insistente, i lucchetti sulle inferriate del piazzale antistante, io ed i miei amici, in piedi davanti alla cattedrale a fotografarci reciprocamente.
Niente selfie, alla vecchia maniera abbiamo chiesto ai passanti di immortalarci insieme. Ricordo il fresco della chiesa, il suo odore di eternità misto all’incenso, l’oscurità ed il contrasto tra luce e ombra generato dai rosoni multicolore. Ricordo la coda per arrivare alla sommità dell’edificio, l’interminabile coda che si dipanava al lato della chiesa per visitarne le meraviglie segrete.
Abbiamo optato per un ristorantino, ceduto alla gola e rinunciato alla cultura. Saremmo ritornati il giorno successivo, con calma. Il giorno successivo un’alluvione storica impose la chiusura di alcune stazioni della metropolitana e limitò le nostre scelte.  Per farla breve, non ho mai visitato le segrete meraviglie della cattedrale e non le vedrò più per quello che erano. 

D'altra parte un edificio che sta lì da secoli, che per centinaia di anni ha accolto matrimoni storici, sovrani, funerali di stato, stati generali, che ha superato la rivoluzione francese, due guerre mondiali ed una guerra fredda, vuoi che proprio ora crolli, svanisca, prenda fuoco? Sì. È così che succede. Un istante prima una costruzione c'è, poi, come il quadro appeso alla parete, crolla senza preavviso, prende fuoco, si arrende. La fine inevitabile di tutto.

È stata costruita su quel che rimaneva di un tempio pagano dedicato a Giove, chi l’ha eletta ad "emblema della cristianità" sarà stato consapevole di queste radici pagane? Ma l'umanità non è forse questo: radici che si intrecciano, vite, civiltà che si plasmano, muoiono e risorgono dalle ceneri di altre culture?
"Il crollo della civiltà occidentale! Occidente rispetto a cosa?  Questo “Occidente” vissuto e descritto come un monolite che monolite non è, che è pluralità di vite, storie. Persone, una moltitudine di persone, alcune delle quali nulla hanno a che vedere con la cristianità, altre fino a qualche settimana fa neppure, forse, sapevano dell’esistenza di Notre Dame. Civiltà in che senso? Se intendiamo la civiltà nella sua humanitas, nel suo amore per il sapere, quest’incendio ha colpito il cuore di tutta l’umanità, non certo del solo occidente, la cui “umanità” agonizza, sotto il peso soffocante di puzzolenti, vomitevoli, oscurantismi. La “nostra” occidentale "immaginazione morale" sta morendo e con essa la capacità di "sentire" l'altro.

Così capita che una mamma pubblichi un post per rintracciare chi ha investito il figlio, durante la sua attività di porta-pizza, e si inneschi uno sproloquio contro il lavoro svolto in nero; che un personaggio pubblico posti delle foto in ospedale mentre si sottopone a chemioterapia e gli haters si scatenino in insulti disumani; che un attore operato condivida sui social la sua soddisfazione di esser ancora vivo e si inneschi un comizio sull'evasione fiscale e le residenze all'estero. Rileggendo, le mie parole sembrano situazioni da sit-com, ma tutto è molto reale nella sua realtà virtuale. Siamo paralizzati dai nostri pregiudizi, dall’essere tutti contro tutti e non siamo in grado di ricostruirci!

L'altra sera, davanti al televisore, ipnotizzato dal fuoco e infastidito dai commenti dei presentatori, ho tolto il volume e mi sono "drogato" di immagini monotematiche della Ville des lumières. Ne ho fatto il pieno, tanto da non ricordare più come fosse la cattedrale prima, come fosse la sera che ho vissuto al suo inesorabile doloroso tramonto.  Imponente, inquietante, bellissima. Una chiesa, nulla di più, una chiesa messa in piedi nel 1163.  E’ vero, nulla è eterno!

Notre Dame, era, e rimarrà sempre una celebrazione della nostra paura, della nostra necessità di dare un senso di continuità alla vita. Un meraviglioso simbolo del bisogno ardente di poter dialogare con un  Dio che non si vede, ma è presente, con chi verrà dopo di noi e osserverà la grandezza della mente umana, che dalla zappa è riuscita ad arrivare allo splendore di una costruzione durata 856 anni. L'uomo, il piccolo "sovrano dell’improbabile” osserva, subisce, impallidisce, può solo inchinarsi dinnanzi agli eventi che l’umiliano e lo ridimensionano, per colpa della sua innata arroganza.

Ho fatto qualcosa che non capita spesso da quando il formato digitale ha sostituito il famigerato rullino. Sono andato a rivedere le mie fotografie scattate a Parigi, e come spesso accade, mi sono smarrito tra i sorrisi, le pose e le sensazioni rievocate da istantanee di vita felice.  Poi è arrivata l’immagine di quelle vetrate uniche, straordinarie: il colore, la luce intensa, la forza suggestiva, eterea, soprannaturale delle cromie, per la prima volta ho guardato quelle vetrate, con occhio sereno, distaccato e consapevole del ricordo.
Solo in quel momento ho capito la grandezza di Notre Dame, non come emblema o simbolo, ma come testimonianza di Humanitas. Sono arrivato, in ritardo come al solito. Spengo la moto, abbasso il cavalletto, metto il blocca-sterzo ed inizio a correre, accaldato, disordinato, goffo, come una tartaruga sul guscio.

 

Mister Josh