CLASSE  Vb, ANNO SCOLASTICO  2014/2015

8 giugno 2015, ultimo giorno di scuola. I ragazzi avrebbero sostenuto gli esami di maturità a breve ed ognuno avrebbe preso la sua strada. Si sarebbero persi per il mondo, come sempre accadeva e come era giusto fosse. Avrebbero ricordato il loro vecchio professore parlando con i figli o durante qualche cena tra ex compagni.
In pochi sarebbero tornati “nel luogo delle torture”, anche gli insegnanti più amati sarebbero stati cancellati dal flusso del tempo. In ogni caso, se gli ex alunni della VB fossero in futuro tornati a cercarlo, non lo avrebbero trovato. Quella che aveva davanti era la sua ultima quinta, a settembre la pensione gli avrebbe riservato giornate interminabili da riempire con hobby e passioni rimandate negli anni. Così era la vita. Dopo quarantatré anni di onorato servizio era arrivato il momento di staccare la spina.

Aveva iniziato ad insegnare nel “preistorico” 1972. Ricordava ancora l’imbarazzo delle prime supplenze. Gli alunni di oggi sembravano, all’apparenza, molto diversi dai giovanotti di ieri, ma lui sapeva che dietro ai piercing, ai tatuaggi, alle creste, i ragazzi rimanevano ragazzi. La zampa dei pantaloni era stata sostituita dai risvolti, non c’erano più solo le minigonne a mostrare le gambe, ma le canottiere a ostentare ombelichi forati o tatuati, però i sogni, le paure, le speranze e quelle meravigliose fervide intelligenze erano le stesse di allora.
Il mondo intorno a loro, quello sì era cambiato, troppo veloce, troppo virtuale, ma forse questo era il pensiero di un vecchio. La rete dava a questi ragazzi possibilità e conoscenze un tempo inaccessibili e poi ogni generazione di anziani aveva fatto sicuramente i conti con il cambiamento dei tempi, sentendo la nostalgia del passato. Questo era il loro momento, avrebbero trovato il modo di renderlo unico.
Un anonimo professore, quasi settantenne, che per un breve periodo era stato una celebrità. Chi l’avrebbe detto osservandolo nella sua spoglia classe di provincia? Le pareti scrostate, un armadio privo di ante, posizionato sul fondo della stanza, lasciava intravedere alcune carte geografiche inutilizzate; questa era diventata la sua dimensione. Ormai trenta primavere erano passate dalla pubblicazione del suo primo ed unico romanzo.
La storia che lui aveva vissuto e poi fissato sul foglio, con sincerità ed ingenuità, in pochi mesi era balzata ai primi posti delle classifiche dei libri più letti, vendendo migliaia di copie. Poi il nulla. Proprio all’apice della notorietà, la moglie si era ammalata e lui aveva deciso di condividere, con lei solamente, pensieri, riflessioni e ricordi.
Era tornato al suo amato lavoro d’insegnante di letteratura italiana, nell’istituto professionale del quartiere, e si era allontanato dai riflettori, senza alcun rimpianto. Trascorreva le serate in compagnia della moglie, in inverno sul divano, in estate sul dondolo, in veranda. Lei appoggiava le gambe, sempre più esili, su quelle di lui, l’uomo la copriva con un plaid, dopodiché iniziavano i racconti. Le parlava dei suoi ragazzi, le leggeva riflessioni annotate tra una lezione e l’altra, in pausa pranzo o fermo ad un semaforo.
Lui scriveva ovunque i suoi ragionamenti, per non perderne neppure una sfumatura ed avere l’opportunità di approfondire con lei ogni argomento, ascoltare la sua opinione su musica, poesia, politica, sul nulla. Fogli, cellulare, tovaglioli, diventavano messaggeri inconsapevoli delle sue emozioni. Erano passati molti anni dalla mattina di settembre in cui lei se n’era andata, ma ricordava perfettamente ogni istante della loro splendida vita insieme. Da quel momento aveva smesso di scrivere, la poesia se n’era semplicemente andata via con lei, la magia aveva abbandonato la sua quotidianità.
Però c’erano loro: grandi occhi in mezzo a visi brufolosi. Lo osservavano da dietro quei minuscoli banchi, troppo piccoli per gambe che, nell’arco di un lustro, sarebbero diventate lunghe zampe di trampolieri. Era la terza ora, entrò in classe salutando i ragazzi, spense la luce e chiese di aprire le finestre. Posò come sempre la borsa sulla cattedra ma, invece di sedersi sulla sedia, fece il giro e si sedette su uno dei banchi in prima fila, al centro.
Il volto sorridente, i capelli bianchi, corti e ordinati, gli occhi azzurri, gli occhiali, due pezzi di vetro consumati dalla marea del tempo … Tutto in quest’uomo comunicava allegria e serenità. Il candore della sua immagine emergeva dallo sfondo nero, la lavagna alle sue spalle, ne incorniciava l’immagine, accentuandone la vicinanza ad un pubblico inizialmente distratto. Li osservò tutti ad uno ad uno, ripensando ai cinque anni passati insieme.  Conti e il suo brutto carattere,  quel chiacchierone di Poletti, Cianciotti la sognatrice, le guance paffute di Busi. Li osservò tutti e ventiquattro. Li amava tutti, come i figli che la sorte non gli aveva concesso.
In essi rivide i volti dei tanti studenti che aveva accompagnato al diploma, erano moltissimi, a volte faticava a ricordare i cognomi, ma i visi e le attitudini di ogni ragazzo le portava con sé. Talvolta s’interrogava sul destino di quei caratteri ingenui ed arroganti. Gli era capitato di incontrare alcuni ex-alunni per strada, erano stati loro a riconoscerlo.
Il professore non li avrebbe mai individuato a prima vista, dietro quei volti adulti e maturi, la spensieratezza degli studenti di un tempo, di quando s’innamoravano dietro i banchi di scuola, con la stessa facilità con cui prendevano il raffreddore. Dopo il primo impatto però riusciva sempre a ritrovare lo sguardo o il sorriso dell’alunno di un tempo.
Si schiarì la voce e disse:
- Allora ragazzi ci siamo, siete agitati?
Ci fu un mugolio generale e la voce sonora di Busi urlò dall’ultimo banco:
- eccome prof!
- Non vi preoccupate, andrà tutto bene. Ho piena fiducia in voi. Prima di abbandonarvi al vostro destino – disse ridendo – voglio farvi una confessione.
Immagino sappiate che un po’ di anni fa ho scritto un libro.
- Certo prof. mia mamma lo adora.
Disse Greco in seconda fila.
- Ringrazia tua madre da parte mia.
Rispose l’uomo sorridendo, poi continuò:
- Nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla mia carriera di scrittore, tanto meno di professore di letteratura. Alle elementari ero disordinato, confusionario e non azzeccavo un congiuntivo. Per ottenere la sufficienza in italiano ho sempre faticato il doppio degli altri.  Non riuscivo a domare i pensieri, la fantasia mi portava spesso fuori tema e perdevo il filo delle mie riflessioni. La mia leggera disgrafia impreziosiva i miei temi con errori imbarazzanti, parole mozzate o addirittura saltate, lettere invertite.
Al liceo divenne tutto più semplice, i temi di letteratura mi permisero di lavorare a casa su uno schema predefinito e limitare i danni ortografici in classe, ovviamente a discapito della fantasia. E’ stata la tesi la “lunga marcia” che ha cambiato le cose, il momento in cui ho capito il piacere della costruzione di un testo, quando la fantasia trova la sua strada esaltata e guidata dalla forma.
Comunque non è del piacere della scrittura che desidero parlarvi  – accompagnò la frase con un movimento veloce della mano destra, quasi a scacciare via pensieri invadenti e fuori luogo - bensì del vostro libero arbitrio. Solo voi avete il diritto di condizionare la vostra vita e di decidere la persona che desiderate diventare. Le vostre esperienze vi faranno capire per cosa siete portati.  Se avessi dato retta agli altri, forse avrei avuto una vita fatta di numeri. Sarebbe stato tutto più semplice per la mia naturale predisposizione alla matematica? Forse, però non avrei vissuto la “mia” vita, non avrei amato così intensamente tutto quello che ho fatto.
Ciò che più vi costerà lavoro e sacrificio, ciò su cui vi scornerete di più, ciò che vi farà piangere vi umilierà, vi porterà a conoscere i vostri limiti e quindi a tentare di superarli. E se non vi arrenderete conoscerete la gioia del successo! Nella forza di accettare la sconfitta, troverete la capacità di reagire e di diventare esattamente ciò che meritate di essere.  Io non so se è completamente vero che “volere è potere”,  so che la perseveranza è un’arma utile nella vita, so che per riuscire occorre innanzi tutto provare e so che, se avrete al vostro fianco un buon amico, tutto sarà più facile.
Sinceramente non posso assicurarvi che la tenacia vi garantirà sempre la riuscita, però volere con determinazione aiuta a credere nei propri sogni e, qualche volta, qualche sogno si avvera. Ricordate che alcuni desideri non realizzati portano a nuove opportunità in precedenza neppure immaginate.  Appassionatevi, mettete il cuore e l’anima in ciò che fate, che sia aggiustare un motore, disegnare abiti, sfilare su una passerella, cantare, teorizzare nuove ipotesi matematiche o insegnare. Scegliete la passione, perché sarà il vostro entusiasmo che della vita curerà l’amaro.
Forse dovrete affrontare sacrifici. A volte vi vorrete arrendere, ma non lo farete, perché avrete imparato da questo vecchio insegnante che ad ogni sconfitta segue una nuova vittoria, così come ad ogni vittoria segue una nuova sconfitta. Pertanto non permettete a nessuno di dirvi che non siete portati o adatti a fare qualcosa che vi rende felici. Non permette agli altri di decidere per voi.  Abbiate il coraggio di essere fedeli alla vostra natura. Ascoltate tutti, raccogliete i consigli e conservateli in una parte di voi, dove possano essere utili, prima o poi. Prendete fiato e buttatevi nella vostra vita con tutto l’entusiasmo di cui siete capaci e abbiate l’audacia di essere felici. Io mi fido di voi, in bocca al lupo e buona vita a tutti.

L’uomo scese dal banco, li salutò uno ad uno, abbracciandoli con tutta la forza di cui era capace, prese la sua vecchia borsa consumata dal tempo ed uscì dalla classe per l’ultima volta.