Un uomo e una donna vivono sotto lo stesso tetto da 20 anni, logorando le loro vite, senza mai conoscersi veramente.  
Altri due si incontrono per caso in un negozio, i loro sguardi si intrecciano, una luce accende all'improvviso i loro occhi, c'è qualcosa che li attrae come una potente calamita. Entrambi emanano un sentore, il profumo della loro pelle che finisce per ammaliarli. Devono conoscersi a tutti i costi, non vi è altra alternativa. Si siedono in un bistrot, guardandosi intensamente negli occhi, poi si sfiorano le mani... E dalle prime battute è come se si conoscessero da una vita...

Amori difficili, amori nocivi
– Non chiedermi come possa essere accaduto, ti prego: è successo; non ti so dire altro.
– Prova a spiegarti, almeno.
– Cosa ne so? Lei era molto bella, lei era – o sembrava… –  molto interessata, lei sembrava il tipo di persona che non si interessa a te per niente, solo per fare due parole; ha voluto proprio tutta l’anima e mi ha dato la sua; le ha aperte, se l’è prese e io, beh, le ho dato tutto quanto, chiavi incluse: cosa potevo fare? Cosa volevo fare, se non darle tutto quanto? Era… era ciò che sognavo!
– Oddio, stai ancora parlando di lei. Voglio sapere cos’è successo a te! È da lì che dobbiamo partire: sei tu al centro di ogni cosa. Lasciala fuori. Fatti un esame di coscienza: ma cosa ti è successo? – Ancora… Non mi è successo niente! Nemmeno volevo una situazione così! Non ho fatto niente! Ma sto tanto male.

Il ragazzo gira per la stanza, parla da solo a bassa voce e a piedi nudi. Li consuma sul pavimento, andando avanti ed indietro, e, nonostante il freddo, non vuole fare alcun rumore: nessun altro suono al di fuori delle voci della sua anima, due, che si intrecciano in questo strano soliloquio. Si è innamorato, che sciocco! Non sa che l’amore è sempre una terribile malattia mortale: se va a buon fine, si muore dopo anni di convivenza; se non va a buon fine, resta latente nel cuore fino alla volta successiva. Tuttavia, è un male dolce che ti stravolge dentro, che ti scombussola la serenità, un dolore sordo al miele mescolato al fiele che ti porta a fare cose sciocche.
Il ragazzo ha un amore difficile, uno di quelli irti di spine come rose, e non sa come uscirne, ma non vuole uscirne, vorrebbe starci dentro come ad un letto caldo. La sua storia è tanto piccola e storta, quanto grande e piena di passione e di affetto. Dio, dimmi tu, a te mi affido, affinchè nella tua bontà infinita, mi aiuti a risolvere questa pena d'amore infinita, perchè da solo, non ci riesco!

– Facciamo il punto della situazione: ripassiamo ogni evento dall’inizio. Il tuo punto di vista. – Va bene. Ci conosciamo da tantissimi anni e mi è sempre stata simpatica, era una buona amica, tra i pochi che riesco a tenermi. Ho sempre pensato che, per via del mio carattere molto introverso, mi considerasse una sorta di animaletto curioso: un po’ strano, un po’ sciocco, un po’ misterioso, qualcosa con cui divertirsi ad essere superiore, più spigliata e diretta. A me stava bene: se la gente vuole divertirsi con me, che importa? Non mi preoccupo delle sciocchezze, delle formalità e dell’estetica, non mi preoccupo di quello che la gente pensa di me, a me interessa il succo delle cose, sono curioso di vedere il nocciolo, il vero valore dei legami e dei rapporti. 
Tendo a costruire cose che durano nel tempo. L’ho sempre osservata in silenzio, un po’ distaccato, mi sono fatto le mie idee: ho sempre pensato che fosse un pò superficiale, ma non in senso cattivo; che fosse spensierata. Trovo che le persone spensierate, per un attimo o per natura, siano bellissime: così leggere, attraversano il mondo come aquiloni; mi sarei fatto trascinare volentieri. Infatti, m’ha trascinato, ma non era così spensierata. Non le ho chiesto nulla, ma ha cominciato a parlarmi, a volermi persino vedere. Non attraversavo un buon momento – ma quando l’ho attraversato davvero? – e si è presa cura di me. In realtà, in contemporanea, si faceva prendere in cura da me: si coccolava con le mie parole, le mie storie, mi raccontava ogni cosa sua, voleva conforto e confidenza. Non sono fatto di pietra....
Mi ricordo che, una volta, mi ha portato con sé per un viaggetto, una gita d’un giorno, in un posto che, sinceramente, non avrei mai pensato di visitare. Fai conto che siamo partiti da casa mia, campi, boschi e una pozza di laghetto, per arrivare a destinazione, diverse ore dopo, sotto il caldo di un’estate impietosa, e trovare campi, boschi e un fiume largo come un lago. Solo io e lei: una giornata bellissima, piena di parole dolci, di gesti leggeri, di abbracci, di risate, di cose da vedere e commentare: come vorrei viverne ancora una così! 
In macchina, tornando, avrei voluto darle un bacio, almeno sulla guancia. Stava guidando, non avrebbe potuto reagire. Alla fine, il giorno dopo le ho scritto una poesia. – Perché non l’hai fatto? Dico, perché non l’hai baciata? – Perché non si violentano le persone. Perché non sono quel tipo di essere umano: non mi prendo le cose, non è giusto. Le persone non si conquistano, si rispettano, si decide insieme di far entrare qualcuno nella propria vita. Ci sono attimi in cui questi gesti sono reciproci. Non mi aveva incoraggiato in alcun modo. L’avrei fatto con ogni fibra del mio corpo, ma non ho avuto il coraggio.
– Sei solo un codardo. – Sì, va bene! Sono un codardo! Ho paura di me stesso e di quello che vorrei fare, va bene?  Dentro, sono un violento, come tutti gli altri uomini: la sento questa forza che viene fuori ogni volta. Vorrei conquistarla ad ogni costo, con ogni sforzo; mi dico che, in fondo, mi spetta qualcosa di belo anche a me.
– Su dai, non piangere… hai ragione. Continua a fare il punto della situazione, ti fa bene.
– Una volta, è venuta a fare una passeggiata qui dalle mie parti: l’ho portata in giro tra vigneti e colline; era un bel pomeriggio. L’ho fatta camminare tanto, ma non ha detto nulla. Anzi, era più veloce e aveva più fiato di me.
Le ho fatto vedere la mia trappola. Qualche tempo dopo, le ho regalato un quaderno su cui avevo scritto mille cose: le mie splendide colline silenziose, i mari lontani, un paese, il mio, perennemente addormentato come nelle fiabe, dove non succede nulla, dove l’anima può dormire a sua volta, per sempre, e sognare l’Altrove. La provincia eterna: pace e torpore, cancro e dipendenza. Vorrei andarmene,    le dico. È così bello, qui, che non riesco a decidere se restare o andare, ma qui si muore: portami via, le dico. Non so parlare, perciò le regalo il mio cuore in un quaderno e le cedo metà dello spazio, metà della mia anima. Non credo che l’abbia mai capito!...
Però continuavamo a scriverci delle lettere, come gli amanti di altri tempi. Continuavamo a vederci, in mille posti diversi – una libreria, un bar in una piazza, una città, una montagna, un lago: ogni volta, tanto trasporto, tante parole, le mie goffe dichiarazioni d’amore e la voglia smodata di darle un bacio. Lei ha un altro, un’altra città, un altro mondo. Le dico: tutto quello che siamo io e te, sono anni che lo costruiamo in silenzio. Che si fa? Lo buttiamo via per sempre? Dice di no, ma non dice di sì. Quello che credo io e quello che dice lei, sono due mondi opposti, ma non ci lasciamo andare, non ci riusciamo.

Ed è giusto così... Non voglio che mi lasci andare per sempre: ho voglia di essere con lei per sempre, ovunque, in ogni forma: tempo, spazio e movimento…
– Sei ingenuo, idealista, un sognatore…
– Lo so, ma li vedi, lì sulla scrivania, quei grandi fogli e quei grandi schemi? Sono dei piani per tutto, ho ragionato su ogni cosa, ci sono progettati tentativi in ogni campo della mia vita. Cose da provare e da riprovare per essere felici. Lavoro, futuro, amore, casa: posso farcela! 
–  E sei anche terribilmente lucido, concreto e testardo: la peggior specie di essere umano!
– Esatto, la peggior specie di essere umano: cosa potrà mai andare storto?

Su, fra le nuvole sciolte nel blu, la ragazza passeggia per la sua stanza, il pavimento che le scricchiola sotto la moquette e sotto i piedi. Attorno, alte montagne chiare e stupende, ma opprimenti, le rimandano la testa al mare, al suo mare, lontano molti chilometri. Ci tornerà, ma sospira.  Anche a loro piace il mare: le vengono in mente alcuni dei personaggi della sua vita; un ragazzo, storto e patetico, con cui non sa bene cosa fare; l’altro è il suo uomo. Si chiede, per un attimo, cosa l’abbia portata a costruire, parte inconsciamente e parte consciamente, un enorme castello di carte sulle nuvole. Cosa c’era dentro quel piccolo, patetico omino che conosce dai tempi della scuola, quando era veramente un vegetale da scuotere solo per avere qualche reazione? Perché l’ha cercato? Cosa le importava di lui? Perché, poi, ha voluto vederlo e ne ha alimentato le nascenti ambizioni?

Tuttavia, in qualche modo, si rende conto di aver scelto di entrare nella vita di quel ragazzo, prima di conoscere il suo uomo. Perché quel ragazzo, per lei, è qualcosa. Se fosse stato come tutti gli altri amici, più superficiali e più giudicanti, non gli avrebbe mai aperto la sua anima, ma da lui non ha mai ricevuto un giudizio, una parola sciocca; lui ha sempre misurato tutto, centellinato le situazioni, ascoltato con un silenzio sovrumano. Si è sentita incoraggiata a sbottonarsi, ad aprire ogni porta, ad indagare ogni pensiero: ha trovato quella strana comprensione che le permetteva di dire tutto. Non l’ha mai fatto con nessuno fino in fondo, nemmeno col suo uomo.
Si trova a sminuire tutto questo, a pensare che, sì, gli avrà anche raccontato qualcosa, ma cosa importano racconti e parole di fronte all’amore? Lui è brutto, non le piace. Eppure, gli ha raccontato tutto, l’ha cercato nei momenti in cui serviva un sostegno, ha letto ogni sua parola e ne ha trovato un balsamo, un sollievo. Quale sollievo? La consapevolezza di essere simili e, tuttavia, diversi. Quella consapevolezza per cui riconosciamo qualcuno che è nella nostra stessa situazione e proviamo il sollievo del destino comune, ma, al tempo stesso, proviamo interiormente l’orgoglio di dire: «No, io non sono come lui, sono più forte!». Lui le ripeteva spesso che lei era forte, che in lei vedeva una forza appena offuscata da un pizzico di fragilità che la rendeva bellissima.

Quel ragazzo è intelligente, caspita! Ecco, cos’è. È un bastardo: ha giocato la sua partita in sordina, ma si è ficcato proprio qui, nel mio cuore e non vuole andarsene. Tutte quelle uscite in amicizia, senza mai dare segno d’essersi innamorato, e, nel frattempo, anche lei sprofondava nel suo affetto. Ora non riesce più a cacciarlo. Non vuole cacciarlo: in fondo, gli vuole bene davvero e sa di essere ricambiata. Non può fare molto, dovrebbe scegliere: uccidere l’uno o l’altro.
Il suo uomo è splendido davvero, è tutto ciò che lei desidera, la sua vita. Il sostegno, l’affetto, la tenerezza, la presenza, soprattutto la presenza. Si sta assieme per davvero: lui c’è. È nel posto giusto, la persona giusta: tutto va nella direzione buona, tempo, spazio, movimento. 
Ha sempre le parole belle, mature e sagge, per risolvere tutto quanto. Allora, perché le viene ancora voglia di cercare quello stupido ragazzino, si chiede. Non ha alcuna risposta: l’età, il tempo passato assieme, i dubbi?

Forse, la certezza che basterebbe una parola e quel ragazzo sarebbe lì con lei; la certezza che basterebbe una parola e quel ragazzo smuoverebbe il mondo per lei; la certezza che, se lo cacciasse, non avrebbe più quelle parole, quel sorriso sghembo, quel rispetto e quell’abbracciarsi con l’anima anche se non ci si vede o non ci si può toccare; la certezza che lui la capisce, come lei capisce lui. Quel ragazzo è un bastardo! Un essere veramente meschino: metterle questo sassolino sul cammino, proprio ora. Dio, come lo odia! È un granello di sabbia, nemmeno lo considera: un fastidio. Potrebbe gettarlo via in un istante, ma si rende conto che lui non ha scelto di essere lì a giocare il suo ruolo.
Eppure, lo gioca e le vuole un bene dell’anima. Il ragazzo non si è mai fatto avanti, non ci ha mai provato con lei e la ragazza non pensava di sbagliare, facendo ciò che ha fatto: è il destino che ha messo lì, in quel momento, in quel luogo, in quella direzione, i due giovani. Tempo, spazio e movimento: assecondare o rompere gli schemi? La ragazza non sa: che fare...: stallo.

Lontano, il mare lambisce le bocche di porto: l’acqua salsa e l’acqua dolce si abbracciano, ma non si mescolano mai. C’è un gabbiano che attraversa il cielo, azzurro e altissimo, con due masse enormi d’acqua condensata, una scura e una chiara, che troneggiano al centro della sfera. Vien da chiedersi se Dio sia sulla prima o sulla seconda nube. Ci sarà una casa, in mezzo al tessuto urbano. Ci sarà una vita, in mezzo a tante altre? La primavera colora di luce il marmo e le tegole, rosso e bianco, in mille sfumature. È tutto così dolce che pare di galleggiare sul mare e di muoversi al ritmo delle onde.
Dio dov’è? In questo mare che sembra prender il fiato di chi lo guarda e lo porta via con se a fare un giro sino a toccar l'orizzonte, dove sei mio Dio? Confidami, ti prego, da dove guardi questi tuoi figli sparsi per il mondo che si affannano nei loro piccoli dolori? 
Manda loro splendide giornate marittime, vento carico di sale, voglia di godere del  bello dei fiori e delle piante, del verde che rinasce.Anche questo è puro amore! Perchè l'amore fa così male? Ci costringe a rincorrerci ma difficilmente ci fa felici.

Cos’è un amore difficile? Persone splendide che non possono raggiungersi mai, perchè c'è sempre un impedimento che li allontana. Basterebbe una parola per la felicità, questa parola arriverà da Dio, se lo vorrà, solo se scatta quella magica follia.

Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.