Abbiamo giocato la finale di Supercoppa italiana in un Paese dove le donne possono guidare, previo consenso, solo dall'estate del 2018,  dove allo stadio possono andare solo se accompagnate dall'uomo.
Abbiamo un calcio dove le calciatrici, pur giocando in Serie A, pur avendo una Nazionale che farà i Mondiali, diventata ripiego per i fallimenti di quella maschile, pur essendo composta la Serie A femminile da tante squadre corrispettive di quelle maschili, sono considerate come dilettanti. Con tutte le conseguenze che ne derivano a partire dai diritti, dalle condizioni contrattuali, dal rispetto.

Viviamo in un Paese che sta rapidamente ritornando indietro nel tempo. Sessista, maschilista, contro i gay, le lesbiche, i trans, che vorrebbe mettere crocifissi in ogni luogo pubblico, che manifesta odio esasperato contro i migranti, mentre viene divorato da corruzione e mafie, nell'indifferenza della politica e di buona parte della società.
E poi accade che in una TV pubblica si assiste all'ennesima sparata di un calciatore che manifesta il suo maschilismo più becero, ed in sala si cerca in parte di ironizzare, sminuire, salvo qualche presa di distanza decisa.

Quando sento parlare di tattica una donna mi si rivolta lo stomaco. Oppure, una donna non capisce come l'uomo, e se giocano a calcio, le calciatrici qualcosa sanno, ma non al 100%.

Insomma, quel pregiudizio c'è. Sospeso a tempo limitato, scuse fornite dicendo che non era suo intento offendere l'universo femminile. Paradossalmente ciò in parte è vero. Perchè vivi con normalità concetti che se per parte del mondo vengono percepiti come offese e denigrazioni, nel mondo di chi vive di questi preconcetti, queste non sono offese, ma normalità concettuali.

Viviamo nel Paese dove ci si tinge il volto di rosso, come delle tigri pronte a combattere, in solidarietà alle donne che subiscono la violenza. Però poi se vedi una donna arbitrare, giocare a calcio, o fare un qualcosa che per pregiudizio sarebbe dei "maschietti", apriti cielo. Viviamo in una società dove le donne hanno stipendi inferiori rispetto agli uomini. Viviamo in un mondo dove il rosa deve essere delle femmine, e il blu dei maschietti.
Chi lo ha deciso? In un calcio dove l'omosessualità, che esiste come ovunque, è un terribile tabù.

Quelli che, se le donne non capiscono di calcio, sono in tanti, in troppi ed i primi responsabili siamo noi che facciamo poco per combattere le discriminazioni a partire dallo sport più importante del Paese di cui ne è vetrina.