Quando ti chiami José Mourinho, e hai vinto 2 Champions League da allenatore, sommate ad una miriade di trofei nazionali, una sconfitta come quella di domenica pomeriggio, nel tanto atteso derby casalingo contro il City non può essere accettata molto facilmente. Anzi non può per nulla scendere giù al tecnico portoghese, che sta lentamente incassando il colpo subito, come quando si ingerisce un cibo indigesto, che l'organismo si rifiuta di accettare.

Il verdetto dell'Old Trafford appare amarissimo per lo special one, che nel confronto diretto con il rivale di sempre Pep Guardiola ha dovuto chinare il capo, uscendo sconfitto per 2-1, con le reti del fuoriclasse belga De Bruyne e del difensore centrale argentino Otamendi, che seppur arrivata in modo piuttosto rocambolesco ha deciso il finale del match.

Così i cityzens volano a +11 in classifica e adesso si godono il primato ad una distanza più che rassicurante, anzi addirittura chilometrica: un vero e proprio Everest da scalare per le contendenti al titolo, che dovranno anche sperare in più di un semplice passo falso della capolista, che al momento non dimostra avere punti deboli. Il tecnico catalano ha infatti plasmato il suo gruppo di giocatori, in modo da renderlo una macchina da 3 punti instancabile, capace di risolvere anche le partite più ostiche, come quelle vinte nei minuti di recupero, con il protagonista dei goal in zona Cesarini, Raheem Sterling, sicario d'eccellenza nei confronti con Bournemouth e Southamptom.

Una situazione questa, che vede lo United secondo in classifica, ma per niente soddisfatto del proprio campionato, con il proprio allenatore, che facendo parte di quella categoria di chi ha vinto tutto, e vuole continuare a farlo, non può assolutamente appellarsi ad alibi o scuse, rilasciando dichiarazioni sulla mancanza di rispetto e comportamento antisportivo degli avversari, che suo malgrado l'hanno battuto sul campo, ancora prima di far succedere il resto.

Pronunciava un aforisma del dalai lama "Quando perdi, non perdere la lezione", e ad oggi, che sono passati ormai più di 7 anni da quella storica finale del 22 Maggio, che ha consacrato lo Special One tra le stelle del firmamento, serve più che mai, al tecnico portoghese, imparare da questa sconfitta, che deve serivere a farlo uscire dalla prigione che lui stesso ha costruito su di sé. Un groviglio di catene, fatte di arroganza e superbia hanno allontanato questa persona strodinaria dal modello che lo vedeva come un grande uomo, ancora prima di essere un grande conoscitore di questo sport, capace di trasmettere valori umani ai propri giocatori.

Magari non è mai scomparso quel vero carattere "speciale", che lo ha reso un idolo dei propri tifosi e degli amanti del calcio in generale, che gli ha permesso di lasciare il segno ovunque è andato, soprattutto nella Milano interista, che lo venera ancora come una semi divinità, e che ha sempre sperato in questi anni burrascosi, di poterlo riabbracciare sulla propria panchina.

Ma lo stesso uomo, dai capelli ormai grigi, sembra uno di quei tanti allenatori viziati e strapagati dell'odierno business del calcio, capaci solo di sporgere richieste milionarie per ingaggiare nuovi calciatori, perdendo sempre più quella sua attitudine a scrivere la storia, come aveva fatto anche al Porto, sua rampa di lancio nel calcio che conta.

Forse sarebbe meglio fare un passo indietro per il tecnico lusitano, guardarsi allo specchio, fissare quegli occhi esperti di chi ne ha passate tante, e chiedere alla propria immagine riflessa se è davvero questo il vero José Mourinho, che il mondo ha conosciuto e amato, e cercare, magari in una ritrovata umiltà, quella magia scomparsa per tornare davvero ad essere special.