"I'm gonna fire them all\A seven nation army couldn't hold me back" e così via. Detta così, oggi come tredici anni fa, è una di quelle canzoni che ti capita di canticchiare o fischiettare, ma delle quali non conosci il titolo. "Seven nation army" dei The White Stripes è un'involontaria colonna sonora, capitata lì per caso. Tanto orecchiabile quanto sconosciuta ai più, è salita alla ribalta quale soundtrack del cammino azzurro al Mondiale tedesco del 2006. Ogni italiano avrà intonato questo motivetto almeno una volta nella vita. Solo una ristretta percentuale, purtroppo, conosce le parole del testo, magari snocciolato in inglese rigorosamente maccheronico. 

La canzone ufficiale di quella spedizione era "Cuore Azzurro" dei Pooh, con Roby Facchinetti deputato a sprigionare tutta la sua potenza vocale sul finire del ritornello. Da "Dio delle città" a "ancora e più che mai", le corde del cantante bergamasco sono messe a dura prova ma in contesti differenti: dal trionfo sul palco dell'Ariston alla Coppa da sollevare sul prato verde dell'Olympiastadion. "Noi con voi, voi con noi\ per un sogno che non muore mai", di italica comprensione rimpiazzato da un "popopopo popopo" di spartana esecuzione. Roby e tutti i Pooh se ne saranno fatti una ragione, vista l'esterofilia che affligge l'Italia intera. O magari lo avranno strimpellato anche loro.

Come stava l'Italia calcistica nel 2006? Nella melma. Mai risposta fu più adeguata e aristocratica per descrivere le sofferenze del movimento pallonaro. Calciopoli sarebbe esplosa subito dopo l'ebbrezza berlinese. Sarebbe stato un uragano capace di spazzare via l'Ancien Regime del pallone e di destabilizzare le fondamenta della politica di questo sport. Dal campionato più bello del Mondo al sistema più marcio del Mondo è un confine assai sottile. Come se non bastasse una notizia sconvolge il ritiro azzurro: Gianluca Pessotto, ex compagno di squadra degli juventini, ha tentato il suicidio. Lo shock non scalfirà la compattezza del gruppo.

A fare da chioccia ai 23, radunati sui terreni di Duisburg, è Marcello Lippi. Il tecnico viareggino ha protetto i suoi guerrieri da ogni insidia. Per ricambiare tale cortesia, il manipolo ai suoi ordini ha letteralmente assaltato le difese avversarie; non solo, poco prima di battere i rigori, nella finale contro la Francia, gli sguardi assatanati degli undici in campo hanno messo in seria difficoltà le scelte dell'allenatore. Melius abundare, quam deficere, avrà pensato Lippi. Abbondanza è anche il concetto da applicare ai 23 azzurrabili. Buffon a blindare la porta, spalleggiato dal giovane Amelia e da "nonno" Peruzzi. Zambrotta, Grosso, Zaccardo e Oddo sulle fasce; Cannavaro, Nesta, Materazzi e Barzagli le dighe davanti al numero 1. Pirlo, Gattuso, De Rossi e Barone per muscoli e geometrie; Camoranesi e Perrotta tra fascia e realtà. Totti, Toni, Del Piero, Inzaghi, Gilardino, Iaquinta a incutere timore negli ultimi venti metri.

A far la differenza è stato proprio il concetto di "gruppo" architettato da Lippi. Tanti fenomeni, ok, ma da inquadrare sempre nell'economia del collettivo. Ricorderemo ogni singolo dettaglio del Mondiale 2006. Dal mio punto di vista, quello di un bimbo di otto anni, all'epoca, ogni partita era sempre un'emozione diversa. Dal gol di Pirlo contro il Ghana, all'autogol di Zaccardo, alla corsa di Barone, ignorato dall'egoista Inzaghi; il primo piano sugli occhi di Totti e la paura che...mo' je faceva n'artro cucchiaio; la felicità nell'emulare l'esultanza di Luca Toni. Il maxischermo in piazza, la trombetta da stadio, la macchina con la radio accesa e Riccardo Cucchi che si sgola nell'annunciare le reti di Grosso e Alex, il mio Alex. La maglia di De Rossi comprata al mercato domenicale, ancora il maxischermo e l'ultimo rigore di Grosso: è finita, Campioni del Mondo! 

"E i francesi ci rispettano\ché le balle ancora gli girano", avrebbe detto Paolo Conte.
Vendetta compiuta dopo il Golden (Treze)gol di Euro 2000. Roi David ci ha restituito quanto aveva portato via sei anni prima. Che nazionale quella Francia! Barthez; Sagnol Thuram Gallas Abidal; Makelele Vieira; Malouda Zidane Ribery; Henry. L'ultima partita per Zizou si chiude nel peggiore dei modi: inutile ricordare cosa abbia fatto. Un vero peccato dopo un Mondiale vissuto da protagonista, nonostante fosse vicino il viale del tramonto. "E i francesi che si incazzano\e i giornali che svolazzano". "Tutto vero! Campioni del Mondo", titola la Rosea. "Mitici", replica Tuttosport. "ITALIA!", l'apertura del Corriere dello Sport. E i tedeschi? Titoloni sui quotidiani teutonici per esorcizzare lo spauracchio azzurro". "Pizza", "Arrivederci", gli italianismi più utilizzati. "Grosso", "Del Piero" l'amaro calice che hanno dovuto ingurgitare. Aufwiedersen Deutschland!

Tredici anni dopo, l'emozione nel rivedere quelle immagini è sempre forte. Non importa che ci sia il commento di Caressa, Marco Civoli o Riccardo Cucchi, i battiti si susseguono fragorosi. Sempre quel groppo in gola prima dell'ultimo rigore, sempre la stessa felicità dopo che la palla finisce in rete. Sempre la stessa corsa sfrenata per festeggiare quel gran trionfo, con le braccia al cielo e l'urlo di chi è consapevole di averla fatta grossa (o Grosso, che dir si voglia). Di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno, ripercorro le emozioni di tredici anni fa con il solito brivido lungo la schiena.
Cerco, sempre, di riviverle con gli occhi di quel bambino di otto anni, con la trombetta da stadio, con la maglia fake di De Rossi che, con un orecchio ascolta la telecronaca in radio e con gli occhi osserva attentamente il maxischermo, in ritardo di qualche secondo rispetto alle frequenze di "Tutto il calcio minuto per minuto".
Lo stesso bambino che intona "popopopo popopo" senza sapere cosa significhi, anche perché un significato non c'è.