Dal dopoguerra sino alla prima metà degli anni Sessanta, nell’arco di circa tre lustri, nel campionato italiano di Serie A vi fu una particolare categoria di stranieri che si rivelò in grado di distinguersi e di attecchire nel nostro calcio al punto da contribuire alla stesura di pagine storiche per le squadre che hanno beneficiato delle loro gesta: si tratta degli scandinavi, in particolar modo danesi e svedesi, che seppero garantire un eccellente rapporto tra prestazioni e costi. Fu invece meno determinante la partecipazione dei calciatori provenienti dalle altre nazioni del Nord Europa, eccezion fatta per il centrocampista norvegese Bredesen.

Già durante la stagione 1949/50 le due contendenti per lo scudetto Milan e Juventus puntarono sui più ambiti gioielli del calcio scandinavo completando due terzetti in grado di spostare gli equilibri del campionato per le stagioni a venire; i rossoneri optarono per i talenti provenienti dalla Svezia, prelevando nell’arco di due anni l’imponente centravanti Gunnar Nordahl, l’elegante mezzala Gunnar Gren e il sapiente regista Nils Liedholm, mentre i bianconeri risposero pescando dalla vicina Danimarca il centravanti John Hansen e affiancandogli il centrocampista Karl Aage Hansen e la mezzapunta Karl Aage Praest.

I nomi citati sono tra i più emblematici, ma non gli unici che si sarebbero succeduti in quegli anni: si va dall’Angelo Biondo Lennart Skoglund al Banco di Napoli Jeppson, passato alla storia dopo che i partenopei abbatterono il muro dei cento milioni di lire per acquistarlo dall’Atalanta; oltre a loro vi furono Jensen e Pilmark del Bologna, Selmosson che passò per Udine e per le due romane, Lindskog, anch’egli ex Udinese passato poi all’Inter e, andando avanti con gli anni, Hamrin – distintosi in particolare con la maglia della Fiorentina –, Harald Nielsen - generoso cannoniere del Bologna – e una serie di tanti altri giocatori dall’ottimo rendimento in realtà di medio-bassa classifica.
Tra costoro non avrebbe però mai figurato il nome di Hasse Persson, a oggi autentico carneade alle nostre latitudini ma potenzialmente calciatore (e personaggio) degno di ricoprire un posto nella storia della nostra massima serie. Andiamo però con ordine e scopriamo chi era questo centrocampista dalle spiccate doti offensive che mancò per per poco l’appuntamento con un futuro a tinte italiane.

Hans “Hasse” Persson nacque a Klippan il 20 gennaio del 1929 e mosse i suoi primi passi a livello calcistico nella squadra del suo paese. All’età di vent’anni Persson fece il grande salto nell’Allsvenskan, la massima serie svedese, trasferendosi all’Helsingborgs dove in sei anni di militanza si mostrò giocatore completo nonché estremamente prolifico.
La sua crescita raggiunse l’apice nel 1952, quando venne convocato in nazionale ed esordì con il botto, siglando una tripletta nel trionfale 8-1 contro la modesta Finlandia. Ma nonostante lo scarso spessore dell’avversario, la stoffa c’era eccome: nella seconda gara con la selezione del suo Paese siglò il gol decisivo nel 2-1 contro la Norvegia e, nel match ancora successivo, si tolse lo sfizio di fare gol alla nazionale italiana guidata da una commissione tecnica formata da Carlino Beretta e Giuseppe Meazza: si giocò il 26 ottobre del 1952 al Rasunda Stadion di Stoccolma e Persson pareggiò al 17’ minuto la rete che lo juventino Vivolo siglò al 7’.
Nonostante la segnatura di prestigio che si rivelò decisiva per l’1-1 finale, fu probabilmente proprio quella la gara che costò a Persson un possibile avvenire nel calcio italiano: durante la prima frazione di gioco, infatti, l’attaccante riportò un serio infortunio al collo che non solo gli impedì di scendere in campo nella seconda frazione di gioco – al suo posto sarebbe subentrato il misconosciuto Bertil Johansson, solamente omonimo del bomber dell’IFK Goteborg nato nel 1935 – ma anche di sostenere un provino con il Milan finalizzato a un suo possibile ingaggio.
In realtà, il nome di Persson rimase in orbita Milan anche per i primi mesi del 1953, allorquando già era noto a tutti che Gunnar Gren avrebbe lasciato i rossoneri al termine della stagione a causa di insanabili divergenze di vedute con il tecnico Mario Sperone. Il numero de “Il calcio e il ciclismo illustrato” del 26 febbraio di quell’anno dava addirittura per concluso l’approdo del giocatore svedese all’ombra della Madonnina, scrivendo così:

[…] Perciò Gren, a fine campionato, se ne andrà e Busini (direttore tecnico del Milan, NdA) ha già pensato alla sua sostituzione. Per mezzo di Lajos Czeizler (allenatore rossonero fino alla stagione precedente, NdA) il tecnico milanista si è già assicurato la mezzala svedese Hasse Persson, nato a Klyppen il 25 gennaio 1929 che misura un metro e ottantasette in altezza. Lajos dice che Persson, come giocatore, è un incrocio tra John Hansen e Liedholm: un nuovo asso svedese in Italia, quindi.

Evidentemente, anche al tempo non tutte le bombe di calciomercato corrispondevano a realtà, tant’è che in Italia Persson non ci giocò mai; il Milan preferì coprire quel ruolo acquistando dall’Atalanta il danese Sørensen e nell’agosto di quel 1953 cruciale per la sua carriera, il talentuoso scandinavo vide concludersi la propria esperienza nella nazionale maggiore, quando – costretta a vincere per alimentare la fiammella della speranza di una qualificazione ai Mondiali del 1954 – la sua Svezia subì una clamorosa rimonta a opera di quella Finlandia surclassata solo pochi mesi prima: Persson siglò la rete del 2-0 per i suoi al 23’, ma i finnici ribaltarono il risultato nella ripresa, portandosi sul 3-2 in appena sette minuti dal 63’ al 70’. Già al 71’ gli svedesi agguantarono il pareggio con Sandell, ma il punticino conquistato con il definitivo 3-3 non bastò a coltivare ulteriori ambizioni di passaggio alla fase finale. Persson chiuse così la propria esperienza in nazionale con l’incredibile score di 6 gol siglati in 4 partite disputate.
HP – come venne ribattezzato da tifosi e addetti ai lavori –, tuttavia, non era esclusivamente un giocatore di talento, ma anche un personaggio nel senso stretto del termine. Molte sono le storie del tempo che lo volevano come una sorta di bohemien, un gentiluomo esuberante ed egoista che amava passare il tempo tra un bar e l’altro.

Furono evidentemente queste intemperanze a determinare, nel 1955, il suo addio all’Helsingborgs dopo aver siglato ben 27 gol in 54 partite. Nonostante il suo indiscutibile talento, egli decise abbastanza clamorosamente di scendere di categoria per firmare con i rivali locali del Landskrona BoIS, scelta che lo porterà a diventare un simbolo nella storia della squadra in maglia bianconera.
Persson sarebbe rimasto per ben dieci anni tra le fila del Landskrona BoIS e coloro che ebbero modo di vederlo giocare lo ricordano tuttora come il miglior calciatore della storia del club, in possesso di un repertorio clamoroso composto di segnature da distanze impossibili, di assist al bacio e di svariati pezzi di bravura tecnica mai visti prima da quelle parti.

Nonostante l’importanza delle sue giocate e l’impressionante ruolino di 257 reti in 327 presenze nei due lustri in cui Persson avrebbe vestito la maglia del Landskrona BoIS, la squadra non sarebbe mai riuscita a fare il salto di categoria: sia nel 1958 che nel 1959 e nel 1962 il sodalizio della contea di Scania avrebbe infatti raggiunto i playoff per la promozione in Allsvenskan, che però si sarebbero sempre conclusi in maniera sfavorevole per i bianconeri.
Nel 1958, dopo uno scontro con il portiere dell’Örgryte, Persson si infortunò al menisco e la sua squadra, incapace di reagire, crollò perdendo 0-5. Non andò meglio nell’edizione del 1959, sebbene per assistere alla finalissima contro il Degerfors IF si fossero radunati ben 18.535 spettatori, record tuttora imbattuto per una gara di tale livello. Nel 1962 l’estromissione dalla massima serie sarebbe arrivata per un solo gol in sfavore nella differenza reti globale del girone conclusivo.
Al netto dei risultati sul campo che non premiarono il Landskrona BoIS, le soddisfazioni personali per Persson continuarono ad arrivare nel corso di quegli anni: nonostante il declassamento di categoria e la chiusura dell’esperienza con la nazionale ‘A’, la mezzala svedese continuava a essere un uomo-mercato, tanto che si vociferò di un interessamento dell’Udinese oltre che di altri club professionistici; nessun possibile trasferimento, tuttavia, si sarebbe mai concretizzato.

Le sue ottime prestazioni lo condussero comunque nuovamente a vestire nel 1961, ormai ultratrentenne, la maglia della nazionale. Si trattava naturalmente della selezione ‘B’ e l’esperienza, per quanto isolata a una sola partita, porta con sé un aneddoto innegabilmente curioso: a seguito della gara, persa dagli svedesi con il risultato di 1-4, Persson ricevette comunque un trofeo in premio. Durante il viaggio in treno la squadra si fermò in una taverna a Teckomatorp. A HP venne chiesto di mostrare come aveva segnato l’unico gol della sua rappresentativa, al che egli – in assenza di un pallone da calcio a portata di mano – prese il coperchio del trofeo, lo involse in della carta di giornale e lo calciò lontano con incredibile violenza. Si narra che a tutt’oggi tale coperchio non sia ancora stato ritrovato.

Nel 1965, dopo la conclusione della sua esperienza al Landskrona BoIS, Persson diede gli ultimi calci tra le fila della squadra della sua città natale, rimanendo comunque legatissimo alla compagine in cui trascorse un decennio della sua carriera. HP avrebbe poi lavorato per il comune di Klippan e sarebbe scomparso nel 2001, ricordato con epiteti quali ‘il Nacka della Scania’ (Nacka era il soprannome dell’ex Inter, Samp e Palermo Lennart Skoglund, citato all’inizio del pezzo, con cui Persson condivideva non solo la nazionalità, ma anche il talento e l’inclinazione a una vita sregolata) e ‘il Platini cresciuto’, per via della sua statura elevata abbinata alla sua tecnica di prim’ordine.

Dopo il trio Gre-No-Li avrebbe potuto nascere il Per-No-Li, dopo Selmosson l’Udinese avrebbe potuto beneficiare delle invenzioni di un altro raggio di luna; così non fu e Persson, nella sua esuberanza, avrebbe trascorso il resto della sua carriera da idolo indimenticato di una piccola squadra di una cittadina di trentamila abitanti, lasciando la sensazione che il calcio italiano possa aver perduto – senza averlo mai saputo realmente – un potenziale fuoriclasse e un personaggio unico nel suo genere.