Imprevedibile come Maradona, irritante come Ibrahimovic. Anzi, di più, in confronto Ibra è un introverso e un dimesso. Si chiamava Enrique Omar Sivori ed era più che un calciatore. Un innovatore del pallone per molti, un “cabeza de choto” per altri, un genio per quasi tutti. Lo chiamavano “El cabezòn” per indicarne il ciuffo, ma per via del suo carattere irruento e poco portato alla diplomazia forse il velato riferimento alle parti basse poteva anche starci. Per Gianni Agnelli, il campione argentino trascendeva anche l’essere un fuoriclasse. Per l’Avvocato, Sivori era addirittura un vizio. In sostanza, un lusso per esteti del calcio.

MA QUELLA del cabezòn non era soltanto estetica fine a se stessa, i dribblomani e gli innamorati della sfera sono giocatori di pallone mentre lui era un giocatore di calcio, un vero scardinatore delle difese. La morte avviene a San Nicolàs de los Arroyos, provincia di Buenos Aires, il 17 febbraio del 2005. Esattamente il 2 ottobre di quest’anno, Sivori avrebbe compiuto 83 anni. Il giovane Enrique Omar, argentino sì, ma sangue italiano doc (padre di origini liguri, madre di discendenze abruzzesi), si forma nelle giovanili del River Plate di Buenos Aires e con la squadra della Capitale a 22 anni ha già vinto tre campionati. Nel 1957 alza anche la Copa America con la nazionale del suo Paese. Insomma, nell’estate di quello stesso anno prende il volo per Torino un ragazzo che ha già un palmarès da fare invidia a un anziano. È la fine degli anni 50, gli italiani vanno in FIAT e il boom economico è alle porte. La dirigenza della Juventus accoglie così un numero 10 di cui già conosce tutto: classe immensa, sinistro magico, carattere difficile e spesso litigioso, capacità di unire spettacolo e concretezza. Il costo dell’operazione è di 10 milioni di pesetas, somma con la quale il River rinnova il proprio stadio, il “Monumental”.

OMAR, GIAMPI E JOHN. L’attacco bianconero può così vantare un vero trio delle meraviglie. Il genio e la bizzarria di Sivori si uniscono alla classe di Boniperti e alla fisicità del centravanti gallese John Charles, uno dei pochi a non aver paura di arrivare allo scontro (non soltanto verbale) con el cabezòn. Fin dalla prima giornata del campionato 1957/58 Sivori fa vedere di cosa è capace il suo sinistro magico. Dribbling stretti, spesso tesi (con successo) a umiliare il diretto controllore. Serpentine in un fazzoletto di campo, scambi di prima intenzione, tunnel ai danni di chiunque lo voglia contrastare, cross perfetti per attaccanti più possenti di lui. Capacità di coordinazione sul tiro, ogni colpo è da manuale. Quando si toglie i parastinchi, vuol dire che è battaglia all’ultimo sangue. E quando c’è da picchiare, il 10 bianconero non si tira mai indietro: il più delle volte evita le botte e ancor più spesso le dà. È alto più o meno quanto Maradona senza avere la struttura taurina del “pibe”. La sua corporatura in apparenza asciutta trae in inganno chi pensa di poterlo sovrastare. In 12 anni di carriera in Italia sconta qualcosa come 33 giornate di squalifica. In un'occasione, con la maglia della Juventus, sta per picchiare un avversario, ma viene fermato dal compagno John Charles che gli rifila un ceffone per riportarlo in sé. Nel marzo del 1962, nella gara tra bianconeri e Sampdoria, all'80º minuto, mette le mani addosso all'arbitro, ritenendo ingiusta l’espulsione subita. La pena: 6 giornate di squalifica. Il 1º dicembre 1968, in forza al Napoli, dopo aver steso lo juventino Favalli viene espulso e punito con altre 6 giornate.

PALLONE D'ORO, CARATTERE DI BRONZO. Ma Enrique Omar Sivori è così e le sue giocate rendono più tollerabile anche il suo carattere. Nel 1960 conquista il suo unico titolo di capocannoniere con 28 gol in 31 partite, mentre l’anno successivo viene insignito del prestigiosissimo Pallone d’oro come miglior giocatore europeo (pur essendo argentino, può riscuotere il premio in quanto giocatore oriundo). Sivori e la Juventus formano un sodalizio magico: 8 campionati in bianconero e 3 scudetti, 3 Coppe Italia e una Coppa delle Alpi, più i titoli individuali appena citati. In pratica è l’inventore del tunnel ma una delle specialità è il gol umiliante. Il gol “prendingiro”, quello che fa passare il difensore avversario per lo scemo di turno. Sa di poterselo permettere e ne approfitta in modo scandaloso. Più di una volta, scartati il terzino e il portiere, aspetta i due sulla linea di porta per poi dare al pallone il soffietto che gonfia la rete. Scambi al volo, mezze rovesciate, finte che mandano il pallone da una parte e l’avversario dall’altra, tutte caratteristiche unite al fallo sistematico teso a intimorire il diretto controllore, colui che in teoria avrebbe dovuto intimorire lui. Divo in campo, anarchico anche fuori. Finita la partita va dove vuole lui. Anche gli allenamenti hanno poco di sistematico, si allena quando ritiene opportuno farlo. Il metodo è per i mediocri, lascia intendere più di una volta. Anche il regime alimentare – riportano le cronache - è alquanto disordinato. Mangia quando vuole, mangia quel che vuole. Notti piccole, chissà dove. In qualità di oriundo, può giocare nella Nazionale italiana: 9 presenze e 8 gol, 4 dei quali tutti in una volta. È il 4 novembre 1961, proprio a Torino. Davanti al pubblico della sua città Italia-Israele finisce 6-0. Prende anche parte ai Mondiali in Cile del 1962, ma viene utilizzato poco nel disastro di quell’edizione.

FACCIAMO UN PASSO INDIETRO: Gianni Agnelli diceva di amarlo senza riserve. Sul piano calcistico c’è da credergli, ma intuendo la psicologia dell’Avvocato di certo Sivori era tollerato. Agnelli ha amato i campioni di grande professionalità come Platini o Del Piero. Difficile che sul piano umano potesse apprezzare un carattere fuori dalle righe e spesso protervo come quello di Sivori. Geniale come Maradona, senz’altro. Ma, a differenza, Maradona era amato dai compagni. El cabezòn è più accostabile a Ibrahimovic, apprezzato perché utilissimo ma fuori dal campo poco frequentato dagli altri compagni. Maradona a modo suo ha unito lo spogliatoio, quelli come Sivori o Ibra di norma lo spaccano. Troppo anarchico, troppo arrogante, troppo refrattario alla disciplina per essere amato davvero da Gianni Agnelli. Ma anche Henrique Omar Sivori, proprio come il suo connazionale Diego, diventa un giorno il numero 10 del Napoli. Avviene nel 1966, quando la mania per la disciplina di Heriberto Herrera, il nuovo allenatore bianconero, gli diventano insopportabili in modo definitivo. Napoli lo accoglie come un re e il tifo sogna. Ma al mattino i sogni, anche quelli più colorati, si interrompono in modo brusco.

PROCLAMA ALLA NAZIONE. La prima stagione è ottima e il Napoli arriva quarto. Poi iniziano gli infortuni. Meno partite, meno gol. Meno tutto. Nel 1968, durante un collegamento in diretta televisiva durante Canzonissima (era la puntata prima di Natale) annuncia il suo ritiro dal calcio giocato. La modalità è istrionica ma la decisione era nell’aria. Ha compiuto da poco 33 anni e le sue gambe somigliano a una mappa geografica. Torna in Argentina e fa l’allenatore. Lo vuole il Rosario Central. Dopo un’esperienza nell’Estudiantes, per un breve periodo è CT della Nazionale “albiceleste”. Nell’Argentina dei primi anni 70 essere antipatici al presidente Peròn non fa fare molta carriera. Dopo Peròn, le cose peggioreranno ulteriormente. Per tutti. Negli anni 80 Omar Sivori torna in Italia, fa il commentatore per La Domenica Sportiva. Piatti, rudi, trancianti come sempre, i suoi giudizi. Ma è competente e la RAI gli dà spazio. Negli ultimi anni della sua vita el cabezòn torna di nuovo in Argentina con sua moglie, Maria Elena Casas. La coppia ha tre figli, Nestor, Myriam e Humberto. Il terzo è morto di tumore nel 1978, all’età di 15 anni. La vita di uno dei più grandi geni del pallone termina dove era iniziata 69 anni prima, a San Nicolàs de los Arroyos. Un tumore al pancreas è l’unico difensore che Sivori non avrà saputo dribblare.

Diego Mariottini