Pavoletti? È più facile portare via la Gioconda dal Louvre…”; è con queste parole che Marcello Carli, direttore sportivo del Cagliari, ha blindato una volta di più l’attaccante toscano, chiudendo prematuramente a qualsiasi tentativo di strappare il trentenne attaccante dal club sardo.

Leonardo Pavoletti, classe 1988, è da sempre sottovalutato. Sebbene gli elogi e i complimenti nei suoi riguardi siano numerosi, in pochi hanno capito effettivamente il potenziale di questo calciatore, quintessenza del bomber; non di quello caricaturale, usato da molte pagine web per attrarre a sé microcefali, ma di un centravanti letale, che in un singulto è in grado di perforarti.

Un attaccante che, si chiamasse Leonard Pavolevski e provenisse da un remoto paesino della Rzeczpospolita Polska, varrebbe 50 milioni e sarebbe seguito dai più grandi club europei.

Laddove il tifoso italiano e il calciomercato, sempre più inclini a valutare un giocatore in base all’aspetto, inesorabilmente esterofili tanto da considerare migliori gli -enko e gli -ovski degli attaccanti nostrani senza una reale ragione, laddove costoro falliscono, ebbene ci pensa il pallone, innamorato follemente del Pavoloso e della sua capacità di colpirlo, ora e per sempre, in maniera magistrale, incornandolo ora alla destra, ora alla sinistra del malcapitato estremo difensore.

Quella sfera rotolante che tanto adoriamo ha senza ombra di dubbio una particolare affezione al il Pavoloso, e in particolare verso la sua (questa sì) riconosciuta e comprovata abilità di colpitore di testa. Tanto che, quando l’occasione si presenta, sembrerebbe cercarlo, volerlo, agognarlo: ne tesse le lodi.

 

"Oh, mio prediletto", me l'immagino così il pallone, bramoso e adorante, che cerca il suo amato, "Le ali del vento mi sospingono verso di te. Eppure, non ti vedo: eccoti! No, non sei tu; per poco un difensore non ci separava. Tu, che solo sai ciò che voglio io; che anteponi il mio bene al tuo; mio adorato, mio ammirato, mio Pavo!

"Voglio evitarli, costoro. Non sanno il filo che ci accomuna, non conoscono il nostro legame. Lasciatemi qui, a galleggiare nel vuoto del cielo, intatta e incorrotta, incorruttibile, ché lui è mio e io sono sua. E mentre nervosa ti cerco, e compio atti d'amore nei tuoi confronti evitando il capo altrui, sogno il nostro incontro: decine di altre volte il nostro destino è coinciso, si è sovrapposto, fino a congiungersi, divenendo Uno e inseparabile.

"Eppure, ancora non incrocio il tuo sguardo. Cosa accade, mio prediletto? Cosa ti turba? Ti ho forse recato disturbo, involontariamente urtato? Lo sai, mio amato: mai potrei donarti un dispiacere, non desidero null'altri che il capo tuo. Giammai nemmanco dimenticarti, tu, che solo al mondo sai farmi sentire speciale.

"E mi sovvengono pensieri tristi. Avresti ragione, o mio Pavo, ad odiarmi: spesso in tua assenza ho dovuto fare a meno delle tue dolci premure, e come sudicia cortigiana mi sono svenduta a chi non mi meritava; per trenta denari la mia virtù è stata comprata, e quell'onta mai verrà meno dalla mia anima. Nessuna punizione potrà espiare le mie colpe: mi pento e mi dolgo, ora e per sempre. Impossibile trarre qualcosa di positivo: ma se una lieve scintilla, un bagliore remoto si nasconde dietro l'oblio delle tenebre in cui spesso e per necessità mi sono dovuta rifugiare, quella è senz'altro il sentimento, questo sì chiaro e immacolato, che alcuno potrà mai essere posto in tuo paragone. Peccato mortale! Unico, perfetto, sferico nell'animo come io, umile tua serva e peccatrice, lo sono nella forma. Porto il segno delle mie malefatte, e sono nere come i pentagoni che affollano la mia superficie. Nel tempo ho imparato a dipingermi per camuffarle, ma dentro rimango nera: abbacinami con la tua luce, e fammi risplendere, cancellando l'oscurità che avvolge il mio spirito!

"In te, io, barca che solca un mare in tempesta, rivedo il mio porto sicuro. Il vento che prima mi sospingeva sta mutando in brezza leggera: mi manca il sostegno, me tapina! Ancora non ti vedo, non incontro il tuo favore, tuttavia la terra mi richiama a sé. Io, che in volo ho scritto le pagine più memorabili; io, che fendo l'aria come un falco in cerca del suo bottino; io, che mi faccio al cospetto tuo e tuo soltanto preda, affinché i tuoi artigli possano affondare dolcemente nella mia carne, estasiandomi.

"Ormai il suolo è vicino, e le speranze vengono meno. Mio amato, mio prediletto, mio archetipo! Mi hai forse dimenticata? Hai deciso di trascurarmi? Come biasimarti. Sebbene potrei accontentarmi dei guanti del portiere, o giacere ancora con il capo di altri, farò un ultimo tentativo; sospingimi, aria! Concedimi ancora qualche attimo, lasciami sperare un altro po', permettimi di inseguire il mio sogno! Non farmi scendere da questa giostra, dammi un altro giro; regalamelo, e te ne sarò debitrice.

"Finalmente, eccoti. Mentre intorno gli altri vengono ormai richiamati verso il basso, tu, Eracle, ascendi verso me, pronto ad accogliermi nonostante tutto. Sapevo, deus gratias, che non mi avevi dimenticata! Ora sì, veloce e desiderosa, sono pronta a calarmi avvicinandomi a te. Il tuo richiamo è sì forte da non potergli resistere, la tua fronte culla per la mia forma, abbraccio che di sera mi allieta e scaldandomi mi fa crogiolare, e con la mente viaggio in lidi esotici e sono pronta a lasciarmi andare, grazie mille volte, mi lascio investire dal piacere dell’attimo fuggente che sto vivendo, e mi colpisci mandandomi in estasi, e sono pronta a fare ciò che tu vuoi, mio caro, mio prediletto, mio amore, sono ormai tua e pronta ad aspettare per sempre un altro amplesso sportivo di simile gaudio; l’urto è istantaneo, sibillino, impercettibile, eppure mi sento appagata: sono cosa tua, mi possiedi; fa di me ciò che vuoi, o Pavo.

“Sospinta, ritorno nel cielo. Mi separo da te, sono pronta ad andare. Sono tua emissaria, ambasciatrice del tuo talento. Esaudisco ogni tuo desiderio. Ti rappresento, perciò non posso fallire. Per tuo volere, per mio piacere, supero avversari, opponenti, legioni avverse; inclino il mio sguardo verso il basso, fissando la riga che divide il campo dalla rete. La osservo scivolare veloce sotto di me. La oltrepasso, e, stremata ma lieta, mi adagio tra le trame setose della porta.

“Mi sento appagata, e gioconda guardo verso di te, mia Gioconda tra ventuno quadri al tuo cospetto insignificanti. Ti vedo festeggiare. Da lontano, ormai priva di forze, incrocio il tuo sguardo. Tra di noi non c’è bisogno di parlare: sappiamo già tutto l’uno dell’altro. È stato indimenticabile. A presto, mio prediletto.”.

 

Il Pavoloso non è la Gioconda, perché questa, vi confermerà chi l’ha potuta osservare, delude: caricata delle troppe aspettative, se ne sta lì, minuscola e passiva, sconfitta in un duello impari da Le Nozze di Cana del Veronese.

Il Pavoloso no. Il Pavoloso è adorato dal pallone, principio da cui ha origine l'arte calcistica. Il Pavoloso sovrasta l'essenza stessa dello sport. Il Pavoloso è il Sublime reincarnato.

E grazie, Marcello Carli, per averlo ribadito a chi tuttora pensa sia meglio Pavolevski.