"Quando ho bisogno di te, succede che tu non ci sei".
Troppo, tanto tempo separa i colori bianconeri dal massimo trionfo europeo. Occhi gonfi di lacrime, gioia infinita, un'urlo all'unisono ha unito il popolo juventino pochi istanti dopo l'ultimo rigore. Peruzzi; Torricelli Ferrara Vierchowod Pessotto; Conte PauloSousa Deschamps; Ravanelli Vialli DelPiero. Allenatore: Marcello Lippi. Il più bel prodotto di Viareggio (dopo Stefania Sandrelli), Avvocato dixit, aveva messo in piedi proprio una bella Signora. Sir Alex ebbe modo di esternare la propria ammirazione verso la creatura lippiana. Lento e inspiegabile, il brivido lungo la schiena, ascoltando la voce di Bruno Longhi, voce narrante di quella partita, raccontare i momenti salienti e annunciare la salita di Madama sul trono del Vecchio Continente.

Undici pittori fiamminghi contro undici piemontesi tosti. Secondo atto di una finale di Champions fra lancieri e zebrati. Il primo episodio si svolse nella cornice balcanica di Belgrado. Il secondo si gioca in "casa" Juve, quell'Olimpico di Roma che tante gioie ha regalato ai bianconeri. La Signora non si è limitata solo a sconfiggere le due "proprietarie", Lazio e Roma, ma ha messo in bacheca Coppe Italia e Supercoppe, rendendo l'impianto della Capitale una sorta di secondo domicilio entro il quale sgambettare e trionfare. Non vi sorprendete se la terza accostatura cromatica più utilizzata in quella zona è il bianconero, preceduta solo dal giallorosso e dal biancoceleste. L'hashtag #FinoAlConfine, pertanto, essendo l'epilogo della competizione ambientato nel Bel Paese, non sarebbe risultato propriamente inadeguato alla descrizione del secondo successo in Coppa Campioni. 

I presupposti per la notte magica ci sono tutti. Ravanelli segna e solleva la maglia, avvolgendo interamente la testa. Esultanza reiterata in molteplici circostanze da Penna Bianca, censurata, ai giorni nostri, dalla sezione del buon costume dell'International Board FIFA. Cinghialone Peruzzi respinge male la punizione da cui scaturisce il pareggio di Litmanen. Otterrà il perdono murando i penalties di Davids e Silooy. I volti di Ferrara, Pessotto e Padovano costituiscono il binomio perfetto tra adrenalina e consapevolezza nei propri mezzi, un secondo prima di trafiggere Van Der Sar dal dischetto. Di Jugovic ho già parlato qualche giorno fa, infatti penso sia inutile disquisire sull'ambiguità dell'espressione facciale del serbo: ghigno o sorriso beffardo, chissenefrega. 

Ventitré anni fa accadeva tutto questo. Ventitré anni dopo, a ventidue anni di età, mi guardo allo specchio e noto capelli bianchi sui lati del mio cranio, in controluce, s'intende. Eppure il precoce candore disomogeneo e puntiforme di qualche ciuffetto non è paragonabile al bianco omogeneo di Ravanelli. Una questione genetica quella del perugino. Il mio è un caso genetico, non lo escludo. Anche la mancanza di una Coppa, simile a quella dalle grandi orecchie, fa sì che la rabbia o l'attesa snervante influiscano anzitempo sulla mia senilità. Poveri noi, ogni anno pare sempre quello buono. Sfortuna, giocatori chiave che non influiscono sulle sorti dei grandi incontri, congiunzioni astrali. Chi lo sa!?

Chissà quale maledizione attanaglia il destino juventino in questa competizione. In casa Benfica è stato trovato un capro espiatorio: l'anatema di Bela Guttmann pende sul capo dei lusitani da tempo immemore. Solo un medico bravo riuscirebbe a diagnosticare il male di cui è affetta la Goeba da più di un ventennio.
Se Adriano Celentano, come si evince dalla canzone che ha dato il titolo all'articolo in questione, era solito rincasare alle 3 di notte, noi juventini saremmo ben lieti, parallelismi e scherzi a parte, di raggiungere quota 3, nella conta delle Champions vinte. Un po' pochino, chiaramente, per una squadra come la nostra, forte di uno dei palmarès più ricchi del Mondo, ma sovente beffata nella corsa alla Coppa più ambita.