Dopo avervi raccontato tante storie su calciatori del passato, che si sono trovati a giocare su campi di periferia e fatto la storia su piccoli club di cui sono divenuti poi delle icone nel passare del tempo, oppure di quei giocatori che hanno respirato le maglie importanti del calcio italiano arrivando addirittura ad esordire con le prime squadre, oggi vi racconto la storia di una calciatore che per molti non era portato a giocare, ma che poi, leggendo vedrete, ha fatto ricredere tutti, anche i più scettici. La storia parla di Nando Spinocci, come sempre per privacy il suo nome sarà cambiato, che si è raccontato per tutti i lettori di Vivoperlei.calciomercato.com. Andiamo quindi a leggere mi ha raccontato della sua vita privata e calcistica.

 

Sono Ferdinando Spinocci, nato a Roma il 20 Dicembre del 1960, cresciuto nella zona di Capannelle poco distante dall'ippodromo, ultimo di 10 figli, di cui quattro sorelle e cinque fratelli. La mia famiglia era normale, certo non viveva nell'oro, anche perchè mantenere dieci figli non era impresa facile, ma riusciva a portarci ogni giorno un piatto di minestra sul tavolo, questo era l'importante. Mio padre, Camillo, era un muratore che spesso viaggiava per tutta l'Italia, anche fosse in Alto Adige lui partiva con il treno e andava a fare il suo lavoro, per poi tornare nel fine settimana. Non ha mai avuto un posto fisso, anche perchè diceva che avere il posto fisso costava più di tasse che altro, per questo faceva capo a sè e guadagnava quel che si lavorava. Mia madre Adelina invece era casalinga, almeno per i primi dieci anni della mia vita, poi intraprese il lavoro di sarta, taglio e cuci, e si guadagnava quel poco che però serviva al contesto familiare. I miei fratelli erano più grandi di me, c'era una decina di anni di differenza tra me e l'ultimo, infatti mia madre mi disse che ero arrivato tardi, dopo nove gravidanze di fila, e un tenore di vita troppo basso, per questo alla fine mio padre fissato per i numeri pari la mise in croce per fare il decimo figlio e nacqui io. Fino ai 10 anni ha frequentato le scuole elementari, poi ho lasciato la scuola, perchè non era per me ed ho deciso di inseguire il mio sogno: diventare calciatore. 

 

Ricordo che poco distante casa mia c'era un campo da calcio dove mi trovavo con i miei amici e ci giocavamo spesso, fin quando un giorno di otto anni più tardi mi presentai al campo del Roma Capannelle Cricket Club,  che era appena nata nel 1978, quando io avevo appena 18 anni, ricordo che quando arrivai per la prima volta al campo la maggior parte dei giocatori si misero a ridere, addirittura l'allenatore, mi disse; "L'altezza andrebbe anche bene, ma sei troppo grosso, qui serve correre, e tu non sembri proprio un giocatore di calcio". E sì, ero alto 175 centimetri, ma pesavo quasi 100 kg, mi piaceva mangiare, e posso assicurare che quando avevo l'opportunità andavo a 'scroccare' (a chiedere) al fornaio o alla pizzeria qualcosa da mangiare. Così quel giorno tornai a casa, tornai a casa sconsolato, tanto che mia madre mi rincuorò: "Dai che un giorno farai ricredere tutti". Mio fratello Adamo, il penultimo mi spronò ad andare a correre con lui, e così cominciai ogni mattino alle sei ad alzarmi e fare un'oretta di corsa, poi lui sarebbe andato a lavoro e io tornato a casa. Era pesante, correre con tutti quei chili addosso, però quelle parole facevano troppo male e rimbombavano nella mia testa ogni giorno, e ogni giorno mi alzavo con la frase: "Ve le farò rimangiare". Sei mesi più tardi tra corse e allenamenti vari avevo perso quasi 10 kg, mantenendo sempre uno stile sbagliato nel mangiare ma che compensavo con duro allenamento. Ecco che mi ripresentai al campo, stavolta l'allenatore che mi aveva riconosciuto ripetè: "Sei tornato di nuovo? Non hai capito che sei troppo tondo per giocare a calcio?", con il continuo sorridere di chi si allenava. Così decisi di lasciare il campo. Avevo tanta rabbia in corpo, addirittura fui trascinato via da mio nonno materno, perchè sprigionavo rabbia da tutti i pori. Ricordo che gli dissi "Te ne pentirai, quando sarò un vero calciatore", l'allenatore mi guardò e rispose ridendo: "E' più facile che ti mettono al giro arrosto che in un campo da calcio". Mio nonno allora mi disse "Ho un mio amico, che ha portato suo nipote alla Lodigiani, vogliamo provare là?", così ci spostammo il giorno dopo in automobile, la FIAT 500 di mio nonno nera, lucida dentro, ci teneva tanto da farmi togliere le scarpe in macchina per non sporcarla.

 

Arrivammo allo stadio Flaminio, che era bellissimo dal vivo, entrammo e così mio nonno spiegando che era amico di Franco gli chiese se potevano farmi un provino, e l'allenatore decise di darmi la possibilità, ma anche in quel caso molte risate. L'allenatore mi disse: "Non è facile entrare in una società di calcio come la Lodigiani, non hai il fisico da calciatore, ma se riesci a stupirmi allora ti prometto che chiederò alla società di tesserarti. Ed ho già il soprannome adatto per te: "Il Tondo". Avevo capito che quel soprannome era ancora una volta per la mia non perfetta forma fisica. Ero parecchio acerbo, diciamo che avevo giocato al calcio con i miei amici, ma niente più, però m'impegnai tanto, tornando più volte al campo ad allenarmi, perchè una sola seduta non mi avrebbe dato il lasciapassare per il cartellino. Gli allenamenti erano pesanti, la sera tornavo a casa con le ginocchia doloranti, e molte notti non riuscivo a dormire, tanto da lamentarmi per i vari dolori, ma non mi sarei mai arreso, volevo giocare e avrei fatto del tutto per riuscirci. Dopo una settimana di duro allenamento, arrivò il primo con la squadra, mi sentivo al settimo cielo anche perchè mi sentivo parte, anche se ancora non tesserato, di un gruppo di calcio. Ricordo che mentre correvo uno mi di loro mi disse: "Mesà che te sei de bona forchetta", portando la risata generale del gruppo, io risposi: "Avoja, anzi dopo l'allenamento me vado a fà una rosetta con la porchetta", continuando a sorridere. Il giorno leone e la sera....morto sul letto, strazianto tra i dolori, così che mia madre preoccupata un giorno chiamò il medico, che dopo avermi visitato la tranquillizzò: "Signora suo figlio spinge parecchio nella corsa e nel calcio l'allenamento è molto pesante e stressante, vedrà che con il tempo non ne risentirà più, perchè si abituerà". L'estate 1978 era calda, e avevo perso altri 20 kg, ero arrivato a pesate 67 kg, ero in peso forma, e mi sembrava di essere più alto, anzi lo ero diventato. La Lodigiani la stagione seguente avrebbe giocato la Promozione Laziale. Prima di iniziare la stagione ci concentrammo sulle amichevoli, ricordo che la prima squadra che affrontammo fù l'Almas, la squadra più importante e anziana dopo Roma e Lazio, che in quegli anni giocava in Serie D. Seguivo la partita dalla panchina, alla fine ero alle prime armi in un club, contando che in campo il più piccolo avrà avuto vent'anni, però la mia stazza mi faceva sembrare più grande, quindi ero pronto a mettere piede in campo.

 

L'allenatore spingeva la squadra, che rispondeva sul campo, gli avversari però erano davvero molto forti, tanto da segnare un paio di gol nel primo tempo. Nella ripresa, mentre eravamo negli spogliatoi, il mister disse: "Tondo ora entri tu in campo, sarai, il centrocampista centrale". Io non avevo un ruolo, almeno l'allenatore non me l'aveva mai dato fino a quel giorno, quindi avrei dovuto improvvisare alla meglio un ruolo in campo. Il rientro però mi galvanizzò, sentivo i famigliari di quelle squadre che applaudivano il rientro in campo, e mio nonno accompagnatio da mia madre che mi chiamava perché voleva farmi una foto, immortalando la mia prima apparizione in campo. Maglia numero 19 e una pressione dentro che avrei fatto esplodere mentre giocavo. Ricordo che l'allenatore mi richiamava spesso: "Fermo...resta là...passala sulla fascia...anticipa...corri...". Gli avversari avevano capito che ero il punto debole della squadra, quindi puntavano spesso a giocare centrale, ma proprio in quel momento trovai la forza di pensare: "Devo far sentire la mia presenza". Così cominciai a dare qualche calcetto infastidendo l'avversario di turno, spintarelle varie, tanto da portare a innervosire gli avversari, ogni parola del mister la riportavo sul campo, da quel momento l'attaccante avversario non toccò più un pallone, tanto da scalciarmi per la rabbia, e fù espulso, minacciandomi: "Ti aspetto fuori dal campo!". Non ebbi paura, perchè sapevo che la squadra mi era vicina e continuai in tranquillità a giocare, la partita si chiuse con un 1-1. Uscendo l'avversario espulso si avvicinò, mi preoccupai, ma mi sorprese: "Devo farti i miei complimenti, sei davvero forte, se nella nostra squadra dovesse servire un centrocampista farò il tuo nome", mi strinse la mano e andò via. Continuai a crescere e interagire di più con la squadra, l'allenatore era contento dei miei progressi, ma spesso mi ricordava di stare con i piedi in terra, perchè ero solo all'inizio. Stagione 1978-1979 la squadra iniziò la Promozione, era  molto forte e andava come un treno, giocava a memoria e nessuno riusciva ad imporsi in modo imperioso. L'allenatore Francesco Scaratti ci dava molta sicurezza. In quella trovai parecchio spazio, e riuscii a segnare un gol, che mio nonno fotografò all'istante del tiro, per poi scattare la mia esultanza, che ancora oggi conservo gelosamente e meticolosamente nell'album della mia infanzia. La stagione si concluse con un secondo posto. 

 

Un bel giorno mentre mi recavo a casa, trovai fuori dalla porta quell'allenatore che mi aveva deriso appena un anno prima, questa volta era venuto con l'intenzione di chiedermi di far parte della sua squadra. Scoppiai ridendogli in faccia, così come fece lui al tempo sul campo del Capannelle, fece una mea culpa di tutto quel che mi aveva detto supplicandomi di andare nella sua squadra, declinai dicendogli di uscire subito dalla porta di casa: "Gliel'avevo detto che si sarebbe pentito mister, ma è troppo tardi". Gli chiusi la porta in faccia e lo rincontrai in una amichevole estiva proprio al Flaminio. Nella squadra c'erano tanti di quei giocatori che c'erano tre anni prima, stavolta facevano gli 'amici', parlandomi e complimentandosi, ma facevo la buona faccia davanti e quella menefreghista dietro. In quella partita mi impegnai talmente tanto che fui incoronato migliore in campo da giornalisti locali che erano presenti sugli spalti. A fine gara fui festeggiato dai miei compagni di squadra, dopo che avevamo vinto per 3-0. Quel ricordo di facce abbassate degli avversari non la dimenticherò mai, anche perchè erano le stesse che mi avevano deriso per il mio grasso. Rimasi alla Lodigiani due anni, giocando sempre in Serie D, concludendo la mia esperienza nella stagione 1980-1981, superando quota 100 presenze con una decina di gol all'attivo.

 

Nel 1980, nel frattempo, avevo conosciuto mia moglie Roberta, e ci sposammo due mesi più tardi, non avevo ancora 20 anni, ma tanta voglia di farmi una famiglia. Trovai lavoro presso un'azienda di trasporto legname, dove scaricavo i Tir che portavano la legna e li riponevo nel magazzino che poi li smerciava per tutte le falegnamerie nei dintorni. Non lasciai il calcio, perchè volevo affermarmi, così passai all'Almas che in quell'anno giocava in Serie C2, fui portato da un signore che mi aveva visionato nei miei anni nella Lodigiani e proposto alla società. Lì ritrovai un vecchio amico d'infanzia, su di uno striscione dopo la prima gara trovai scritto 'Ora il Tondo ce lo abbiamo noi'. Quel soprannome sapevo che non mi avrebbe mai lasciato, anche se poi di quel grassoncello che ero, non era che rimasto un ricordo. Restai due anni nell'Almas (1981-1982, 1982-1983), dove ci piazzammo all'undicesimo posto il primo anno e al diciassettesimo posto il secondo con la retrocessione in Serie D. Intanto nasceva mio figlio Francesco, e divenni padre a soli 23 anni, cosa non proprio certa all'inizio degli anni 80, quando gli strascichi degli  'Anni di Piombo' richiamavano spesso l'attenzione e la paura della popolazione romana. All'Almas come compagno di squadra avevo Aldo Anzuini, ex calciatore della Lazio che era divenuto una icona della squadra dove contava più di 100 presenze. La squadra era forte, ma c'erano anche avversarie molto più forte di lei, in panchina l'allenatore era Gualberto Andreoli che poi venne esonerato a campionato in corso e sostituito da Giuseppe Gastaldi.  Mi ritagliai il mio spazio, non era facile giocare con un centrocampo che era abbastanza forte, ed entrare negli schemi dell'allenatore non sarebbe stata solo un'impresa, ci voleva tanto impegno. Alla fine riuscii a trovare il posto da titolare, il tecnico mi aveva spostato più in basso, diciamo più un Libero che impostava l'azione, diciamo uno Scirea - magari ad essere come lui - della situazione. Ci volle tempo per addentrarmi in un ruolo non mio, ma riuscii con il tempo a seguire ogni minimo dettaglio che il tecnico mi faceva vedere negli allenamenti, anche se l'ultima stagione alla fine del campionato con la retrocessione del club in Serie D.

 

Chiusi la stagione, tra le mille richieste di restare, da parte di tifosi, addirittura molte ragazze spinsero perchè non volevano che andassi via, ma stava per arrivare il mio secondogenito Domenico, quindi scelsi la famiglia in quel momento e quel lavoro che continuavo a svolgere tra gli allenamenti e le trasferte, grazie ai permessi accordati dall'azienda. Si è vero lo stipendio più quello che prendevo nella squadra, mi mandava avanti bene, però alla fine congiungere famiglia, lavoro e calcio non era proprio così facile, le offerte non mancavano addirittura in alta Italia, ma avevo paura che il sogno terminasse di colpo e di ritrovarmi per strada senza uno spicciolo e senza un lavoro, questo alla fine mi portò a chiudere con il calcio, e non fù facile, ma ero deciso a far star bene la mia famiglia, a non fargli mancare nulla e veder crescere i miei figli. Non ho rimpianti, anzi, ho lavorato tanto, mi sono spezzato le ossa pur di divenire un calciatore, ho giocato in due squadre; una che nel tempo avrebbe lanciato i vari Totti, Nesta e Toni, e in Serie D, mentre con l'altra adirittura giocai nella Serie C2, non proprio un campionato scarso, ma la famiglia era più importante e non avrei voluto snaturare la crescita dei miei figli, portandoli in giro per l'Italia, dove alla fine non v'era certezza di trovare una stabilità duratura. Ora sono un sessantunenne che continua a lavorare, non più in quella azienda di legname, ma con pittore, seguo il calcio e le vicende dal di fuori, però ancora oggi c'è gente che si ricorda di quegli anni sia nella Lodigiani che nell'Almas, e nessuno ha dimenticato il mio soprannome, tanto che di colpo molte volte mi sento gridare "Tondo!", incredibile come dopo 41 anni ancora ci si ricorda di quel giovane grassoncello che si prese una rivincita contro chi lo accusava di non essere pronto per uno sport che poi gli diede tante soddisfazioni sia in campo che sotto il livello personale.

Un ringraziamento a Nando per il suo racconto.