Nei due mesi e mezzo di lockdown spopolavano nei vari social lunghi monologhi incentrati sui significati profondi e simbolici che si nascondevano dietro al Covid: il virus come segno del destino, ripartire valorizzando le piccole cose e diventare persone migliori abbandonando quella frenesia maniacale che aveva popolato il mondo fino ad allora. Tutti temi interessanti e stravaganti, peccato però che nel momento in cui dovevamo mettere in pratica le teorie elaborate nella quarantena, parte dell'umanità ha di nuovo inciampato nel marciapiede dell'indifferenza, forse la più brutta qualità che ci possa essere. Basta entrare per qualche secondo nei vari social network o assistere ad un telegiornale per capire la via distorta che sta prendendo il tanto amato mondo: storie Instagram di ventenni che ballano riuniti  in casa senza mascherine, selfie di gruppo privati della distanza sociale e addirittura commenti che considerano il virus come mai esistito. Per non parlare delle manifestazioni più estreme che popolano ogni zona d'Italia, quella Movida che ha spinto i giovani irresponsabili a dirigersi in piazza e ad affollare locali notturni per ubriacarsi e dare il via alle classiche risse da bar; Milano, Torino, Bologna e Napoli sono solo alcuni esempi, ma lo stesso trend avviene anche nei paesi, dove spesso manca purtroppo un discreto numero di forze dell'ordine per mettere a posto le cose. Un libera tutti, come se niente fosse mai esistito. 

Per comprendere i controsensi che popolano il nostro regno, basta considerare che persino le scuole surf hanno riaperto i battenti, concedendo lo svolgimento di lezioni pratiche in acqua ma anche e soprattutto teoriche. Perché è consentita la lezione a gruppi di bambini sotto le capanne di legno che tanto amano i surfisti, senza tener conto minimamente del distanziamento sociale, e sono negate piccole forme di intrattenimento con musica in spiaggia all'aria aperta? Oppure, viste le difficoltà di alcune famiglie nel possedere strumenti di alta tecnologia, che cosa c'è di differente tra lo stare in spiaggia ad ascoltare nozioni sul surf e svolgere un esame universitario nello studio del docente, su appuntamento, con mascherina e magari guanti? Se la matematica non è un'opinione, ci sono tanti conti che non tornano.
Così come non tornava il boom mediatico di nervosismo che ruotava attorno alla ripresa del calcio.
C'è stato un periodo di tempo, noi lo ricordiamo maggiormente, in cui il mondo del pallone veniva infangato da critiche su critiche, come se l'unica soluzione ovvia da realizzare, per la sicurezza, fosse quella di chiudere i battenti. E così, le posizioni forti di Cellino per salvare la propria squadra, le repliche di Lotito e i numerosi attriti sulle date di ripresa di allenamenti e campionato. Per fortuna che la Lega calcio ha al proprio interno un personaggio importante come Gravina, visto che se avessimo ascoltato il Ministro Spadafora, che adesso si prende i meriti per la ripartenza, a quest'ora avremmo fatto la fine della Ligue1. Tutte teorie che miravano ad attribuire al calcio il problema dell'Italia, perchè era rischioso scendere in campo, pur essendo controllati ogni giorno a differenza della maggior parte dei lavoratori che puntualmente avevano una soglia di rischio contagio superiore al 50%.
La scintilla è arrivata dalla Germania, dai nostri "nemici" tedeschi che in questo caso si sono autoeletti come Paese migliore per organizzazione e sanità, grazie ad un progetto strutturato e sicuro sia per i calciatori che per lo staff tecnico. Un modo di operare che ha sancito le linee guida ad Inghilterra, Spagna e, ci auguriamo, alla nostra Italia.
E che cosa diranno adesso gli esponenti dell'anticalcio? Forse dovrebbero riflettere su ciò che vedono in televisione, e capire che il problema del Covid-19 è il comportamento umano e non un'industria sportiva che cerca di ripartire nella totale sicurezza.
Perché alla fine, come diceva il sommo Dante, è tutta una questione di "libero arbitrio".