La definizione convenzionale di Mezzogiorno comprende le regioni appartenenti al Sud Italia (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria) e quelle insulari (Sicilia e Sardegna, sebbene per quest’ultima non si è concordi all’unanimità sulla sua inclusione).

È noto che, in ambito calcistico nazionale, i top team appartengono alle regioni del Nord e la stessa Serie A è stata sempre rappresentata per la maggioranza dei suoi componenti da società settentrionali, trend confermato anche nella stagione in corso: a parte il quasi onnipresente Napoli, troviamo Cagliari e Lecce. Fine. Appena il 15% del totale.

Come anticipato, il problema è storico: prendendo in considerazione solo il girone unico (quindi dal 1929 in poi), solo tre volte lo Scudetto è finito a queste latitudini (una volta il Cagliari e due volte il Napoli) e, in generale, le partecipazioni al massimo campionato sono state molto limitate e pochissime volte sono stati raggiunti risultati di spicco (ad esempio, le qualificazioni alle coppe europee sono state appannaggio di appena tre team). Togliendo le due squadre succitate, altre partecipazioni con maggior costanza sono state quelle di due grandi piazze quali Bari e Palermo, le quali possono anche vantare un discreto numero di campionati in cadetteria.

Più indietro Catania e Lecce, due realtà che comunque rappresentano il cuore e la voglia di calcio del Meridione.

Altre società hanno invece trovato in periodi circoscritti il loro massimo splendore: Foggia, Avellino, Reggina e Catanzaro hanno mantenuto la categoria per un periodo importante ma senza riuscire a dare continuità in altri periodi storici, anzi, spesso perdendosi nei campionati minori.

Saltuarie invece le partecipazioni di Pescara, Messina e Salernitana, finendo alle nuove realtà Crotone e Benevento, le quali si stanno proponendo come nuovi riferimenti del territorio nell’ultimo decennio.

Sono appena quindici le squadre che hanno ottenuto la categoria almeno per una stagione, contro le 52 tra Centro e Nord, le quali possono vantare, ovviamente, numerosi trofei e competitività ad alti livelli, anche internazionale.

Se analizziamo le partecipazioni al campionato cadetto, di contro, troveremo ugualmente una massiccia presenza di squadre del Nord ma molto più attenuata rispetto alla massima categoria: Bari e Palermo sono tra le veterane della categoria, seguite dalle altre già menzionate che possono vantare una discreta continuità.

Fa specie, però, constatare che due piazze importantissime quali Taranto e Cosenza non abbiano mai calcato il palcoscenico per eccellenza del calcio italiano, nonostante tantissime partecipazioni in B.

Qualche fiammata viene anche da Molise (Campobasso) e Basilicata (Potenza), che non hanno mai avuto l’onore di avere una propria rappresentante in Serie A.

Se prendessimo in considerazione solo dati e numeri in modo freddo, dovremmo concludere che al Sud il calcio non è poi così affascinante.

Troppi risultati negativi, per essere amato.

Ed invece, è risaputo, le piazze meridionali sono da sempre tra le più calorose e passionali della Nazione, tanto che i derby sono tra i più sentiti della Penisola.

Non solo, quando viene raggiunto un risultato di prestigio, il sapore di quel successo assume un gusto del tutto particolare ed unico, quasi a rappresentare un riscatto sociale, oltre che un traguardo meramente sportivo.

Ed è con questo intento che si andranno ad esplorare i 15 momenti di gloria delle squadre del Mezzogiorno nella nostra Serie A, prendendo in considerazione stagioni, periodi storici o anche singoli momenti che hanno portato il Sud (per estensione) ad essere, per una volta, protagonista assoluto del nostro campionato.


15°: Brignoli eroe per un giorno
Il Benevento è stato fondato nel 1929 e, fino al 2016, ha sempre e solo conosciuto Serie C e dintorni.
Da quell’anno, è cambiato tutto: la promozione in Serie B è stata bissata con un salto ulteriore in A, permettendo alle “Streghe” di passare dall’Inferno delle categorie inferiori al Paradiso della massima serie nel giro di appena due stagioni.
Il campionato è stato un autentico incubo, collezionando diversi record negativi e pagando una scarsissima esperienza di cui bisognerà fare tesoro nel futuro, visto che appare ormai scontato il pronto ritorno nella categoria, dopo un girone d’andata stradominato in cadetteria.

La squadra, che potrebbe diventare una realtà importante, ha però vissuto uno dei momenti più esaltanti che si possano vivere: è il 3 dicembre 2017, anticipo di Mezzogiorno (quasi un segno del destino…) e al “Vigorito” fa visita il Milan del neotecnico Gattuso. Il Milan sta vincendo 2-1 e il Benevento è ad un passo dall’incassare la quindicesima sconfitta consecutiva dall’inizio del torneo. Al 95’ c’è un calcio di punizione e, quasi come da rito, anche il portiere Brignoli (sconosciuto al grande pubblico) va in area. È l’ultima occasione, la palla viene messa in mezzo e, tra tutti, svetta lui. Il numero 1 (anzi, in questo caso, il numero 22) sale più in alto di tutti e fa impazzire il popolo giallorosso. Il primo punto in A, contro il Milan, al 95’, con goal del portiere. Sceneggiatura da Oscar.

Per un giorno, Brignoli è stato un eroe assoluto e la sua prodezza resterà nella storia del calcio italiano.
Il campionato finirà poi malissimo con la retrocessione da ultima in classifica, sebbene lo stesso “Diavolo” porterà una ulteriore piccola soddisfazione: nella gara di ritorno, l’unico successo esterno dell’anno avverrà in quel di “San Siro”, con la rete decisiva di Iemmello per lo 0-1 finale.

14°: La pedalata di Nicola
“Sono pronto a tornare in bicicletta da Crotone a Torino se riusciremo a salvarci”

Così si esprimeva nell’aprile del 2017 il tecnico del Crotone Davide Nicola, alla vigilia della delicatissima sfida contro l’Inter allo “Scida”.
Una scommessa, a cui nessuno, probabilmente, aveva dato troppo credito.

La squadra pitagorica era al debutto nel massimo campionato, condotta da Ivan Juric (attuale tecnico dell’Hellas Verona che sta facendo miracoli) nella stratosferica stagione precedente.
Le difficoltà del primo anno sono evidentissime e la squadra arranca.
La partita contro l’Inter è, come al solito, una festa sugli spalti, per una piazza che assaporava il grande calcio per la prima volta. Ma fu quella partita, preceduta da quella che appariva come una semplice battuta, che cambiò le sorti della stagione rossoblù: la doppietta di Falcinelli, idolo incontrastato di quella stagione, stese gli uomini allenati da Pioli (finì 2-1) e la squadra inanellò una serie di risultati positivi che la portò all’ultimo turno in casa contro la Lazio a giocarsi tutto.

Non bastava vincere: l’Empoli doveva perdere a Palermo, già retrocesso. Lo stadio è gremito e, dopo neanche 60 minuti, la pratica sembra chiusa: 3-1, con doppietta di Nalini e rete di Falcinelli (rigore di Immobile per i biancocelesti).

Si attendono notizie dalla Sicilia e al 76’ arriva la rete dei rosanero: è un delirio! I brividi si moltiplicano quando qualche minuto più tardi arriva il raddoppio dei palermitani: la festa può cominciare (finirà 2-1).

Una cavalcata epica quella della squadra calabrese, a seguito di un girone d’andata disastroso e che lasciava pochissime speranze. E invece, la squadra ha ribaltato tutto, permettendo di vivere una notte di festa totale per le strade cittadine, bissando quella dell’anno precedente a seguito della promozione.

Dopo questo risultato, Nicola onorò la sua promessa, effettuando il suo personalissimo Giro d’Italia, unendolo a scopi sociali.
L’anno dopo la squadra non riuscirà a replicare l’impresa (nel frattempo ci fu l’avvicendamento in panchina con Zenga): adesso la squadra è in lotta per una nuova promozione e, insieme ai rivali sanniti, rappresentano il futuro del Sud a livello calcistico.

13°: Salerno, il grande mistero
Se esistono i misteri calcistici, uno dei più grandi riguarda la città di Salerno: una piazza appassionata ma mai ripagata a dovere.

Nella sua storia ha ottenuto due partecipazioni al massimo campionato, entrambe concluse con una retrocessione.
L’ultima apparizione è targata 1998/99, a seguito della cavalcata ottenuta con in sella Delio Rossi.
Nella tribolata stagione, Rossi fu sollevato dall’incarico, sostituito da Francesco Oddo: la stagione si concluderà con un’amara retrocessione all’ultimo turno, frutto di un pari a Piacenza (ormai salvo) che condannò la squadra.
Un sussulto avvenne però il 2 maggio 1999, nella quart’ultima giornata: i campani sono in piena corsa salvezza ed arrivano all’Arechi i Campioni d’Italia in carica della Juventus (sebbene abbiano vissuto una delle peggiori stagioni della loro storia).

La partita è vivace e a deciderla è il futuro bianconero Marco Di Vaio, per la rete del definitivo 1-0.

Quel successo permise di cullare il sogno ancora per qualche settimana, prima del triste epilogo.
La squadra è adesso in Serie B: i tifosi chiedono soddisfazioni, che nel corso della storia non sono state tante.

Ci vuole un’inversione di rotta per far sentire il popolo granata come merita, vista la totale vicinanza sempre dimostrata anche in campionati non di competenza del blasone di questa città.

12°: Il capolavoro sullo Stretto
Storari, Aronica, Rezaei, Zoro, Parisi, Iliev, Coppola, Donati, Amoruso, Di Napoli, Zampagna. E non dimentichiamo Mamede, Sullo e Yanagisawa. In panchina Bortolo Mutti.
Potrei concludere così perché, a leggere i componenti di questa squadra di culto, davvero, non servirebbero parole.
La squadra messinese, già arrivata negli anni ’60 al vertice della piramide calcistica nazionale, visse il suo periodo d’oro a metà degli anni 2000, toccando l’apice nella stagione 2004/05.
Risultati straordinari, ancora oggi nella mente dei supporters giallorossi (e non solo): la rimonta per 2-1 nel Derby contro gli acerrimi rivali della Reggina e la vittoria al “Granillo” per 0-2, il successo al “Meazza” contro il Milan, il pirotecnico 4-3 contro la Roma e i risultati positivi in casa contro Inter e Juventus.
Quell’anno il Messina è stata l’ammazzagrandi, capace di compiere autentiche imprese e di concludere il campionato al 7° posto, che valse, in teoria, l’accesso alla Coppa Intertoto, che avrebbe potuto condurre in Coppa UEFA, ma a cui la squadra rinunciò per problemi di licenza.

Ad ogni modo, il capolavoro compiuto in quell’anno resta negli annali, in quanto una città che si affacciava dopo 40 anni al massimo torneo visse un periodo memorabile, che la portò ad essere considerata tra le realtà più interessanti di quel periodo storico.

11°: Il Galeone abruzzese
Un po' come la Salernitana, anche il Delfino è uno dei più grandi misteri nostrani: una città splendida, perla dell’Adriatico, accompagnata da una tifoseria tra le più vicine della Penisola, che, però, non ha mai trovato continuità in Serie A.

Tra le società veterane in cadetteria, con l’avvento di Zeman nel 2012, il Pescara ha fatto conoscere futuri campioni quali Insigne, Verratti e Immobile, oltre a regalare spettacolo e, soprattutto, la promozione.
Il bilancio in massima serie è drastico: cinque partecipazioni, quattro retrocessioni.

Unico guizzo è quello della stagione 1987/88, con alla guida l’iconico Giovanni Galeone: la squadra poté contare sull’apporto del capitano Junior, calciatore brasiliano considerato tra i più forti di sempre, e di Gasperini, osannato tecnico di questo decennio alla guida dell’Atalanta.

La salvezza venne ottenuta grazie ad una sola lunghezza di vantaggio sull’Avellino: tanto bastò per potersi togliere la soddisfazione di averla conquistata.

10°: La rete “alla Palanca”
A chi non è capitato di ritrovarsi a giocare per strada, al parco o al campetto con gli amici da piccolo e, in occasione di un corner, esclamare: “segno alla Palanca”?

Il leggendario “baffo” è stato il protagonista assoluto del Catanzaro, prima squadra calabrese ad approdare in A e che visse un lungo periodo vissuto tra A e B.
La società (che può vantare anche due finali di Coppa Italia, di cui una addirittura quando militava in cadetteria) ha ottenuto la prima promozione nel 1970/71, seguita da un’immediata retrocessione.
Anche il secondo assalto finì con lo stesso esito, fino alla stagione 1978/79, dove il buon Carletto Mazzone permise di conseguire la prima salvezza della storia.

Tre anni dopo, otterrà il 7° posto, miglior piazzamento della storia del club.

Una squadra che dalla metà degli anni ’80 ha subito un declino che dura fino ad oggi, incapace di tornare ai livelli di un tempo che gli hanno garantito un posto speciale nell’immaginario collettivo.
Attualmente milita in C e anche per quest’anno pare improbabile una risalita.
Anche qui, come in altre piazze, si attendono tempi migliori.

9°: “Regina” della Calabria
Se il Catanzaro è stata la prima squadra calabra a disputare il massimo campionato e il Crotone la più recente, a fregiarsi del titolo di rappresentante più presente del territorio è la società amaranto.

Nove campionati disputati, di cui sette di fila: nessuna delle sue corregionali è arrivata a tanto.
Della Reggina squadra di culto dei primi anni di massima serie è stato detto e scritto tanto: dall'immenso futuro Campione del Mondo Andrea Pirlo, passando per capitan Cozza, Kallon, Mozart, Nakamura e tanti altri, questi hanno rappresentato delle autentiche icone.
L’impronta definitiva sul calcio italiano, però, fu messa nel 2006/07, dopo lo scandalo Calciopoli: una penalizzazione finale di 11 punti (erano 15 all’inizio) sembravano una mannaia. Nessuno avrebbe potuto scommettere sulla salvezza della Reggina ed invece, contro tutti i pronostici, grazie principalmente al contributo della coppia d’oro Rolando Bianchi-Nick Amoruso, la squadra in riva allo Stretto ottenne una strepitosa salvezza, festeggiando doppiamente con la retrocessione contemporanea dei “cugini” messinesi.

Una squadra che ha compiuto una delle più grandi imprese di sempre della storia del calcio italico.
La squadra, dopo un decennio difficoltoso, adesso è in Serie C, dove ha giocato un girone d’andata da record: i segnali per il ritorno in B ci sono tutti e sarebbe un premio per una squadra straordinaria per la categoria.
La dimensione minima, per gli amaranto, non può che essere la cadetteria.
Poi, con una pianificazione corretta, si potrà puntare a tornare in quella che è stata la casa dei calabresi per tutti gli anni Duemila.

8°: L’ululato del Lupo
C’era una volta, nei lontani anni ’80, un Lupo della terra d’Irpinia, il quale azzannò il campionato più difficile del mondo dell’epoca senza mai mollarlo di un centimetro.

È stata una splendida storia, apparentemente irripetibile per i biancoverdi che, analogamente alla Reggina, hanno vissuto questa parentesi molto lunga in Serie A, attestandosi quasi sempre in posizioni di media classifica, salvandosi puntualmente, senza mai, però, riuscire ad acciuffare un meritatissimo piazzamento europeo.
La squadra campana è la seconda della regione per importanza dopo gli irraggiungibili partenopei: tra le sue fila hanno militato calciatori validissimi quali Lombardi, Colomba, De Napoli, Casale, Juary (futuro vincitore della Coppa dei Campioni con il Porto) e tanti altri.

L’Avellino fu motivo di orgoglio per una terra che proprio in quegli anni conobbe la terribile disgrazia del terremoto che segnò tutto il territorio.

Gianni Brera la definì come la più bella realtà di provincia della storia del calcio italiano.

Dopo quella strepitosa avventura, l’Avellino conobbe solo difficoltà e attualmente milita in Serie C.

7°: Zemanlandia
Il più grande luna park del calcio di provincia italiano (e, forse, non solo) ha sede in Puglia, a Foggia.

Uno degli allenatori più divisivi della storia di questo sport, il boemo Zdenek Zeman, fu l’artefice del miracolo dei Satanelli all’inizio degli anni ’90.
Dopo la promozione nella stagione 1990/91, i foggiani crearono un modo di giocare originale ed offensivo, accattivante per chiunque fosse appassionato del bel calcio.

Con in porta l’indimenticato portiere Mancini, il trio delle meraviglie Baiano-Rambaudi-Signori incantò pubblico e critica, tanto da meritarsi l’appellativo di “Foggia dei miracoli” dai media nazionali e non solo. Il tridente spumeggiante permise al Foggia di sfiorare una storica qualificazione in Coppa UEFA, sfumata per poco anche nelle due stagioni successive.

Fu un triennio dorato, che si interruppe con l’addio del mister, attratto dalle sirene della Capitale, sponda biancoceleste.
Dopo aver toccato l’apice della propria storia, la squadra conobbe un declino profondo, scendendo addirittura nell’attuale Serie D.

6°: Mambo salentino
Se esiste una squadra che sia rappresentativa del calore del Sud, il Lecce ne è forse la più fiera paladina.

Furore del Salento, la squadra giallorossa ha cominciato ad esplodere a partire dalla stagione 1975/76, anno del ritorno in Serie B dopo 27 anni. Fu nel 1984/85 che conquistò la prima promozione in Serie A e, da quel momento, divenne un’autentica mina vagante: similarmente ai rivali del Bari, hanno conosciuto molti saliscendi di categoria, lanciando però tantissimi calciatori e togliendosi innumerevoli soddisfazioni.
Il miglior piazzamento resta il 9° posto del 1988/89, con in panchina Mazzone, Pasculli (Campione del Mondo con l’Argentina nel 1986) a guidare il reparto offensivo ed in rosa i giovani Antonio Conte e “Checco” Moriero.

Molto legata ai sudamericani, hanno militato tra le fila giallorosse due simboli assoluti di uno dei periodi d’oro del calcio leccese: capitan Giacomazzi e il bomber Chevanton, simboli di un calcio nostalgico.
Tra la miriade di talenti passati, i vari Cuadrado, Vucinic, Ledesma, Cassetti (primo calciatore convocato in maglia Azzurra a vestire la casacca salentina) e tantissimi altri.
Dopo anni bui, il Lecce è passato in due anni dalla C alla A, tornando a giocare un ruolo da protagonista per il Sud Italia.

Dovrà difendere la categoria da una concorrenza serratissima.

5°: Catania show
Dopo aver calcato negli anni ’60 costantemente i campi di A, il Catania conobbe un lungo digiuno, durato dal 1971 fino al 2006: 35 anni di attesa per tornare dove compete.
La seconda squadra siciliana per importanza ha disputato otto campionati di fila, collezionando sette salvezze e giungendo ai piedi della zona europea nel 2012/13 (prima del tracollo) con alla guida Rolando Maran, abituato a fare le fortune delle piccole realtà (il Cagliari di quest’anno insegna).
In quegli anni, il Paese si accorse della squadra rossazzurra: tantissimi allenatori passarono dalla città dell’Etna, da Mihajlovic a Montella, fino addirittura a Simeone, divenuto uno dei top a livello mondiale con l’Atletico Madrid. Sotto la sua gestione il Catania stravinse il derby per 4-0, bissando quello memorabile ottenuto a casa dei rivali rosanero due anni prima, con la prodezza indimenticabile di Mascara da centrocampo, leader tecnico indiscusso di quella compagine.

Il Catania, analogamente al Lecce, ha lanciato tantissimi ottimi calciatori: i vari Lodi, Spinesi, Ledesma, Terlizzi, Biagianti, Maxi Lopez, Silvestre, Bergessio, Izco, Spolli fino al vero fiore all’occhiello, Gomez, leader dell’Atalanta miracolosa di Gasperini di questo decennio.
Anche per i siciliani, come tantissime altre realtà meridionali, si attendono tempi migliori: l’attuale Serie C non può saziare gli appetiti dei sostenitori di una squadra capace di tenere testa al torneo di A per tantissimi anni.

4°: Vedere tutto rosa… nero
Dopo diversi saliscendi (tipiche, come anche nel caso del Bari), nel 1972/73 il Palermo retrocesse dalla Serie A, attendendo ben 31 anni per risalire la china.
Sotto la presidenza di Zamparini, noto per i suoi rapporti non proprio idilliaci con gli allenatori (ne cambiò una marea), la squadra ottenne lo status di “grande” per un periodo, ottenendo ben cinque qualificazioni in Coppa UEFA (è la seconda squadra del Mezzogiorno per partecipazioni alle coppe internazionali) e sfiorando l’ambita qualificazione in Champions League nel 2009/10, perdendo l’appassionante duello contro la Sampdoria.
Il Palermo fu davvero, in quegli anni, una squadra strepitosa e che regalò alla Nazionale italiana alcuni dei protagonisti della vittoria del Mondiale in Germania nel 2006
: su tutti Fabio Grosso, rigorista decisivo nella finale con la Francia, ma anche Zaccardo e Barzagli, quest’ultimo futuro pilastro della Juve dei record.
Da non dimenticare anche il lancio nel grande calcio di Luca Toni, bomber straordinario di quel periodo e Scarpa d’Oro l’anno successivo alla prima stagione in massima serie coi rosanero.
Il Palermo fu davvero una stella luminosa per l’Isola siciliana, capace di fregiarsi dello scettro di Regina del Sud, in assenza del Napoli, e che espresse un calcio riconosciuto da tutti come fluido e gioioso.

Anche per il Palermo i tempi sono duri e adesso è dovuta ripartire dalla Serie D: la scalata per tornare nel calcio che conta è appena cominciata.

3°: Il canto del Gallo
Se dovessimo indicare qual è la squadra simbolo del saliscendi tra le due principali categorie, non ci sarebbero dubbi: il Bari (o la Bari, per i tradizionalisti).
Considerata, a debita ragione, la squadra ascensore per eccellenza del calcio nostrano, il Bari ha sempre avuto un posizionamento importante per il Mezzogiorno, barcamenandosi tra A e B per quasi tutta la sua storia, fatta eccezione per il periodo recente in cui, come tante altre squadre, è dovuta ripartire dalle ceneri e adesso si trova in Serie C a lottare con la Reggina (altra nobile decaduta) per ritornare in cadetteria.
Vincitrice della Mitropa Cup nel 1990, il suo stadio ha ospitato la finale di Coppa dei Campioni del 1991 ed è considerata una delle piazze tradizionalmente più passionali e affamate di calcio e la sua tifoseria è considerata tra le più calorose d’Italia.
Tra i momenti più importanti si ricordano i tardi anni ’90, con tre salvezze consecutive, e calciatori quali Masinga e Osmanovski a comporre il tandem offensivo.
Con Fascetti in panchina esplose Antonio Cassano, autore della rete ormai divenuta iconica contro l’Inter: in quella serata, tutto il Paese venne rapito dall’astro nascente locale, che avrebbe dovuto rappresentare il futuro del nostro calcio. La vendita alla Roma fu una delle più importanti economicamente per l’epoca.

L’ultimo sussulto in A di rilievo avvenne nella stagione 2009/10, con alla guida il futuro CT Ventura: la squadra disputò uno dei migliori tornei della sua storia, raggiungendo il 10° posto finale, e fermando l’Inter del Triplete con due pareggi, sia all’andata che al ritorno.

Oltre all’immenso capitano Gillet, numero uno per presenze nel club, militavano in quella squadra Bonucci e Ranocchia: il primo è colui che divenne (ed ancora lo è) pilastro della Juve dei record; il secondo ha invece avuto un rendimento meno brillante con la maglia dell’Inter, ma ha dimostrato una enorme professionalità.

Bomber di quella stagione fu Barreto e il gioco fu lodato all’unanimità per la sua spensieratezza e organizzazione tattica.

2°: Rombo di tuono
E finalmente arriviamo ai successi del Mezzogiorno: la prima squadra ad aver ottenuto il titolo di Campione d’Italia è il Cagliari, nello storico campionato 1969/70.
Cinquant’anni fa l’Isola sarda divenne leggenda: con in panchina Scopigno, la squadra riuscì ad ottenere l’ambito tricolore, sfiorato già l’anno prima.
Gigi Riva, sardo di adozione, fu il simbolo di quella squadra: il suo amore viscerale è ancora oggi considerato simbolo dell’attaccamento verso dei colori e verso una società, anche a costo di avere meno vantaggi economici e pochi trofei.

“Rombo di tuono”, Campione d’Europa con la Nazionale nel 1968 e protagonista assoluto ai Mondiali del 1970, fu il principe di un team di assoluto rispetto: in porta l’immenso Albertosi, in difesa capitan Cera, Martiradonna e Niccolai e davanti i vari Gori, Nenè e Domenghini.

Fu l’apice della storia del club, un traguardo mai raggiunto e che restò nell’immaginario collettivo come un’impresa storica, condivisa da tutti come un traguardo eccezionale e meritato.
Negli anni successivi, la squadra conobbe un nuovo momento di gloria nella stagione 1993/94: l’anno prima conseguì il 6° posto in Serie A che permise di partecipare alla Coppa UEFA e di giungere fino alle semifinali, perdendo il derby contro l’Inter poi vincitrice del torneo.
Una nuova rinascita pare esserci quest’anno: le condizioni per ritornare in UEFA ci sono tutte.
Da segnalare il periodo in rossoblù di Daniele Conti, autentica bandiera della squadra che rifiutò di lasciare Cagliari per altri lidi e si legò al club per tutta la sua carriera.

Tra i grandi campioni che hanno vestito la casacca del “Casteddu” vanno segnalati Boninsegna, Zola (idolo indiscusso), Francescoli, Suazo e l’attuale capitano Nainggolan, centrocampista tra i più forti della sua generazione.

1°posto: L’epoca Maradoniana
Non ci potevano essere dubbi: il Napoli è la squadra per eccellenza del Mezzogiorno, la più titolata e l’unica ad aver vinto anche in campo internazionale.

Quasi sempre presente in Serie A, ottenne il successo in Coppa Italia nel 1961/62 giocando in Serie B e partecipando alla Coppa delle Coppe l’anno successivo.
Un buon livello lo raggiunse anche a metà degli anni ’70, dove vinse un’altra Coppa Italia e sfiorò lo Scudetto in un paio di occasioni.

Ma l’epoca d’oro è soltanto una: quella del “Pibe de Oro”, i mitologici anni ’80.

Diego Armando Maradona, giunto a Napoli per una cifra record per l’epoca, nel 1984 cambiò per sempre la storia del club e dell'intero movimento sportivo, portando gli Azzurri al vertice e rendendo il calcio un fenomeno pop.
Dopo i primi due anni di “apprendistato” (in cui comunque regalò perle memorabili, tra cui la rete alla Juventus segnando da punizione in area contro qualsiasi legge della fisica), vinse il Mondiale del 1986 che lo consacrò a icona del calcio mondiale: era giunto, finalmente, il Messia di questo sport.
L’anno successivo contribuì in modo decisivo al successo dei partenopei, primo alloro della storia, facendo doppietta e vincendo la Coppa Italia.

L’anno dopo perse il titolo contro il Milan di Sacchi, ma nel 1988/89 ottenne la prima Coppa Uefa.
L’epilogo avvenne nel 1989/90, con il secondo tricolore e con Napoli nuovamente in festa.
Dopo questa esaltante avventura, la squadra conobbe periodi di crisi ed addirittura la Serie C: con una lenta risalita, riuscirà ad imporsi come unica alternativa alla Juventus in questo decennio, senza mai riuscire, però, a scucire il titolo dal petto dei bianconeri,

Annovera un’altra Coppa Italia con Mazzarri (e con il trio Hamsik-Lavezzi-Cavani) nel 2011/12, e con Benitez vinse ancora un’altra Coppa e la Supercoppa Italiana nel 2014.

Con Sarri arrivò quasi a vincere il titolo nel 2017/18, ma restano indelebili le grandissime giocate offerte dal prodotto azzurro e il record di reti di Higuain, capace di segnare 36 reti nel campionato italiano 2015/16.