Sì, abbiamo dato il definitivo ko al tanto odiato Rudi, ma per molti è stata una vittoria che ha lasciato un leggerissimo velo di amarezza e malinconia, come quando la mattina al bar il cervello dice di fermarsi al primo cornetto, anche se il cuore (o lo stomaco) li mangerebbe tutti, e voi uscite fuori rassegnati, malinconici. La stessa sensazione è arrivata quando Correa ha trafitto Yohann Pelè: tutti abbiamo esultato ovviamente, finchè non abbiamo realizzato la cosa…

L’amore crea…

Un comodo piattone di sinistro. Inizia così la storia d’amore tra Felipe Anderson e i suoi tifosi, una storia che come tutte le altre alterna momenti di pura passione ad altri di “tira e molla”. Dribbling e assist scorrono nel sangue del brasiliano, che fa divertire e si diverte, giocando con la stessa facilità con cui Patric giornalmente aggiorna il suo profilo Instagram, con la conseguenza che anche gli steward finiscono per innamorarsi del suo stile di gioco.

…e poi distrugge

Il problema arriva quando le cose si mettono in salita e serve un sacrificio anche da quelli a cui un sacrificio non viene chiesto mai. E Anderson è proprio uno di quelli. Cammina, gioca svogliato e si accende ad intermittenza. Qualcuno inizia a criticarlo, e quell’amore passionale si trasforma, per alcuni, in odio. Le domeniche in panchina iniziano ad accumularsi, con l’accusa di non essere pronto a certe responsabilità. Ma in fondo il ragazzo ha solo ventitre anni, “forse è stato il troppo amore o l’incoscienza dell’età”.

L’addio

Nell’esatto momento in cui è stata annunciata ufficialmente la sua cessione, il mondo laziale si è spaccato in due: da una parte tutti quelli che “quaranta milioni per uno che non corre? Sono oro.” e dall’altra coloro che Felipetto lo avrebbero tenuto a qualsiasi costo. La cosa certa, che ha messo d’accordo tutti quanti, è il ricordo del suo ultimo capolavoro: siamo in quel maledetto Lazio-Inter, quando Lulic illumina una prateria a Felipe sull’uno a uno, che brucia in velocità Miranda e D’ambrosio finendo poi per trafiggere Handanovic. È il goal del momentaneo due a uno, quando tutti alla Champions iniziano a crederci davvero. È l’ultima volta che esultiamo per un suo goal.

Una nuova fiamma

“Sono stato come un cane, mi sono buttato via”. È proprio quello che canta Max Pezzali, lo stato d’animo di chi Felipetto lo ha difeso anche davanti all’indifendibile, ma bisognava farsene una ragione, perchè a Formello stava per arrivare il suo sostituto: un ragazzetto di appena ventiquattro anni, Joaquin Correa, che in Serie A è diventato “famoso” per un clamoroso goal mangiato a due centimetri dalla porta (no, mica questo è un articolo dedicato a Dzeko). Inutile parlare delle reazioni a pancia piena, con commenti come “è scarso”, “abbiamo preso il Correa sbagliato”, “questo non giocherà nemmeno un minuto” e via dicendo. Pensieri che però l’argentino sta letteralmente demolendo a suon di prestazioni: in dodici partite (di cui solo tre da titolare), ha collezionato ben tre goal. Le caratteristiche sono le stesse del brasiliano, dribbling ubriacante e scatto felino; è per questo che nel goal contro il Marsiglia è stato un po’ come rivederlo segnare, il nostro Anderson.

Ogni tanto mi illudevo fossi veramente tu, e sentivo la tua voce anche se non c’eri più”.

Correa sì, Correa no

Ma Joaquin, tralasciando ciò che di buono sta mostrando, è davvero scarso come (alcuni) dicono? No, assolutamente no. Quando infatti gente come Luis Alberto ha dei momenti di buio, o quando in partita in corso servono nuove possibilità di saltare l’uomo, Correa diventa micidiale e sopratutto fondamentale, un po’ come Jordan Lukaku. Che poi più o meno è ciò che Inzaghi chiedeva a Felipe, solo che al brasiliano le panchine di troppo proprio non andavano giù, e via di musone. E poco importa se alcuni ancora lo rimpiangono: “le stagioni poi passarono, i ricordi se ne andarono, restò solo la malinconia”, noi siamo convinti che la storia con Correa avrà tempo e modo di diventare una cosa seria a tutti gli effetti, perchè il suo unico problema al momento è quello di non chiamarsi “Felipetto”.

“Ed il tempo se ne andò con te, tra i rimpianti e le lacrime, e i ricordi e la felicità, e l’amore che non tornerà”.