Quanti portieri sono stati soprannominati “gatto” per via dei propri riflessi. Il problema era poi meritare quel nomignolo, perché è chiaro che se fai il portiere una certa reattività fa parte del bagagliaio di serie. In caso contrario cambi ruolo, oppure sport che è anche meglio. Ebbene in Sudamerica, a cavallo tra gli anni 60 e i 70, non si poteva parlare di gatti neri applicati al calcio e non riferirsi contemporaneamente a Ladislao Mazurkievicz, perché lo sguardo fulmineo e i movimenti di quel portiere non li aveva nessuno. Cercavano di imitarlo, di essere come lui, ma era come per un attore scimmiottare Marlon Brando. E se davvero volevi imparare il mestiere, dovevi rubare con gli occhi e mettere a frutto con fatica ciò che a Ladi riusciva quasi naturale.

EL GATO. Il portierone della nazionale uruguagia è morto nel gennaio del 2013, ma era nato nel giorno di San Valentino del 1945. Volendolo immaginare vivo, “el gato negro” oggi avrebbe 73 anni. Negro non perché fosse di colore (figuriamoci, il padre era polacco), ma per via del suo completo da portiere scurissimo, calzerotti compresi: il kit sobrio e insieme affascinante dei numeri 1 di un calcio che non esiste più. C’è in particolare un episodio che lo rende molto famoso e degno di un parco delle rimembranze che altrimenti non gli sarebbe mai stato allestito nel corso degli anni. Per la serie, “le grandi ingiustizie del calcio”. Estadio Jalisco, Guadalajara, Messico. È il 17 giugno 1970, Brasile e Uruguay si stanno dando battaglia per un posto in finale ai Mondiali. Nei minuti finali del secondo tempo, il Brasile sta vincendo in rimonta per 3-1, quando Tostão da centrocampo lancia Pelé in contropiede verso la porta avversaria. Mazurkiewicz esce dai pali, O’ Rey gli fa un numero da far impazzire le folle: finta di corpo a sinistra, deragliamento a destra dopo aver girato intorno al portiere senza toccare il pallone. Il 10 verdeoro riprende palla qualche metro più avanti e sia pure da posizione defilata scaglia verso la porta quasi sguarnita. La conclusione esce di due dita, forse meno. È il «non gol» più bello della storia. Fosse entrato quel pallone, si sarebbe comunque trattato di un evento: di fronte a sé Pelé non aveva un portiere qualsiasi.

LADISLAO MAZURKIEVICZ viene dunque ricordato soprattutto per quella semibeffa subita nella semifinale di un Mondiale, eppure è sempre stato un pessimo cliente per Pelé, che ne aveva stima e che aveva fatto la sua conoscenza cinque anni prima in una semifinale di Copa Libertadores. Il 31 marzo 1965 il Santos viene infatti eliminato dal Peñarol di Montevideo, con il ventenne «Mazurka», chiamato fra i pali a sostituire il titolare. Un gatto, un istintivo, uno che sembra avere le molle sotto gli scarpini. Ma anche un uomo saggio, un numero 1 che dà sicurezza alla difesa e che non a caso viene ritenuto il più grande portiere nella storia della Celeste, la Nazionale di calcio uruguagia. Il futuro “gato negro” nasce a Piriapolis, località balneare di stile italianeggiante a 100 chilometri da Montevideo, da padre polacco e da madre spagnola. Raccontano le cronache che da ragazzo Ladislao sceglie la palla sbagliata: quella a spicchi. Gli piace il basket, ma non ha ancora incontrato se stesso. Di statura media (179 centimetri, appena sufficienti per un portiere) e tecnica approssimativa, ha buone movenze e un’agilità non indifferente, ma la pallacanestro proprio non fa per lui. Poi, un giorno, un osservatore del Racing Club di Montevideo nota un tredicenne dai riflessi felini: il giovane è del tutto acerbo e vorrebbe giocare come centrocampista, ma quel giorno manca un portiere e lo sbattono fra i pali. La leggenda è molto dettagliata: “el chichuito” (il ragazzino) para sei rigori in una partita. Un penalty parato può essere un colpo di fortuna, ma quando dagli 11 metri il pallone si fa ogni volta materia plastica nelle mani di un ragazzotto che non dovrebbe nemmeno stare lì, scatta l’allarme da parte degli osservatori. “Chi è questo fenomeno?”, grida qualcuno da una tribuna. Da lì alla prima squadra è un attimo. Ad appena 16 anni l'esordio, quindi due promozioni e una chiamata a cui non si può dire di no: quella del Penãrol, la Juventus d’Uruguay.

SAMBA VS MAZURKA. A causa dell'indisponibilità del titolare Maidana, il ragazzo, ancora privo di esperienza internazionale, si ritrova in campo senza preavviso contro il Santos nella semifinale di Coppa Libertadores. Lui para tutto con una naturalezza irritante, la squadra di Pelé non passa e il Penãrol va in finale. Nella sfida decisiva gli Aurinegros soccombono agli argentini dell'Independiente, ma si rifanno nell'edizione successiva contro il River Plate: Libertadores sul tavolo del presidente, medesimo destino nell'Intercontinentale, vinta contro il Real Madrid nel 1966. Queste sì che sono soddisfazioni, per tutti ma per qualcuno ancora di più. Manco a dirlo, contro le Merengues il portiere è uno dei migliori in campo. «Mazurka» ha appena ventidue anni, eppure ha già vinto e parato praticamente tutto, oltre ad avere già fatto sfoggio della propria classe ai Mondiali inglesi del 1966: riesce a non far passare i padroni di casa e a fine torneo viene votato come terzo miglior portiere della manifestazione. E 4 anni dopo, nel 1970, di fronte alle alture messicane si ritrova al cospetto di Pelé, che diventerà un abituale avversario del numero 1 “celeste”.

NEL 1971 Mazurkiewicz si trasferisce in Brasile, all'Atletico Mineiro. Vince immediatamente il «Primeiro Campeonato Nacional de Clubes», prima edizione del campionato brasiliano a livello nazionale. Tre stagioni con i bianconeri di Minas Gerais, poi il Mondiale 1974 e una breve avventura europea: una stagione in Spagna, al Granada, miracolosamente salvato dalla “Segunda”. Quindi il ritorno in Sud America con Cobreloa, America di Cali e di nuovo Penãrol nel 1981. In panchina c'è Luis Cubilla, storico leader della selezione uruguagia, che facendo appello al suo grande carisma lo convince a far da chioccia alla giovane promessa Fernando Alvez. Per un solo anno però, visto che «Mazurka» preferisce smettere per riciclarsi come preparatore dei portieri. Sa bene di essere ancora troppo forte per accettare di marcire in panchina. Negli ultimi anni Ladislao Mazurkievicz viene abbandonato dalla salute. Fa appena in tempo a vedere l’alba del 2013. Il 2 gennaio a Montevideo, “el màs grande de todos” saluta tutti per sempre. Aveva 67 anni e soffriva da tempo di problemi respiratori. Tuttavia negli ultimi giorni le sue condizioni si erano aggravate per l'insorgere di complicazioni renali. Quegli stessi reni che in decenni di carriera gli avevano fatto compiere balzi prodigiosi. Quelli di un gato negro.

Diego Mariottini