Un enorme disco dorato tramonta arrossando il cielo, che si mescola a cirri scuri e nuvole multiformi e si posa su un deserto attraversato da indolenti dromedari: è il Marocco, è un qualche sperduto segmento del disincantato Maghreb. Dove il cosmo arabo incontra la sua prima resistenza occidentale, dove il bisbiglio berbero si confonde con un maccheronico francese, figlio dell’ultima dipendenza, dove un re moderno professa l’Islam e sposa un’informatica, dove il Sahara concede gli ultimi roventi granuli del suo immenso patrimonio sabbioso, dove spontanei campi di calcio si disegnano su un pezzo di terra battuta, segnato da improvvisati pali “polimaterici” senza traverse, per infinite partite senza tempo.
Dove il calcio africano ha trovato la sua Mecca e i suoi profeti. 
È il Marocco! 
Ci sono andato e ci ho pure giocato a pallone. 

Ero con tre dei miei quattro amici di sempre, destinazione Marrakech.
Partimmo una mattina d’inverno, mentre da qualche altra parte del mondo arabo si disputavano, anche lì, infinite partite dei mondiali. L’Italia non c’era andata, a quei mondiali, e mentre eravamo in viaggio, io e i miei vecchi compagni di mille partite a calcetto e di milioni di partite alla tv, ci sentivamo un po’ come la montagna che va da Maometto, visto che i maomettani magrebini quel mondiale lo stavano disputando e bene anche, erano arrivati addirittura in semifinale. 
Ma non andavamo certo a Marrackesh per il calcio. Eravamo, sì, ammalati di pallone, ma non al punto di farci migliaia di chilometri per vivere dall’interno il sogno marocchino. 
O no? 
“Oh picciotti, sia chiaro, Marocco-Francia si guarda in un pub di Marrakech... sennò non ci torno a Palermo”: Marco era indiscutibilmente il più patito e il più Peter Pan, a dispetto dei suoi cinquanta e passa; il pensiero comunque aveva sfiorato le sinapsi “pallonesche” di tutti noi, un fulmineo fremito aveva percorso le nostre vene rette, la sensazione di mescolarci col tifo marocchino c’insaporiva le papille gustative (u sapuri ru’ gol, si dice dalle mie parti).
E forse il fuori-programmino di Marco lo avremmo attuato, sarebbe dipeso dall’esito del viaggio. “Se ci riprendiamo Giulio, e questa cosa del pub possiamo farla tutti insieme, la facciamo”, aveva sentenziato il buon Pino, mentre addentava un pezzo di torta al cioccolato.
Lui era il pesantone della compagnia, lui era il saggio della compagnia. Io mi accodai, il taciturno dottore, Beppe, per l’appunto tacque, Marco abbozzò e la mozione di Pino passò (come sempre): saremmo andati in quel locale tutti insieme o niente. 
Tutti insieme voleva dire con Giulio. 
Giulio era il motivo di quel viaggio, era il quarto amico mancante. Il burlo della compagnia, Giulio aveva trascorso gran parte della sua esistenza a dilapidare il patrimonio familiare e a comminare guai a destra e a manca. Ma gli volevamo bene, perché in fondo era buono come il pane. 
Divorziato e più solo del 2 di coppe quando la briscola è a mazze, era andato in Marocco alla conquista definitiva di una mezza conquista estiva; non sapevamo bene cosa avesse comminato, sapevamo solo che era stato arrestato e che, oltre a noi, nessuno si sarebbe preoccupato delle sue sorti. Prova ne è che l’unica telefonata che fece, la fece a me. Eravamo sicuri non trattarsi di una cosa grave (Giulio non fa cose gravi), ma in carcere a Marrakech… 
Giusto giusto, l’ambasciatore italiano era un siciliano, che contattammo via mail, attivando con lui una insperata, serrata corrispondenza. Fu lui che ci disse di andare là, dandoci istruzioni sul da farsi. E noi andammo. “Il nostro illustre compaesano ci aiuterà”, ci eravamo detti. 
Ed eccoci alla volta del Marocco, che intanto, il giorno prima della partenza, batteva la Spagna ai rigori. "Mizzica, niente male sti marocchini! Speriamo solo che le sbarre delle loro carceri non siano emetiche come la loro difesa": qualcuno di noi magari lo pensò.

Arrivati lì, ci rendemmo davvero conto del miracolo sportivo che la squadra nazionale stava compiendo. La gigantesca piazza di Jemaa el-Fna, Medina di giorno e agglomerato esotico-culturale di notte, era tutto uno sventolio di bandiere, un fischiettare di facce estasiate, un colorito mix di confusione, tamburi battenti e battute pungenti contro i “cugini” francesi. C'era chi passava la canna da zucchero sotto una pressa e ne vendeva il succo, chi spremeva il melograno, chi incantava serpenti, chi vendeva pentole tajine e vasi smaltati e l’olio di argan, i tappeti multicolori, le babbucce decorate, i tatuaggi all'hennè. E poi gli odori: dall'incenso bruciato alle spezie, alle braci ardenti dove   arrostivano teste di pecora o montone e spiedini... 
Era tutta un’anarchia armoniosa e giubilante. Era il  Marocco in festa e Amrabat ci ci co co …
L’opposto del nostro morale. La terra straniera ci tolse infatti ogni certezza; una volta lì, eravamo meno sicuri delle sorti di Giulio e dell’esito del viaggio.
Avevamo appuntamento col segretario dell’ambasciatore (trapanese pure lui), presso la hall di un riad arabesco, dove peraltro saremmo alloggiati. Gli esponemmo i fatti, che lui già conosceva per sommi capi, dallo scambio di mail intercorsi tra noi e l’ambasciatore. 
Si chiamava Tony, era un uomo attempato, fisico asciutto, vestito di tutto punto, faccia liscia e capelli corti alla Cristiano Ronaldo; aveva un’espressione un po’ cialtrona e molto complice, ammiccava a noi come solo noi siculi in terra straniera sappiamo ammiccarci a vicenda. Poi, il colpo di reni, che avrebbe salvato il nostro amico: sfregò con nonchalance pollice e indice…
“Quanto?”, chiese Pino. 
“10 mila euro e il vostro amico esce domani… qui funziona così”.
Nel sottofondo, in parte inquietante e in parte rassicurante, di quel “Qui funziona così”, che rimbombava nei nostri umori come l’eco spettrale d’un cane che latra in lontananza, quella stessa sera cenammo in una specie di vicina locanda. 
Le spezie erano ovunque, nel pollo, nel pane, nel couscous, nell’harira e pure nei corni di gazzelle. La cannella sapeva d’America e dei due gol fatti al vicino Canada nell’esordio in Qatar; il cumino frizzava sulla lingua come Hakimi sulla fascia; il pepe ci aveva lasciato le penne con tutto il suo Portogallo; la curcuma aveva il retrogusto amaro di un autogol; lo zafferano era giallo come la faccia di Luis Henrique al palo di Sarabia.
Insomma, in quei giorni di un mite dicembre, tutto lì parlava di mondiale e di pallone. Tutto! 
Anche noi ci pensavamo, la partita Marocco-Francia non dovevamo e non potevamo perdercela. La proposta del segretario dell’ambasciatore ci aveva lasciati perplessi, non tanto per i 10 mila euro (racimolarli non sarebbe stato un grosso problema), quanto per la disinvoltura con cui lui stesso ci aveva al contempo invitati, il giorno dopo, a un partita di calcetto. Non ci aveva detto contro chi né dove avremmo giocato, ci aveva solo indicato il negozio dove recarci per comperare maglie e pantaloncini da calcio, raccomandandoci che fossero rigorosamente di colore azzurro. L’indomani mattina, ancora incerti, andammo in quel negozio, una boutique arruffata, non distante dall’albergo, che esponeva maglie da calcio di tutti i club e di tutte le nazionali possibili e immaginabili; e un’enorme bandiera del Marocco al posto dell’insegna.
Come da appuntamento, vi trovammo Tony. Cominciavamo a dubitare che fosse davvero il segretario dell’ambasciatore, forse anche per via dell’abbigliamento, quella mattina decisamente più casual. Si stava provando la maglia da portiere col nome di Buffon stampato dietro e aveva già fatto preparare per noi le maglie: io presi quella di Barella; il dottore, Marco e Pino ne scelsero, neanche a dirlo, tre della Juve (una di Chiellini e due di Chiesa).
Eravamo patetici, ma la cosa ci avrebbe divertiti, se non fossimo stati in preda allo straniamento più totale. E non avevamo visto ancora niente...
Salimmo su un’auto nera a sette posti, con tanto di autista e un pass o qualcosa del genere: la cosa ci rassicurò un tantino. Tony stava davanti, ma non dava indicazioni, il giovane berbero alla guida sapeva già dove andare. 
Dopo una decina di minuti (e un’infinità di stradine labirintiche) ci fermammo. Altro che straniamento! Ci sentimmo presi dai turchi (e dai marocchini), quando davanti al nostro van si spalancarono le porte del carcere. 
Marco emise un’onomatopea indefinibile, il dottore taceva (e quando mai!), io me la facevo sotto. Pino stava per chiedere spiegazioni, quando Tony si voltò verso di noi, con un sorriso mezzo ferino e mezzo cretino stampato sulla faccia: “Amunì, la libertà del vostro amico giochiamocela a pallone”. 
“E i dieci k?”, fece Marco. 
Tony rise: “Perché, davvero eravate disposti a pagare 10 mila euro per far uscire il vostro amico di prigione?”.
Intervenni io, con una delle mie citazioni del caciocavallo: "Non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico… si dice così da queste parti, no?”. 
Tony rise ancora. Noi no, non ridevamo. Ognuno di noi, sarei pronto a scommetterci, in quel momento pensò a Giulio. Ognuno di noi, sarei pronto a scommetterci, si chiedeva: “Che cavolo ci sto a fare io qui?”. 

Scendemmo dall’auto, mentre l’enorme cancellata in ferro si chiudeva alle nostre spalle; anche dall’atrio del carcere si scorgeva il minareto, che mai come in quel frangente torreggiava su di noi, inquietante. Seguimmo il nostro camaleontico Tony, che a sua volta seguiva i passi di un uomo in giacca e cravatta, a dire il vero, molto cordiale. Ci fece entrare in uno stanzino. Qualcuno temette potesse essere la stanza dell’interrogatorio, io di sicuro lo temetti (le serie tv fanno quest’effetto e poi avevo appena finito di leggere Shantaram).
Per fortuna, era semplicemente uno stanzino adibito a spogliatoio. Ci cambiammo, mentre Tony ci forniva il minimo sindacale di spiegazioni. Prima di uscire, ci guardammo in faccia. Non giocavamo a pallone da anni (ultimamente c’eravamo dati al padel), ma non era questo che ci preoccupava e neppure la situazione kafkiana ci preoccupava. Dentro quei completini dell’Italia non ci preoccupavamo più di niente. 
Il tempo era buono, non faceva né caldo né freddo. Il nostro umore era invece tempestoso: temevamo per Giulio e per il paradosso in cui ci trovavamo, ma al contempo rivivevamo l’ebrezza di una sfida da affrontare tutti insieme. 
Eravamo di nuovo una squadra unita, proprio come il Marocco dei mondiali; la vita, coi suoi moti, ci aveva messo più volte a dura prova, ma non ci aveva mai fatto gol, proprio come il Marocco dei mondiali (o quasi). Adesso avevamo un’altra partita da vincere: tirar fuori quello scemo di Giulio. E ce la giocammo a calcetto, in un campetto di cemento del carcere di Marrakech.

Come finì il nostro match contro i secondini marocchini (vestiti ovviamente con le casacche rosse dei leoni dell’Atlante)?
Meglio che non ve lo dica. A Palermo diciamo: “Ni ficiru a cafiata”; e se non avete ancora compreso l’entità della nostra disfatta, prego consultare internet o, meglio ancora, una eventuale diretta conoscenza palermitana. 
In compenso, ci riprendemmo Giulio, il quale aveva commesso una scemenza di poco conto: un alterco di strada con imprecazione ad Hallah incorporata (“Poco conto una milinciana, Giù”…). Poi, l’intervento dell’ambasciatore, paesano nostro, le scuse di rito, un al-qadi malleabile e probabilmente un’atmosfera di contentezza che permeava l’intero Paese e pure le istituzioni. Insomma, il buon Giulio se l’era vista pietre pietre… brutta, va. 

Com’è finita Marocco-Francia?
Ancora non lo so. Quel che è certo è che andremo a guardarla in un pub marocchino e che faremo il tifo per loro... ovviamente.