Lo chiamavano colonnello, ma per il suo popolo è stato un generale. Anzi, un re, anzi di più. Il re del calcio, ma anche e soprattutto l’ultimo re degli Unni. Un condottiero in campo e fuori, a partire dalla fine della Guerra. Ferenc Puskás è andato oltre l’idea di un semplice campione di calcio. Un simbolo per qualcuno, un onirico fratello maggiore per altri, l’ideale punto di riferimento per 9 milioni e mezzo di connazionali. Per la Budapest allora satellite di Mosca, lui e l’Aranycsapat (la “squadra d’oro”) sono la parte esportabile di un regime tra i più feroci e repressivi nell’Europa dell’Est al tempo della guerra fredda. Ricorre il mese prossimo l'anniversario dalla morte di colui che è annoverato fra i primi 4-5 fuoriclasse planetari di ogni tempo. Tuttavia Puskás va molto oltre il fatto agonistico. È ancora l’orgoglio di una Nazione in cerca di riscatto tramite lo sport, ma è anche il fuggiasco per eccellenza nel momento in cui i carri armati sovietici invadono la Capitale ungherese, più di 60 anni fa.

LA REPRESSIONE. Nel novembre del 1956 Puskás lascia Budapest occupata dai russi e passa il confine. Un confine dal quale una volta si usciva a proprio rischio e pericolo e che oggi tende a non offrire ospitalità a chi vuole entrare. Con il fuoriclasse ormai esule svanisce il sogno di milioni di concittadini che si erano opposti al regime. Viene repressa nel sangue la speranza collettiva di una vita meno misera, di un’esistenza più dignitosa per tutti, di riforme libertarie in grado di cambiare il corso della storia. Di un socialismo realistico e non di uno Reale. Puskás, Hidegkuti, Bozsik e tutti gli altri componenti della grande Nazionale che “riuscì” a perdere il Mondiale del 1954 in uno dei più grandi suicidi dello sport moderno, sono stati per anni l’unico motivo d’orgoglio per un Paese che si diceva alfiere del socialismo ma che presentava numeri da terzo mondo. Disoccupazione altissima, paghe da fame, iperinflazione, scarsezza dei beni di prima necessità, mortalità infantile ai massimi livelli. Il tutto, tenuto in piedi dalla totale assenza di uno stato di diritto e della libertà di espressione.

TENENTE COLONNELLO PUSKAS. L’apparato di polizia è lo stesso che aveva imperversato durante la svolta filo-nazista degli anni 40. Cambia il colore politico, non cambia il modo d’agire. Diventare sovversivi è la cosa più facile e sparire all’improvviso, può essere anche più immediato. I campioni dello sport magiaro non sono ricchi ma in quel sistema sono privilegiati. Vengono inglobati nel personale dei vari ministeri pur senza avere mai lavorato, oppure hanno un grado militare senza aver mai sparato un colpo di fucile. Come Puskás, il tenente colonnello che nessuno ha mai visto in divisa. E poi vivono di altri appannaggi. Mangiano tutti i giorni, vivono in case ben costruite e si avvalgono di cure mediche ad altri negate. Insomma, il regime si tiene cara la sua Aranycsapat. Il campionissimo non sembra un comunista entusiasta, ma deve tirare avanti e in quel sistema trova un suo modus vivendi. E ha anche una sua influenza politica. Il portiere Grosics, suo amico e simpatizzante di destra, è più volte salvato dalle grinfie della polizia segreta per interecessione del “compagno Ferenc”.

MA QUANDO LA RIVOLTA DI PIAZZA esplode a Budapest, lui si trova all’estero con la sua squadra e decide di non tornare. Puskás lascia per sempre il Paese per riparare prima in Austria e poi in Italia, ma ha un grosso problema: deve riuscire a far fuggire la moglie Erzsebet e la figlia Anikò. In quell’Ungheria, uscire è difficilissimo e la stragrande maggioranza dei tentativi si paga con la vita. La ricongiunzione familiare avviene a Milano nel dicembre del 1956 e poi la vita calcistica di Puskás ripartirà, straordinaria più di prima, con la maglia del Real Madrid.

NELL’UNGHERIA DI OGGI, il “divino Ferenc” è ancora una leggenda, ma anche frutto della propaganda di regime. A modo suo, non smette di essere strumentalizzato, neanche oggi e neanche da morto. Nell’era Orbán il bomber della Honved e della Nazionale continua a incarnare le virtù del buon magiaro (proprio lui che, in origine, di cognome fa Purczeld, origine tedesca) e i suoi connazionali ancora lo adorano. È sepolto a Budapest nella Basilica di Santo Stefano, non lontano dal luogo in cui riposano santi e sovrani. Il 2 aprile si ricorda la nascita di un grande uomo del popolo, il 17 novembre la morte di un imperatore senza corona. Difficile stabilire se a Ferenc Puskás l’Ungheria di oggi piacerebbe. Gli Unni erano conquistatori, ma anche gente aperta alle influenze esterne. Tant’è che quello magiaro è un popolo misto, per definizione e per ricorsi storici. Contro lo straniero, contro la globalizzazione, un po’ contro tutto, il Paese oggi si cinge di fili spinati e alza muri su muri. Quegli stessi che 60 anni fa la sua gente avrebbe voluto abbattere. Ieri gli ungheresi chiedevano accoglienza, oggi il potere politico la nega a chi sta patendo ciò che i magiari hanno a suo tempo subìto. E il prossimo futuro non smette di addensare nuvole sulla Capitale. Anche San Gerardo, che guarda la città dall’alto di un monte, sembra aver cambiato espressione. Accoglie forse, ma non sorride.

Diego Mariottini