1976. Il Cagliari allenato da Luis Suarez e poi da Mario Tiddia, sta precipitando nel baratro della serie B. Quella stessa squadra che non più tardi di 6 anni prima aveva vinto un indimenticabile scudetto. L’unica e ultima speranza della squadra sarda per salvarsi ha un nome e un cognome che pronunciati insieme incutono non soltanto timore ma autentico rispetto da parte di tutti: Gigi Riva. In quel momento l’attaccante lombardo ha compiuto da poco 31 anni ed è da oltre un decennio il simbolo della squadra, forse di un’intera regione. Almeno sul piano sportivo. Ha chiuso il rapporto con la Nazionale ma detiene il record di segnature in Azzurro. Un primato che ancora oggi resiste. Riva non sa, non può sapere, che quel pomeriggio giocherà la sua ultima partita da professionista. La carriera di un grande campione costellata da gol eccezionali ma anche da tre infortuni gravissimi che di fatto gli limitano la carriera. Ecco cosa successe quella domenica di 40 anni fa. Ma non soltanto quella domenica. Partiamo dalla fine.

CAGLIARI, 1 FEBBRAIO 1976. Ultima giornata del girone d’andata, campionato 1975/76. Allo Stadio Sant’Elia sono di fronte Cagliari e Milan. La formazione rossonera ha bisogno di una vittoria che la mantenga nei quartieri alti della classifica, il Cagliari è invece in caduta libera. A dicembre è stato esonerato l’allenatore Suarez ma la gestione di Tiddia non sta invertendo la traiettoria verticale. I rossoblù, nonostante la presenza in campo di Gigi Riva e di un giovanissimo Pietro Paolo Virdis, sono ultimi in classifica. Una vittoria potrebbe risollevare il morale e dare una qualche speranza. Pareggiare servirebbe a poco. 6° minuto della ripresa, il Milan è in vantaggio grazie a uno stacco di testa di Egidio Calloni. Nel tentativo di trovare un pareggio immediato il Cagliari attacca: il difensore milanista Bet sta controllando palla nella propria area, nel tentativo di impostare l’azione in avanti. Riva cerca di contrastare l’avversario andando in pressing, ma fra i due non c’è, o non c’è ancora, contatto fisico. D’improvviso, nell’appoggiare il piede destro, quello che Riva non usa mai per calciare, l’attaccante fa tutto da solo. Lancia un urlo e si accascia sul prato. La successiva diagnosi è impietosa: strappo all'adduttore della coscia destra. Nonostante i vari tentativi di recupero e l’inclusione nella rosa del Cagliari anche per la stagione successiva, Riva non riuscirà più a scendere in campo. Rombo di tuono, come viene soprannominato, abbandona il calcio giocato a soli 31 anni. Lo fa con un ruolino da campione assoluto, specie in anni in cui in Italia si segnava poco, quando gli autogol erano ancora autogol e non venivano attribuiti agli attaccanti: 156 gol in 289 presenze in serie A. Più di mezza segnatura a partita. Uno così, non lo abbiamo avuto più e chissà mai se ne nascerà uno simile in futuro.

LA PERSONA, IL CAMPIONE. La chiave per comprendere l’uomo, prima ancora che il grande calciatore, è il tema dell’incidente. O meglio, quello della sofferenza. La sofferenza di una vita segnata per sempre da un incidente sul lavoro, quello che porta via suo padre quando lui è un bambino di 9 anni. Luigi Riva non è sardo, è lombardo. Nasce a Leggiuno, in provincia di Varese nel 1944. Sua madre Edis è una casalinga, il papà Ugo è un parrucchiere riconvertito a sarto, poi operaio di fonderia. Il 10 febbraio del 1953 è una data che nessuno in casa Riva può dimenticare, perché da quel momento l’esistenza di tutti è sconvolta. Un banale incidente, un pezzo di metallo che, staccatosi da un macchinario, colpisce Ugo Riva allo stomaco, passandolo da parte a parte. Oltre al dolore personale per una morte così improvvisa, per il l’unico figlio maschio avviene anche il distacco forzato da casa. Il bambino Luigi viene mandato in collegio, in una di quelle strutture di cui il diretto interessato mantiene ancor oggi un pessimo ricordo. Il carattere del ragazzo, già introverso e spigoloso, diviene in quegli anni ancor più duro, quasi impenetrabile. Ma anche più determinato e risoluto di prima. Una critica o un complimento per lui fanno X, il mondo è un’entità ostile. La sua vita sembra da quel momento un’eterna fuga psichica dal collegio, la silente ribellione all’autorità imposta, la ricerca mai dichiarata di un riparo dal dolore. La sua è una sensibilità profonda e malcelata, difesa con tutte le forze. Un’anima che la vita sembra aver maltrattato e che ora ha bisogno di riscatto, di pace. Una via però c’è, c’è sempre. Sa giocare bene al calcio, ma a quelli del collegio la cosa non interessa affatto. Loro vogliono bambini obbedienti e sottomessi, non cannonieri da oratorio. Una volta uscito di lì, il futuro campione riesce a farsi notare tra i dilettanti della squadra di Laveno Mombello, comune vicino a Leggiuno. Gioca quando il lavoro glielo permette, la famiglia Riva deve tirare avanti e tutti contribuiscono allo sbarco del lunario. All’inizio non sembra neppure una punta ma piuttosto un tornante sinistro. C’è però un dettaglio che salta agli occhi di chi lo osserva. Non sarà una punta ma, cifre alla mano, la quantità di reti segnate è impressionante: 30 il primo anno, 33 nella stagione successiva. Potenza, raffinatezza nel tocco, capacità acrobatiche, stacco di testa perfetto. Fa tutto con il sinistro ma gli basta un piede per non dare scampo a nessuno. Nella stagione 1962-63 il Legnano dà a un 18enne taciturno ma di forte personalità l’occasione di esordire in serie C. È lì che si vedrà se Gigi è pronto per il salto di categoria. 23 partite, 6 gol. In effetti all’inizio fatica ad adattarsi ma il talento si vede. Lo notano soprattutto i dirigenti del Cagliari, squadra che allora giocava in serie B. All’inizio il ragazzo non vuole trasferirsi in Sardegna, poi non andrà più via dall’Isola. Ed è a Cagliari, lontano dal resto del mondo, che un tipo introverso con la voglia prepotente di segnare si trasforma in uno dei più grandi realizzatori di sempre. Diventa, per l’appunto, Gigi Riva. A un attaccante così non si può negare un posto in Nazionale ed è proprio alla maglia Azzurra che le sue gambe pagano nel corso degli anni il tributo più oneroso.

ROMA, 27 MARZO 1967. Luigi Riva da Leggiuno, detto Gigi, è alla terza apparizione con la maglia azzurra e quel lunedì pomeriggio allo Stadio Olimpico si gioca un’amichevole di prestigio, Italia-Portogallo. La squadra lusitana è arrivata terza ai Mondiali dell’anno prima e ha in squadra Eusebio, l’alternativa europea a Pelé. Ed è proprio la Perla del Mozambico a gelare i tifosi romani dopo meno di mezzora. L’Italia si riversa in avanti, perdere davanti al proprio pubblico, quello stesso che la vedrà all’opera agli Europei un anno più tardi, sarebbe brutto. È passata un’ora di gioco e l’occasione sembra quella buona per pareggiare. Riva va a chiudere nell’area piccola una triangolazione volante con Mazzola e allunga la gamba sinistra per dare il tocco decisivo. Il portiere avversario Américo in uscita disperata gli spezza, senza volerlo, il perone. Campionato finito e ritorno in Nazionale 8 mesi dopo. La partita finisce 1-1, segna proprio il sostituto di Riva, Cappellini. Il giorno del rientro in Azzurro la fortuna decide però di ripagare Rombo di Tuono (come nel frattempo il giornalista Gianni Brera ha ribattezzato Gigi Riva) con gli interessi. A Cosenza si gioca Italia-Cipro per le qualificazioni a Euro 1968. Finisce 5-0 e il bomber del Cagliari fa tripletta. Sono i primi 3 dei 35 gol complessivi che Riva metterà a segno in Nazionale.

PRATER DI VIENNA, 31 OTTOBRE 1970. Dal primo tremendo infortunio sono passati 3 anni e mezzo e ora tutto il mondo sa bene chi è Gigi Riva. È un campione che ha sconfitto tanti nemici, primi fra tutti la necessità economica, la solitudine forzata e la mancanza di libertà. I gol rendono liberi. E amati. Sì, perché i tifosi isolani, non soltanto i cagliaritani, si rivedono in lui e lui in loro. Qualcosa nei suoi occhi malinconici e in quel sorriso sempre un po’ trattenuto sembra dire qualcosa di preciso. Senza mai dirlo, in realtà. I sardi lo sentono profondamente uno di loro e non soltanto perché è un goleador. Anche Boninsegna segnava gol a grappoli con quella maglia ed era apprezzato, ma Gigi Riva è un’altra cosa, non c’è nulla da fare. Tra il campione e la Sardegna c’è un patto di fedeltà e un sodalizio profondo e misterioso. Riva ha vinto un mitico scudetto con il Cagliari ed è stato per 3 volte capocannoniere della serie A. Ma non è tutto. Dopo avere conquistato il titolo europeo nel 1968 con la Nazionale Italiana, è diventato vicecampione del mondo in Messico nel 1970. Il ‘70 sembra un anno da incorniciare ma in realtà finisce malissimo. L’ultimo giorno di ottobre la Nazionale è a Vienna, allo Stadio Prater. Quel sabato pomeriggio ci si gioca la qualificazione per gli Europei del 1972. L’Italia vincerà 2-1 ma il danno subìto fa dimenticare il successo. Manca un quarto d’ora alla fine e Riva punta palla al piede la porta avversaria. All’altezza dei 20 metri il difensore Hof gli entra alle spalle con una durezza ingiustificata. Il primo a rendersi conto della gravità dell’incidente è Domenghini, che chiama la barella con ampi cenni della mano. Frattura del perone e distacco dei legamenti della caviglia destra.

IL CAGLIARI DENTRO. Oltre sei mesi di stop. In quel lasso di tempo trovano uno spazio perverso l’eliminazione del Cagliari dalla Coppa dei Campioni per mano dell’Atletico Madrid e una discesa in classifica fino al settimo posto finale. Il tutto, a causa della mancanza di un fuoriclasse assoluto, uno di quelli che ti cambiano la partita e la vita. Anni più tardi, nel 1976, senza più Gigi Riva muoiono le residue speranze di restare in serie A. una sindrome degenerativa che ripete ogni volta se stessa. La parabola simbiotica di una squadra che guardava il mondo con l’occhio disilluso e determinato del suo grande leader. Un leader che smette controvoglia nel febbraio di 42 anni fa.

Diego Mariottini