Ognuno di noi ha un paio di ali, ma solo chi sogna impara a volare. (Cit. Jim Morrison).

Una voce, lontana e sconosciuta, mi chiamò a se per tre volte. In principio non capii cosa essa volle dirmi. Quella voce - con una certa ostinazione - mi richiamò a se per “ben” tre volte ancora. Non capii o forse - anche volendo - non avrei proprio potuto comprendere, nemmeno in cento vite. Mi sentii come un neonato in attesa del primo colostro. Dal piccolo rifugio, casa - in pochi istanti - mi ritrovai catapultato in una landa oscura e desolata. Con attenzione mi guardai bene intorno. Non c’era niente e nessuno ad attendermi. E fu allora che, confuso, mi domandai: “E’ solo il frutto della mia fervida immaginazione?”.   Non feci a tempo a dare una risposta a quella domanda lecita che, dalla terra, spuntò una montagna celata da candide nuvole e rigogliosa tra la fitta e lussureggiante vegetazione di quel luogo magico. Da un pertugio angusto nella roccia - alla base del massiccio montuoso - zampillò un rivolo che confluì indisturbato in un laghetto nell’ampio bacino montano. Poco distante quelle acque, pure e limpide, discendevano da un gradino di dieci metri d’altezza per sfociare in una gola stretta e poco profonda. Su entrambe le sponde, di quel laghetto, c’erano ampi lariceti mischiati con salici e rari abeti rossi poggiati su un folto tappeto di rododendri e mirtilli. Da quel luogo magico, un profumo intenso saziò il mio olfatto.   Poco più avanti, quelle acque proseguirono verso un secondo gradino - più di due metri d’altezza - fino a perdersi all’occhio di ogni essere vivente. Mi avvicinai, insicuro, a quel laghetto. Sul suo ciglio rimasi sempre vigile, benché in uno stato di paresi fisica semi-permanente. Sebbene mi sforzassi, con tutte le mie forze, non riuscì a parlare tantomeno a scrivere perché l’animo gridò alla vita e il corpo lottò - all’estremo delle sue forze - contro la morte. Ascoltai - in religioso silenzio, solo colmo di rispetto -  il ruscello a fatica farsi spazio tra le rocce e il vento bussare, dolcemente, alle foglie tra i rami degli alberi maestri. Con la coda dell’occhio, per pochi secondi, feci a tempo a guardare quel laghetto popolarsi di vita con le mille specie tra i pesci in natura esistenti; dal salmerino alpino al carpione fino alla tinca e all’alborella.  Proprio come tutto era iniziato, senza volerlo - in pochi istanti - ascoltai il corso d’acqua terminare la sua corsa e il vento, stanco, sospirare tra le foglie. Il lago divenne un misero stagno. La montagna restò in silenzio e, poco dopo, anch’essa scomparve tra le nuvole minacciose. Quest’ultime, cariche d’acqua, stesero una enorme tappeto nero su tutta la valle. Tornai a casa e il dolore mi fece suo schiavo.

Cari lettori anche le parole pesano come le MONTAGNE! “Stiamo cercando tutti quanti di far capire che questa è una situazione sicuramente “difficile” ma non così tanto pericolosa. Il virus è molto aggressivo nelle diffusioni ma poi nelle conseguenze molto meno fortunatamente è poco più – non sono parole mie, sono parole dei tecnici con i quali parliamo – di una normale influenza…”.  (Stralcio della Comunicazione della Giunta per voce del Presidente della Regione Lombardia, il dr. Attilio Fontana);

Nonostante tutto - “bei discorsi quelli fatti in questi giorni: Complimenti!” - restiamo sempre delle volgari bestie, tutte discendenti da un antenato comune. Talvolta, ahimè, sarebbe bene ricordare che le parole hanno il potere persino di uccidere...

A tutte le vittime del Sistema

Arsenico17