Il 14 Ottobre ha compiuto 51 anni Matthew Le Tissier, “Le God”, autentica bandiera del Southampton, militante nel club dei “Saints” dal 1986 al 2002.
Venerato come una divinità dai supporters bianco-rossi, ha ricambiato l’enorme affetto del suo popolo rifiutando, all’apice della sua carriera, offerte importanti dai principali club inglesi e preferendo restare nel suo club di appartenenza, pur consapevole che quella scelta gli avrebbe negato successi e popolarità.
Esploso a neanche 18 anni con una doppietta decisiva nel roboante 4-1 della sua squadra nientemeno che nel “Teatro dei Sogni”, al secolo “Old Trafford”, rifilato ai padroni di casa del Manchester United, crebbe fino alla vera e propria consacrazione nella stagione 1989/90, siglando 20 reti in campionato, che gli valsero la nomina a miglior giovane della massima divisione inglese e fece conquistare, grazie anche alle reti del ben più noto compagno d’attacco Alan Shearer, il settimo posto alla sua squadra, miglior piazzamento della sua militanza nel club.

Snobbato dalla Nazionale di Sua Maestà (appena 8 presenze di cui 6 in amichevole), continuò a segnare con discreta costanza, raggiungendo il suo record personale tra il 1993 e il 1995, con 55 reti tra Premier e coppe nazionali.
Dotato di grandi doti tecniche e balistiche, divenne celebre anche per essere stato un cecchino sui tiri dagli undici metri: su 48 calci di rigore ufficiali ne ha segnati 47!

Sembra incredibile che un calciatore con i suoi mezzi e con le sue doti non abbia, ad esempio, mai disputato una partita a livello internazionale per club.
E se con gli anni la sua figura è diventata quasi un mito, non mancano in Italia esempi di bandiere poco reclamizzate che, per una causa nobile come l’attaccamento alla maglia, hanno preferito proseguire le loro avventure in piccoli team piuttosto che essere uno dei tanti in un top club o, più semplicemente, hanno scelto di legarsi ad una società per spirito di appartenenza, dimenticandosi della carriera in senso stretto e dedicandosi ad un amore viscerale verso dei colori.

Di seguito non troverete, dunque, le storie arcinote di Totti, Maldini, Del Piero e Zanetti, ma storie di campioni che hanno fatto una scelta di cuore, che non ha pagato in termini di titoli ma che ha reso immortali le loro gesta nei cuori dei propri sostenitori.

Come disse Le Tissier, “Di me hanno detto spesso che mi piaceva essere il pesce grande nello stagno piccolo. Sarò onesto: è vero, amavo essere al centro dell’attenzione, sentire la pressione delle aspettative che la gente riponeva nei miei confronti. Non ho mai sopportato l’idea di deludere queste persone, volevo farle divertire. Vincere è grandioso ma non è mai stato tutto per me, e credo che sia stato questo a rendermi diverso dagli altri. Non sono mai stato un buon perdente, non mi piaceva perdere, ma c’era una parte di me che voleva dare spettacolo, far apparire un sorriso sul volto della gente. E mettere spesso un pallone sotto l’incrocio da 25 metri mi sembrava un buon modo per riuscirci.”[1]

- Antonio Di Natale
E’ probabilmente l’esempio più vicino al caso di Le Tissier, sebbene lui sia stato icona dell’Udinese per tutta la seconda parte della sua carriera, quasi come se il suo valore reale lo avesse riservato per gli anni friulani.
Ha infatti girovagato per qualche anno in Serie C (Iperzola, Varese e Viareggio) fino all’Empoli, dove per 5 stagioni mise in mostra il suo talento cristallino che gli valsero le prime chiamate in Nazionale con alla guida il C.T. Giovanni Trapattoni.
A 27 anni si trasferì all’Udinese e ci restò fino al ritiro, nel 2016, dopo 12 anni, i quali lo hanno reso simbolo di una città: nella prima stagione (2004/05) ottiene una storica qualificazione in Champions League e anno dopo anno cresce sia in termini di rendimento che sotto il profilo realizzativo, che gli valgono la convocazione agli Europei del 2008 con la maglia azzurra.
Il biennio 2009-11 è l’apice della sua carriera: vince per due volte consecutive la classifica marcatori della Serie A, segnando a valanga (57 reti in 71 gare). Anche in tal caso otterrà la convocazione al triste Mondiale in Sudafrica per la spedizione guidata da Lippi, nel quale metterà a segno un’inutile rete nella fase a gironi.
Segna con costanza anche negli anni a venire, meritandosi un’altra esperienza azzurra a Euro 2012, conclusa con l’ingresso nella finale persa contro la Spagna, ed entrando nel ristretto club degli Over 200 goal nella massima serie, superando un monumento come Roberto Baggio.
La sua carriera termina nel 2016, tra le lacrime di un popolo che lo ha letteralmente eletto a sua guida e icona.
Ma non solo le innumerevoli perle o i traguardi storici che ha consentito di raggiungere alla sua squadra: Totò, per amore di una terra che ormai considera casa sua, rifiutò la chiamata nientemeno che della Juventus, che aveva individuato, nell’estate del 2010, nel neocapocannoniere del torneo la risorsa giusta per ripartire dopo una stagione pessima.

Di Natale scelse il bianconero, ma quello in direzione Nord-est, quella maglia che non ha voluto lasciare neanche per un’occasione che capita una volta nella vita, anche se il periodo storico non era dei più floridi. Ha preferito la provincia alla gloria, la riconoscenza di una tifoseria alla carriera, l’essere il numero uno piuttosto che uno dei tanti.

 

- Sergio Pellissier
Anche l’attaccante valdostano è stato rivalutato verso fine carriera, quasi interamente dedicata al Chievo Verona.
Dopo gli esordi con Torino e Varese, le due stagioni con la SPAL in Serie C1 gli valgono la chiamata della società clivense. Da quell’estate del 2002, Sergione non haì più mollato la casacca gialloblù, divenendo il più prolifico goleador in Serie A della storia del club: 112 reti sono un bottino formidabile se si pensa che il Chievo è sempre stato storicamente un club abituato a lottare per la salvezza.
Dopo essere diventato titolare nel giro di poco tempo, contribuì nel 2005/06 alla qualificazione in Coppa UEFA della sua squadra, trasformatasi in un clamoroso accesso ai preliminari di Champions League (persi contro i bulgari del Levski Sofia) a seguito dello scandalo Calciopoli; la stagione si concluse con un epilogo imprevisto, ovvero la retrocessione nella serie cadetta.
Una sola annata in Serie B, nel 2007/08, nella quale trascinò la sua squadra alla vittoria del campionato con 22 centri, divenendone capitano e idolo indiscusso.
La stagione seguente disputò il miglior campionato in massima serie della sua carriera con 13 reti, che gli fruttarono l’unica convocazione con la maglia della Nazionale per un’amichevole con l’Irlanda del Nord.

L’amore del suo popolo ha portato la società a ritirare la sua maglia numero 31 al termine della scorsa stagione, anno conclusosi con un’amara retrocessione ma con un ancor più triste addio al calcio giocato di una vera e propria bandiera del nostro calcio, anche lei non sventolata come forse avrebbe meritato.

Recordman in termini di reti del derby di Verona (4 realizzazioni), è ora responsabile dell’area tecnica del club dei Mussi.

 

Luigi Menti
Nipote di Umberto e di Romeo (quest’ultimo protagonista del Grande Torino e deceduto nella tragedia di Superga del 1949 e a cui è dedicato lo stadio del Vicenza), nacque nel 1934 e disputò 16 stagioni ufficiali con il Lanerossi Vicenza, con una parentesi di un anno al Padova nel 1957-58.
Fu dopo questa esperienza che il 24enne trovò spazio nella squadra biancorossa con continuità, contribuendo con 6 goal al settimo posto della sua squadra nella stagione seguente. Da lì in poi fu il pilastro della società, diventandone il recordman assoluto per numero di presenze in Serie A.

Mezzala molto dotata tecnicamente, nei suoi anni migliori ricevette offerte dalla Roma ma soprattutto dalla Juventus di Sivori nel 1961: l’amore per i colori della sua città lo portò però a rifiutare qualsiasi offerta, preferendo non vincere sul campo dei trofei ma entrare nei cuori dei suoi tifosi per sempre.

E’ deceduto nel 2013 nella sua Vicenza.

Una delle più grandi soddisfazioni per Menti fu durante il citato campionato 1958-59: contro il Milan, “Bagolina” (bastone da passeggio in vicentino, suo soprannome durante la sua carriera) segnò una rete e a fine partita ricevette i complimenti personali di Nils Liedholm, suo idolo da ragazzo.

 

- Giorgio Ferrini
Nome forse non troppo noto ai più, è in realtà il primatista per presenze nella storia del Torino.
Prima di approdare ai granata, disputò una stagione con il Varese in cui si mise in mostra a neanche venti anni segnando 10 reti in Serie C.
Con il “Toro” divenne “La diga”, conquistando la promozione in Serie A nel 1960 ed entrando nella storia del club.
Ritiratosi nel 1975, fu nominato vice-allenatore di Gigi Radice; morì tragicamente nell’anno dell’ultimo scudetto della squadra causa di una duplice emorragia cerebrale.
Durante la sua carriera fu convocato sette volte in Nazionale, fregiandosi nel 1968 del titolo di Campione d’Europa con gli Azzurri, disputando la prima gara finale contro la Jugoslavia.
Per comprendere appieno lo spirito guerriero di questo calciatore immortale, basterebbe leggere un aneddoto raccontato da Pulici: “Da giovanissimo, nelle mie prime partitelle d'allenamento con la prima squadra venivo sempre marcato da Giorgio Ferrini che, per obbligarmi a tenere i gomiti alti, mi riempiva di pugni ai fianchi. Un giorno non ce la feci più e con un gomito troppo alto colpii Giorgio al naso facendolo sanguinare. Lui allora mi disse. "Adesso sì che sei del Toro"[2].

 

Daniele Conti
Figlio d’arte del mitico Bruno, mosse i primi passi, ovviamente, nella Roma, prima di trasferirsi nel 1999 al Cagliari.
La storia d’amore con il club sardo divenne viscerale, durata ben 17 anni.
Daniele si innamorò della città, tanto che arrivò a considerare il club Campione d’Italia nel 1970 la sua Nazionale; quella azzurra, infatti, snobbò con costanza il suo talento e nessun CT gli regalò la soddisfazione di una convocazione che, oggettivamente, avrebbe ampiamente meritato.
Incursore in area di rigore come pochi, alla fine della sua esperienza conta ben 464 presenze condite da 51 reti.
Nel 2013 fu eletto “Sardo dell’anno” e la sua squadra lo ha inserito nella “Hall of Fame” dei migliori di sempre.

L’addio al calcio giocato fu toccante e emozionò non solo il suo pubblico ma tutti gli appassionati di calcio, per un rapporto che è diventato qualcosa di tremendamente speciale.

 

- Antonio Benarrivo
Nato a Brindisi nel 1968, crebbe tra la squadra della sua città e il Padova, prima di passare nelle fila del Parma nel 1991.
Divenne pilastro del nascente periodo d’oro del club ducale, che durante la sua permanenza ottenne i suoi maggiori successi nazionali e internazionali.
13 anni di storia d’amore con la squadra gialloblù che gli consentirono di vincere 3 Coppe Italia, 1 Supercoppa Italiana, 1 Coppa delle Coppe, 2 Coppe UEFA (tra cui la doppia finale contro la Juventus del 1994/95) e 1 Supercoppa Europea.

In confronto, dunque, a tutti gli altri suoi colleghi di articolo, vanta un palmares di tutto rispetto; lo accomuna, però, quell’aura di poca enfasi su una storia che invece è durata tantissimi anni e che ha regalato soddisfazioni immense.

Terzino tutta corsa e abile nei cross, fu inoltre uno dei titolari della spedizione iridata della Nazionale del 1994, disputando la finale di Pasadena che vide trionfare il Brasile ai calci di rigore.

 

- Gianpaolo Bellini
Nato terzino mancino, sebbene poi adattato a tutti i ruoli della difesa, è il primatista per presenze della storia orobica (398) condite da 9 reti.
L’articolo si chiude con la sua carriera, che merita un plauso: tra le giovanili e la prima squadra, il legame tra Bellini e l’Atalanta è durato 30 anni!
Vincitore di due campionati di B, si ritirò nel 2016, segnando all’ultima partita in casa contro l’Udinese su rigore e lasciando proprio prima dell’avvento del periodo storico più importante della storia del club guidato da Gasperini.

Resta però uno dei calciatori più amati dalla piazza, capitano e icona.

In poche parole, come gli altri, una bandiera poco reclamizzata.

 

[1] https://www.ultimouomo.com/matthew-le-tissier-migliori-gol/

[2] Zeno Ferigo, Macchie nere sul pallone, Gingko, 2016, ISBN 9788895288697.