Sono passati cento anni dalla nascita di Giovanni Agnelli (detto Gianni, o l'avvocato) ed abbiamo ancora nostalgia delle sue battute e della sua signorilità. Era maestro di vita e di eleganza, aveva fatto il militare, diceva lui, ma andò in guerra in Russia ed in Africa; non erano passeggiate, altro che "naja". Quando morì, il 24 gennaio 2003, la città di Torino gli riservò un tributo che solo ad un re si poteva concedere. File interminabili di persone andarono a porgere l'ultimo saluto al suo feretro, con a fianco la sua amata "donna Marella", donna nobile di nascita e, soprattutto, di modi. E tra queste persone c'erano tutti i ceti sociali, tutti i partiti politici, i sindacati, e persino chi non c'entrava niente con lui, ma che amò il personaggio per la sua schiettezza, ed una qualità raramente esibita oggi: la mancanza di ipocrisia. Non si appoggiava a credenze ideologiche, e considerava le persone per quello che erano e per le loro capacità(altra dote oggi scomparsa), arrivando a scelte spesso invise, ma che alla lunga gli davano ragione. Ad esempio, fu sua la scelta di mettere a capo de "La  Stampa", quotidiano di proprietà della famiglia Agnelli, Enzo Biagi, noto giornalista di sinistra, ma di grandi capacità umane e, molto simile a lui. Infatti era un personaggio limpido, di carisma e senza preclusioni ideologiche, ma pieno di ideali, proprio come l'avvocato. La scelta fu  un successo, il giornale ebbe una crescita di copie e di consensi. 

La frase che lo distingueva era: "Non amo il potere per il potere, ma per quello che mi permette di fare". E certamente non c'è nulla di sbagliato in questa frase, perchè ognuno cerca un po' di potere per ottenere almeno di quanto vivere, e non per esercizio culturale o peggio personalistico.
Il suo rapporto con il sindacato era conflittuale,
vista la stagione che si viveva, ma sempre con rispetto reciproco. Fece contratti rivoluzionari per il tempo, come quello della scala mobile, che in un sistema ad alta inflazione, consentiva un giusto ristoro alle retribuzioni penalizzate dall'aumento dell'inflazione. Fu anche molto duro, quando ad esempio nei primi anni settanta licenziò molti dipendenti Fiat, ma ricordo che qualcuno, ed io avevo parenti nell'ambiente operaio, mi disse che non era poi così ingiusto lo fosse; infatti si era diffuso nelle fabbriche un certo contropotere che minava il potere decisionale dell'azienda e riduceva la capacità produttiva con danni ai progetti industriali dell'azienda. E questo gli costò molto, sia in termini di reputazione personale, che anche sportivi, infatti pare che la Juventus per questo motivo non riuscì a comprare Maradona, che costando almeno 14 miliardi, sarebbe stata considerata un'operazione altamente immorale. 

Allora l'avvocato fece un colpo dei suoi e si comprò Platini, per solo Quattrocento milioni(di lire), facendo arrabbiare Boniperti, che non lo considerava troppo, ma lui gli rispose: "Guarda, era un affare in saldo, se non va bene al limite lo rimandiamo indietro". Ancora oggi Platini è riconosciuto uno dei più grandi giocatori che il mondo abbia visto su di un campo di calcio. E così il buon Giampiero, si dovette inchinare, e riconoscere che l'avvocato aveva, come al solito, ragione. Oggi l'avvocato non so cosa direbbe di questa Juve, ma si ricorda che tra i record che voleva battere c'erano i cinque scudetti consecutivi della Juve anni trenta e del Grande torino anni quaranta. Ebbene oggi sarebbe felice, nove scudetti consecutivi sono una bella riuscita, peccato per quella Champions, che andò spesso indigesta anche a lui. 

Allora lui seguiva personalmente i giocatori, telefonava spesso, e di mattina presto, ai vari latini, Boniek, Causio, l'allenatore Trapattoni, pungolando la squadra verso traguardi e successi. Il detto Juventus operaia non gli dispiaceva, perché sapeva cosa volesse dire essere un operaio, ed era anche riconoscente ai suoi operai che lavoravano a volte in condizioni difficili, e spesso anche nel calcio (seppure in un mondo privilegiato) si dovevano superare con il sudore e l'abnegazione le situazioni più difficili. Giocatori come Causio e Vialli, seppure personaggi fuori dal campo e sempre un po' snob nella vita, in campo si trasformavano in bulldozer e trascinavano la squadra con la loro classe (immensa) e la loro grinta. Questa Juve, purtroppo, difetta di quella scuola, ed anche di quella classe, Ronaldo non ne ha abbastanza per tutti. Ma spero che qualcuno insegni ai giovani quei valori e se ci ricompattiamo intorno ai suoi valori, si tornerà a vincere e magari anche con qualcosa in più.
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