Marco Pantani è nato a Cesena il 13/01/1970. Da allora sono passati ben 50 anni. Sembra ieri e invece è soltanto oggi. Marco Pantani è stato uno tra i più grandi scalatori di tutti i tempi. Chi non ha vissuto quel periodo storico sulla propria pelle, beh allora, non può capire di chi sto scrivendo. Marco Pantani non è stato semplicemente uno “sportivo”. Uno tra i tanti mr. X nella lunga e gloriosa storia del ciclismo italiano e mondiale. Per certi versi Marco Pantani può essere paragonato a un’entità spirituale fatta di pura energia. E quella potente forza, per certi versi mistica, è stata recepita da milioni di italiani e sportivi nel mondo. In quegli anni non c’era bisogno di praticare il ciclismo per amarlo.

Pantani fisicamente non ricordava affatto l’immagine stereotipata del classico atleta tutto muscoli e testosterone. L’uomo perfetto al quale tutti noi vorremmo un giorno somigliare: “Magari fosse vero!, ce lo diciamo ogni giorno davanti allo specchio. Perché noi, in realtà, ambiamo a essere belli e affascinanti a tutti i costi. Magari semplicemente per sentirci accettati dalla società. Perché no?

Le palestre sono piene di super uomini. E già, si, il super uomo dell’immaginario collettivo: il Dio che si è fatto uomo….. a petto nudo, rigorosamente glabro e con le sopracciglia e le unghie appena rifatte. Un taglio di capelli alla moda, una connessione a internet veloce, lo smartphone all’ultimo grido (meglio un iPhone), un profilo accattivante su Instagram e il gioco è fatto: Signori e Signore sono lieto di presentarvi il Frankenstein dei tempi moderni.

E non c’importa nulla se lo spirito sia scollegato da un fisico troppo scultoreo per esser vero. È solo un piccolissimo e insignificante dettaglio della società contemporanea: Quella che venera il DIO dell’apparenza. Sempre alla ricerca perduta della perfezione del corpo a discapito di quella ben più profonda dello spirito. Tanto, prima o poi, anche lo spirito evapora così come il buon vino in una giornata calda d’agosto.   

Pantani aveva un fisico normale, nella media; insomma niente di eccezionale. Non aveva super pettorali da ostentare in pubblico e tantomeno i famosi addominali a tartaruga: quelli da scolpire in palestra grazie anche all’aiuto dell’amico farmacista. Tutt’altro, perché Marco nella vita di tutti i giorni era il classico antidivo con un viso dai lineamenti ben marcati. Per certi versi ricordava vagamente un uomo del remoto passato. Perché no? L’Homo Sapiens di 45.000 anni fa. Orecchie a sventola, orecchino da tamarro e una calvizie in uno stato avanzato. Una testa liscia come una palla di biliardo, possibilmente da nascondere con un cappellino durante la giornata o una bandana gialla in una pedalata. Perché perdere i capelli, oggi come allora, era un sintomo di malattia per la società: “Non è cosa buona e giusta per i super uomini sempre affamati di bellezza e sazi di spiritualità”.

Magari e chi lo sa? Marco toglieva il cappellino soltanto a letto: quando finalmente le tenebre della notte mettevano fine alla luce. I corpi sono tutti uguali al buio. Non credete? “E al contrario milioni di creature spirituali si muovono, non viste, sulla terra, quando siamo svegli come quando dormiamo”.

E per fortuna non c’è soltanto il DIO della bellezza a fare il padrone nelle nostre misere vite. Fortunatamente ci sono anche i vari John Milton.

E ci sono soprattutto gli affetti. Ad esempio? L’amore della famiglia per combattere quell’insicurezza che è insita nel profondo dell’animo di ognuno di noi. Magari lo sguardo compassionevole di un padre o quello pieno d’amore di una madre.

“Vieni, uniamo le mani, e calpestiamo il suolo in un leggero fantastico volo”.

Anche se, ahimè, dal quel fantastico volo, in un giorno qualunque, si può spesso cadere e senza un paracadute in dotazione. E il dolore può essere sia fisico che psicologico. Fa male, tanto!  

E lo sapeva anche il sig. Marco Pantani. Per fortuna c’era il ciclismo nella vita del forte corridore romagnolo. Lo sport inteso come la più potente medicina per curare il corpo e lo spirito umano.

Un carattere complesso quello di Marco Pantani. Una personalità solo all’apparenza semplice, con tante e piccole sfaccettature. Un mondo nel mondo, un po' come tutti del resto.

Per certi versi l’esistenza di un uomo ricorda vagamente un puzzle con migliaia di piccolissime tessere da mettere insieme con pazienza: una fila dopo l’altra e l’una nell’altra per dare un senso alla vita.

Ma come canta Vasco, spesso la vita un senso non ce l'ha. E forse questo il motivo per cui risulta essere indispensabile fare qualcosa che ci consenta di mettere, almeno temporaneamente, in un armadio i nostri demoni? Magari e perché no? Impegnandoci in qualcosa che ci faccia sentire alla stregua di una bestia. Insomma con l’obiettivo di vivere nel modo più semplice possibile: di istinti primordiali, quelli più essenziali.

E il ciclismo è uno sport duro e per certi versi praticato attraverso comportamenti automatici che non sono il frutto né di apprendimento né di scelta personale. E la fatica, senza dubbio, è un comportamento ricollegabile all’istinto più antico dell’uomo.

E per Marco Pantani Il ciclismo era fatica, tanta. Se vuoi qualcosa te lo devi prendere Marco con tutte le tue forze perché nessuno ti regala niente. Pedala Pantani. Spingi sempre più forte su quei maledetti pedali per staccare tutti gli altri dalla tua folle corsa. E il giovane Marco aveva deciso di vivere la vita in un modo istintivo: Pedalando, facendo fatica sui pedali di una bicicletta, possibilmente su una strada curva e stretta alle pendici di una grande montagna. Nel posto più vicino a DIO nel tentativo invano (ma umano) di capire il suo stesso DIO…..

E Marco sui pedali della sua fedelissima Bianchi diventava un’entità spirituale fatta di pura energia.

Scatto di Pantani! È stato il grido di battaglia per una generazione di tifosi del Pirata, prima accecati e poi illusi da quell’energia bestiale.  

Marco Pantani l’uomo con il cuore affamato di ossigeno. Marco Pantani un pirata eroico sui pedali di una Bianchi del 1998. Marco Pantani e la fatica come il miglior alleato per non dare un senso alla vita.  Marco Pantani in bici era un uomo solo al comando. Un pirata audace nonché il padrone del suo stesso destino grazie all’istinto primordiale di una bestia feroce; perché spesso la vera felicità alberga nello stomaco. Ehm e non nella mente ove essa in breve tempo verrà corrotta, plagiata e trasformata in qualcosa d’altro e comunque di ben diverso dalla sua forma originale.   

E su quella bicicletta, Marco Pantani era una bestia di rara bellezza e affamata di vita, audace e coraggioso come un pirata, alla ricerca della vera felicità….

Ahimè, nulla dura per sempre. È l’atroce legge della vita. Perché non siamo soli nell’universo. E spesso l’Uomo lotterà soprattutto contro sé stesso. Una lotta impari contro un gigante impossibile da sconfiggere.

E ci sono dei momenti nella vita di un uomo durante i quali c’è davvero ben poco da fare. E durante non ci saranno né decisioni giuste e né quelle sbagliate. Né santi, né eroi, né filosofi e tantomeno nemmeno gli psicologi della porta accanto, quelli che hanno sempre a portata di mano la pillola magica per ogni male del Mondo. Quando, ahimè, non ci sarà più il tempo nemmeno per sognare; perché talvolta, ebbene saperlo: i sogni sono il pasto preferito per i porci.  Ed è soltanto allora che il destino sarà nella bocca dei perdenti.

Il 14 Febbraio 2004, all’età di soltanto 34 anni, dalla polizia viene rinvenuto in il corpo senza vita di Marco Patani. Morto suicida per un’overdose di cocaina - con segni visibili di percorse sul suo viso - nel Residence le Rose di Rimini.

La vita è spesso una cruenta e sanguinosa battaglia contro un nemico visibile e talvolta non. Una battaglia all’ultimo e sanguinoso colpo per determinare chi vestirà i panni della vittima e chi, al contrario, quelli comodi del carnefice.

E alla fine di tutto, ahimè, soltanto uno ce la farà: Il più forte di tutti. È la dura legge della vita! Perché in fin dei conti, nonostante l’illusione della ragione, siamo pur sempre delle bestie carnivore. Ci nutriamo avidi di sangue umano e animale. Non possiamo farne a meno, è nel nostro DNA.

Bestie in un’esistenza che si consuma come l’ingenuità di un bambino. Perché tutto fugge

velocemente nell’eterna battaglia dell’uomo contro il tempo. Il Golia contro il Davide, il perdente contro il vincente, il sole e la luna, il mare e la montagna, la follia e la ragione, il tramonto e l’alba e via, via dicendo sempre più giù a scavare nel profondo dell’animo umano. Perché, nonostante tutto, le parole fuggono via dalla mente con la stessa velocità in cui ne hanno fatto parte. Le parole invecchieranno anch’esse a causa del tempo.

Ebbene tutto, e proprio tutto, ha un inizio grandioso e una sporca fine. Ehm e durante questo lasso di tempo infinitamente piccolo per ogni essere vivente, ci sarà un’unica ragione di vita: vincere a ogni costo. Alla fine siamo pur sempre delle BESTIE alla ricerca delle felicità perduta…. Tu chiamala se vuoi sopravvivenza!  

 

In fede, il Vs. bestiale   

Arsenico17