La mattina del 17 ottobre 2015 si tenne la cerimonia della posa della prima pietra dello Stadio Fildelfia. Mi avvicinai al luogo dove erano rimasti i ruderi del Tempio, con l’animo lieto, come quello di un intero quartiere granata in festa, ma contenuta, poiché da tempo il Filadelfia non è soltanto un luogo di festa, purtroppo ricorda anche lutti ed errori. Speriamo torni ad esserlo, senza cancelli, senza vele, che diventi ciò che ancor non è, cioè la casa del popolo granata, come quel giorno si disse e non è ancora vero. Manca il museo, manca la sede, manca un cortile dove chiacchierare, dove mettere in comune esperienze ed emozioni, dove socializzare perché ci sono troppe barriere oggi nel Torino.
Entrai, ed al momento dell’ingresso, metaforicamente, entrarono anche Loro, i Campioni) per mezzo della voce di Nicolò Carosio, il quale recitò  la formazione del Grande Torino. L’emozione fu così repentina e acuta da darmi una visione onirica degli Invincibili che mi apparvero come dei simulacri identici al loro aspetto in fotografia, mentre giocavano una partita di allenamento sul loro prato, sotto gli occhi di noi tifosi.
Presto tornai alla realtà, perché da un palco incominciarono a giungere i discorsi delle autorità, ex calciatori del Torino e tanti altri finché prese la parola Domenico Beccaria, rappresentante dei tifosi in seno alla Fondazione Filadelfia. Alla fine del suo intervento, mostrò a tutti la tromba di Oreste Bolmida, il trombettiere del Filadelfia, la portò alle labbra e scandì la sua nota. Pochi, fra i presenti, avevano sentito quello strumento musicale, e dopo qualche minuto il Presidente Cairo ce lo fece ascoltare una seconda volta.

Quella tromba magica conserva il suono che rappresenta il legame indissolubile tra la tifoseria granata e i loro beniamini, anche dopo la scomparsa degli Invincibili. Quel giorno veniva riprodotto al Filadelfia per la prima volta dopo tanti anni, facendo memoria di tutti quei giorni gloriosi. Sembrò che, portato dal vento, facesse una carezza a ciascuno di noi, una carezza della Squadra Leggendaria prima e poi ... di coloro che ci avevano insegnato ad amare il Torino. Sentimmo anche noi la magia di quel suono che ci infuse coraggio e ci galvanizzò facendoci capaci di poter superare qualsiasi ostacolo.
Ognuno di noi richiamò alla mente i successi del Toro degli Invincibili, in particolare gli anziani che erano presenti. Successivamente vennero alla memoria i momenti di quando c’eravamo tutti: dopo la tragedia di Superga arrivarono due Coppe Italia e lo scudetto del 1975-76. La commozione era generale e ci stringemmo a coloro che gli Invincibili li avevano visti e amati e che, di carezze dovevano averne sentite altre, quelle del Grande Torino quando segnava.
Una frase di Pulici, su tutte colpì l’uditorio: “Mentre all’estero gli stadi come il Filadelfia sono conservati come un monumento nazionale, in Italia si demoliscono.” Frase ancora attualissima.
A distanza di tempo, sono ormai passati sei anni, con il Filadelfia nuovamente funzionante, dispiace constatare che la casa del popolo Granata, non è ancora completata come previsto.

Chi era Oreste Bolmida, detto il Trombettiere del Filadelfia, classe 1893?
Di mestiere era Capostazione a Porta Nuova, l’allora stazione centrale di Torino e tutti i giorni usava la sua tromba per far partire i treni. Apparentemente quella tromba in ottone era come tutte le altre che regolavano l’andirivieni di persone e treni alla stazione, ma quella del Sig. Oreste Bolmida era speciale: generava emozioni. Alla domenica andava allo Stadio, portando con sé il suo strumento.
Egli diceva (La Stampa del 29/04/1929): “E’ il segnale. Quando suono è il momento di fare un goal.” Infatti, il giorno di una partita con la Germania al Filadelfia: “in un attimo di silenzio, Bolmida (già presente) diede fiato alla sua tromba che si fece udire con la sua nota. Rossetti, unico granata presente in azzurro, udito il magico suono, saettava il pallone nella rete tedesca battendo il portiere avversario”.
Carlin Bergoglio nel 1936 gli dedicò la copertina del «Guerin sportivo» e un titolo che riassume il tutto: «L’arte del tifo».

Passarano gli anni e si arrivò al Grande Torino il quale, alle volte, giocava in un modo un po' sornione, non affondava i colpi, era come distratto. Possiamo dire che era come un fuoco sotto la brace. Allora Bolmida suonava la sua fatidica tromba, Capitan Mazzola si tirava su le maniche e tutti capivano che era ora di darsi da fare; così iniziava il favoloso “quarto d’ora granata” durante il quale era come scoppiasse un incendio, il Torino si scatenava, “non ce n’era per nessuno” e gli avversari non riuscivano più a mettere piede nella metà campo granata. Allora dal pubblico si udiva un grido: “Metà campo da vendere!”. Diciamo così: si erano messe le cose a posto.
Quel rito romantico e scaramantico, sembrava funzionare, pareva rianimare l’entusiasmo degli undici granata in campo, sempre capaci di recuperare risultati inizialmente compromessi
A riguardo, si ricordano due episodi famosi: in una partita la Lazio, nel primo tempo, era avanti 3 – 0. Al rientro in campo dei giocatori, Bolmida suonò la tromba e il Torino in quella partita si impose 4 – 3.
Un'altra volta, ad Alessandria, il Torino nel primo tempo era in vantaggio 4 – 0. I giocatori dei Grigi chiesero per bontà al Torino di non infierire, e Capitan Mazzola lo concesse. Ma al rientro in campo, chissà perché, i tifosi vollero divertirsi ancora, Bolmida suonò la tromba e… finì 10 – 0, ancor oggi record nazionale di goal in un'unica partita, realizzati da una solaunica squadra.

Oreste Bolmida era un vero sportivo. Racconta il figlio Carlo: “Mio padre non cenava e non mangiava per tutto il lunedì quando il Torino la domenica non vinceva. Era il suo personale segno di protesta. Era un grande torinista.
In occasione della stra-cittadina – continua Carlo Bolmida - mio padre portava sempre al campo numerosi gladioli granata da offrire come omaggio floreale alle tifose avversarie, in segno di amicizia e sportività”
. Capitan Mazzola lasciava fare sorridendo, ma la sua concezione sulla Juve era ben diversa e molto più pragmatica…

Oreste Bolmida era soprattutto un grande sportivo, di importanti valori.
Recentemente gli hanno dedicato un film (regia di Vincenzo Verdecchi), «Ora e per sempre», uscito nelle sale italiane nel febbraio 2004. Nel corso dell’opera viene raccontato che, dopo la sciagura di Superga, Oreste Bolmida, pur recandosi allo stadio, stava fuori ed ascoltava la partita del Torino alla radio, immaginando che le azioni eseguite dai granata fossero ancora condotte dagli Invincibili, talmente era attaccato al ricordo di quei ragazzi.
Dalla critica: “Ognuno dei personaggi nel film riuscirà, a modo proprio, a comprendere e a far suo il momento più importante di quel periodo. L’urgenza, per molti, di utilizzare il calcio per il recupero di un’umanità che la guerra aveva cancellato”

Gli anni in cui si svolgevano questi fatti, come sappiamo, erano molto difficili. Si doveva ripartire, e per questo c’era bisogno di tutti, soprattutto di spirito di solidarietà (per Mazzola stipendio doppio – data la sua condizione familiare) e di serenità (sentimento che traspare dalle fotografie che ritraggono il loro ambiente), valori che quella squadra sapeva vivere. Anche oggi, dopo il Covid, forse c’è bisogno di un clima sociale basato sugli stessi principi, perché occorrerebbe ritrovare l’umanità che il benessere ed i suoi derivati hanno cancellato. Per questo le risorse economiche date dal Recovery Fund dell’UE ci sono, ma vanno gestite da uomini con una matrice culturale forte e una rettitudine che dovrebbe tornare ad essere una caratteristica anche del nostro tempo.
Figure come l’intera squadra del Grande Torino e il suo seguito (tra gli altri Renato Casalbore – fondatore Tuttosport, Luigi Cavallero- La Stampa, Renato Tosatti – Gazzetta del Popolo – padre di Giorgio Tosatti) caduti a Superga, come Bolmida o il Presidente Ferruccio Novo, come Nicolò Carosio e Paolo Valenti e altri erano gli alfieri degli stessi valori.
Una battuta di un personaggio del film “Ora e per sempre” è molto significativa e fa riflettere: Il ricordo non è il rimpianto di quello che non c’è più. Il ricordo è la certezza gioiosa di quello che c’è stato”.

FVCG
“Maroso”