Aletheia, il termine greco per denotare la "verità" in ambito filosofico. Qualche settimana fa anch'io, disquisendo sul destino della panchina bianconera, mi interrogai su cosa fosse la verità ed entro quale perimetro essa potesse muoversi. Una pretesa alquanto ambiziosa, dato che, in certe circostanze, questo concetto risulti assai restìo a mostrarsi in tutta la sua bellezza. Il filtro attraverso il quale si manifesta è danneggiato da agenti esterni, che ne corrompono le forme e le esaltazioni. Fin quando si dibatte di calciomercato, amici miei, non ci si dovrebbe chiedere, più di tanto, su quali siano reali proporzioni della verità, poiché ciascuno di noi, a modo proprio, può arrogarsi il diritto di divulgare notizie conformi o meno alla realtà dei fatti. Il calcio è l'oppiaceo che assumiamo per stordirci dagli effettivi problemi della quotidianità, indegna parafrasi sull'idea marxista di cosa siano le religioni: l'oppio dei popoli, appunto, per il pensatore tedesco. Il calcio è religione, per molti di noi. I calciatori sono le divinità e i santi che veneriamo con passione e trasporto.

La verità percorre lo stesso tragitto della giustizia. La giustizia è la sua religione. Nella vita di tutti i giorni, calcio a parte, è appagante quella consapevolezza di ottenere la verità grazie all'ineccepibile ausilio della giustizia. Il rovescio della medaglia, al contrario, è un senso di vuoto che non può passare inosservato agli occhi della collettività. Chi lotta quotidianamente per ottenere le risposte desiderate, è ben consapevole di esser di fronte a un arduo cammino/destino, eppure lo fa senza chiedere nulla in cambio. Cerca di sentirsi appagato al pari di chi quella verità l'ha già conosciuta.

Donata Bergamini è alla ricerca della verità da trent'anni, giorno più giorno meno. Trent'anni fa (18 Novembre 1989), a Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza, un ragazzo ferrarese di ventisette anni perdeva la vita in circostanze misteriose. Il suo nome è Donato Bergamini, da tutti conosciuto come Denis. Denis è un centrocampista del Cosenza, squadra che milita nel campionato cadetto ed è ricercato dal Parma, dopo essersi fatto notare tra le fila dei rossoblu. Come ogni calciatore che si rispetti ha una certa indipendenza economica, è giovane, è promettente, è attaccato alla vita. Quest'ultimo è il dettaglio più rilevante. A distanza di un trentennio, l'aspetto fondamentale, enfatizzato dai suoi ex compagni di squadra, è proprio questo: Denis ama maledettamente vivere.

La sua esistenza tramonta sotto la pioggia e il fango dell'Alto Jonio Cosentino. Il suo corpo precipita fra le ruote di un camion, il quale, non potendo evitare l'impatto, trascina il cadavere per qualche metro. Un triste declino che stride di gran lunga con le testimonianze di chi lo conosceva bene. Non vi è dubbio alcuno: Denis si è suicidato. Nel momento in cui le troppe incongruenze negli interrogatori resi agli inquirenti alimentano dubbi e incertezze, la battaglia di Donata, sua instancabile sorella, avanza impetuosamente. Tante porte sbattute in faccia, tanta superficialità nel portare avanti la tesi del suicidio.

Donata è andata avanti, quasi come se avesse avuto un debito morale verso la sua famiglia, verso un'intera tifoseria, indissolubilmente legata al nome di Denis e verso quell'amato fratello barbaramente ucciso. Si, ucciso. Dopo la riesumazione del cadavere, tramite le analisi compiute sulla salma, è stata stabilita con certezza la causa del decesso: strangolamento. Già, perché Denis, prima di essere lanciato sotto il camion, è stato strangolato con un sacchetto di plastica o con una sciarpa stretta attorno al collo. Per farla breve: Denis non si è lanciato sotto il camion da vivo, ma qualcuno ha provedduto a farlo quando lui era già morto. Ciò è testimoniato dal fatto che l'orologio al polso del calciatore fosse perfettamente funzionante e le sue scarpe assai pulite, nonostante il terreno risultasse estremamente fangoso. 

Il castello edificato da chi sosteneva con fermezza la tesi del suicidio si sta lentamente sgretolando. Come può essersi suicidato chi, qulache tempo prima di morire, riceve delle telefonate tali da indurlo a sudare freddo, una volta riattaccata la cornetta? Come può essersi suicidato chi, qualche ora prima di morire, viene prelevato da due sagome nel buio di un cinema e, stranamente, non ricompare più? Le novità sul caso Bergamini sono frutto del gran lavoro di Donata, dell'avvocato Fabio Anselmo -distintosi tra l'altro negli sviluppi sul pestaggio subìto da Stefano Cucchi- e di molti programmi televisivi e testate giornalistiche che mai hanno creduto alla farsa del suicidio. 

Sebbene la strada da percorrere sia tuttora lunga e faticosa, la povera Donata e l'intera famiglia Bergamini, coadiuvati da una piccola schiera di fidati collaboratori, stanno ricomponendo il puzzle che descrive la morte del loro amato Denis. Chi ha cercato di far credere alla massa la storiella secondo cui Denis fosse depresso, a tal punto da togliersi la vita, ha fallito miseramente. Il ricordo è ancora vivo in ogni angolo della Calabria e del tifo rossoblu: i sostenitori del Cosenza hanno adottato Bergamini quale simbolo della cosentinità in Italia e nel resto del Mondo. La Curva del "San Vito-Marulla" nella quale risidedono il cuore pulsante e il calore del popolo cosentino è intitolata alla memoria del povero Denis. Non solo, la tifoseria ha affiancato Donata nella ricerca della verità. Possa, pertanto, la verità emergere prepotentemente dopo un trentennio di ignobile menzogna.