Ci sono trasmissioni culturali che la tv manda in onda di notte e che, per il tono usato o per i contenuti proposti, si prestano a farci buona compagnia mentre rimaniamo a leggere o a scrivere qualcosa, dedicando al nostro interlocutore televisivo brevi momenti di attenzione, magari in occasione di qualche passaggio più interessante. In uno di questi momenti, è capitato che l’interlocutore, parlando di corruzione, spiegasse come il termine corrotto deriva dal latino cor ruptum, cuore infranto, letteralmente, cuore rotto. La spiegazione, per quanto semplice, apriva una serie di riflessioni. 
Quando parliamo di cuore ci riferiamo, in realtà, ai sentimenti che animano le nostre azioni. Li associamo al cuore in quanto organo propulsore del corpo umano, organo preziosissimo, custodito nel petto, nell’epicentro della struttura corporale, protetto a vista da tutti i sensi e da tutti gli arti disponibili.
Cuore rotto può significare rottura e perdita di integrità per i sentimenti buoni che animano l’agire umano. Perché il cuore guidi l’azione è importante che il sentimento che lo anima sia integro, intero, non corrotto da sentimenti contrastanti o incompatibili. 

Questi concetti, naturalmente maturati pensando ad altro, possono essere trasposti anche alle vicende di calcio, sull’assunto, spesso postulato, che il calcio è metafora della vita

Sia come sia, il concetto di cor ruptum mi è tornato alla mente vedendo le immagini di Federico Chiesa, triste e tormentato nel Pullman prima di posare con la nuova maglia viola, coi buoni e saggi Antognoni e Dainelli corsi a risollevarlo, come fratelli maggiori più che da dirigenti. 

Federico Chiesa è un giovane calciatore molto forte, uno di cuore, che in campo dà l’anima per la maglia, e lo si è visto nelle tante partite delle quali ha risollevato le sorti praticamente da solo. È assolutamente incomprensibile e sicuramente molto ingiusto che il cuore puro, forte, generoso, di un calciatore di vent’anni, debba essere essere tormentato dal dubbio, dalle lusinghe, dal tentativo di una società molto potente come la Juventus di strapparlo in maniera scorretta e violenta alla propria squadra mettendolo contro di essa. 

La scorrettezza, inutile dirlo, sta nell’aver bypassato la Fiorentina, alla quale il calciatore è legato e che aveva pubblicamente dichiarato di non volerlo cedere, utilizzando lusinghe, promesse, offerte economiche per mettere lo stesso calciatore contro la propria società. Un po’ come cercare di mettere i figli contro i propri genitori per sfruttarli meglio, e non è un caso che Chiesa parli della Fiorentina come della propria famiglia.
È proprio questo il suo turbamento, essere indotto a rinnegare la propria squadra! 

In questo modo, subdolo e scorretto, Chiesa è stato messo contro la propria società, che lui stesso chiama famiglia, contro la propria città, e, in fin dei conti, contro se stesso, perché il primo a subire il trauma di questa vicenda è proprio lui, un giovane atleta forte e generoso che meriterebbe maggiore protezione, correttezza e rispetto da parte del mondo del calcio al quale sta dando l’anima.


“La correttezza è uno stile morale della persona, che indica spirito di lealtà, abito virile di fermezza, di chiarezza e di coerenza, fedeltà e rispetto di quei valori che, secondo la coscienza generale, devono essere osservati nei rapporti tra i consociati”. Così insegnava Alberto Trabucchi, un grande maestro del nostro diritto del secolo scorso, riprendendo un passo della Relazione Ufficiale al Codice Civile, la legge fondamentale per i rapporti tra privati.
La correttezza è un dovere morale e giuridico, e nell’un senso e nell’altro, la Juventus, quantomeno nella vicenda Chiesa, è venuta meno in maniera plateale al proprio dovere. 
È fin troppo chiaro, dunque, che una questione del genere andava, correttamente, trattata prima con la società, e se la società avesse manifestato volontà contraria bisognava desistere. Fare il contrario ha fatto male ai rapporti tra società e, soprattutto, ha generato un ingiusto male verso il giovane calciatore che rimane vittima di un gioco di potere cinico e spietato che forse, a quell’età, neanche può comprendere.

Ma il concetto di cor ruptum , inteso come cuore rotto, rottura e perdita di integrità per i sentimenti buoni che animano l’agire umano nel calcio, lo ritroviamo, purtroppo, ben oltre la vicenda di Federico Chiesa.
Lo ritroviamo tutte le volte che vediamo la prepotenza di una società travolgere e mortificare a suon di soldoni e promesse le speranze e i sentimenti genuini dei giovani calciatori o delle piccole società. E non solo coi giovani. Lo stesso Higuain è emblema di questo modo scorretto di trattare il calcio e i calciatori. Strappato a suon di milioni dalla piazza di Napoli che lo amava allo spasmo, nella Torino bianconera ha trovato solo freddezza e irriconoscenza, è finito sballottato in prestito al primo offerente, e benché stia dando l’anima per tornare ad essere considerato dal suo Sarri, rimane fermo sulla lista dei calciatori sgraditi ed in via di partenza. 

Il danno è ancora più grave e più ingiusto quando la tracotanza del potere economico rappresentato e gestito in maniera cinica ed irragionevole, finisce per mortificare la carriera di giovani promettentissimi come Perin, Rugani e Bernardeschi. Qui il rischio è che la compromissione riguardi il futuro stesso del calcio italiano e, soprattutto, che mortifichi la passione, che si regge sui sentimenti integri di questo sport, e ne costituisce l’elemento essenziale.
Togliere al calcio italiano i migliori giovani per irreggimentarli e farli sedere in panchina in un club potente, oppure strappare in maniera scorretta alle piccole squadre i loro campioni e beniamini del tifo, per condannarli all’anonimato, significa spezzare i sentimenti buoni che animano questo sport, ed il danno che ne consegue non è soltanto un fatto sentimentale, ma generale.  

Senza passione il calcio è nulla, da ogni punto di vista, anche quello economico, che per certe società sembra essere l’unico argomento degno di attenzione. Lo aveva capito bene Silvio Berlusconi, che nel calcio è stato un vero numero uno: “Volevo Maradona, però era diventato una bandiera del Napoli e mi imposi di non comprare le bandiere. Così come ebbi la tentazione di comprare Totti. Mentre Nesta, invece, lo comprai quando fu messo sul mercato”. Ineccepibile sia verso le società, sia  verso il mondo del calcio, del quale - con suo stesso beneficio - ha rispettato le passioni più autentiche. Non sembra un caso che i suoi vecchi tifosi, calciatori ed allenatori continuino a venerarlo e che il suo Milan abbia vinto cinque volte la Coppa dei Campioni!

Ora, sulla vicenda Chiesa la nuova proprietà viola, dopo aver detto a chiare lettere di non voler vendere il proprio campione, ha cominciato a puntare l’indice nei confronti della Juventus. Le cronache raccontano di contatti diretti di Joe Barone con Paratici per invitarlo ad astenersi da questo gioco al massacro nei confronti del calciatore e della Fiorentina. Rocco Commisso ha detto in maniera molto diretta che lo strapotere juventino non è per nulla positivo, il che significa che il nuovo presidente della Fiorentina non intende soggiacervi, come, in realtà (bisogna riconoscerlo), era stato anche coi Della Valle. 


Se, dunque, la Juventus è l’artefice più o meno occulto di questo piccolo dramma umano che sta turbando i giorni di un nostro giovane campione di calcio, in una vicenda impermeata di corruzione della passione e di mancanza di correttezza verso il mondo del calcio ed i suoi protagonisti, sarebbe il caso che i vari Paratici, Agnelli, Nedved (e non Chiesa o altri, come qualcuno vorrebbe), uscissero allo scoperto e spiegassero il loro agire.
Per correttezza e per rispetto verso la passione che anima il calcio. Esattamente le cose che mancano in questa vicenda.

                                                                                                                                                     Francesco Germano