"Non ci dobbiamo scandalizzare, il calcio non è politica, ma un veicolo culturale che può abbattere le barriere tra i popoli. Anzi,valuterò la possibilità che la nostra Nazionale femminile faccia in Arabia Saudita il ritiro pre-Mondiale: sarebbe un messaggio potentissimo".

Queste le parole di Gravina. Nel cui programma affronta timidamente quel passo che ancora si attende nel calcio, ovvero il considerare come professioniste, al pari dei colleghi maschietti, le calciatrici. Che invece ancora oggi vengono inquadrate nel mondo dei dilettanti, con tutte le conseguenze che ne derivano. Una discriminazione sconcertante, ma che non sconcerta più di tanto. 

Ora, dopo tutto il caos che è conseguito, giustamente, in merito all'ennesima scelta vergognosa di andare a giocare una finale di Supercoppa in un Paese ostile ai diritti umani, arriva una proposta che dovrebbe fare altrettanto incavolare. E sarebbe bene che la Nazionale femminile prendesse posizione sul punto. Chiara, netta, di contrarietà.

Il calcio è politica, politica significa fare scelte, significa prendere posizione, d'altronde il calcio vive nel nostro mondo,è un prodotto della nostra società e non può non fare politica. Politica ad esempio è scrivere Respect sulle maglie dei giocatori quando si tratta di contrastare i diritti umani. Politica è decidere dove giocare una finale di Supercoppa. Sostenere che il calcio non fa politica è non credibile.

Insomma, per farla breve, portare la Nazionale femminile in Arabia, è effettivamente coerente. Coerente con un Paese, come l'Italia, che continua ad esercitare pesanti discriminazioni nei confronti delle donne. A partire dal calcio. Se poi lo si vuole leggere nel senso che portare la Nazionale in Arabia serve a migliorare lo stato delle cose in quel Paese, sinceramente, ognuno può credere a tutte le favole che vuole. Ci mancherebbe.