Madrid, 22 maggio 2010 - Stadio Santiago Bernabeu.

Il Football Club Internazionale Milano affronta il Bayer Monaco, tentando di guadagnarsi il titolo di campione d’Europa, grande assente del palmares nerazzurro da troppi anni.

Nelle panchine una sfida nella sfida, allievo contro maestro, Josè Mourinho e Louis Van Gaal, il portoghese aveva lavorato per due anni come vice dell’olandese a Barcellona.
Due tra i coach più tattici del calcio moderno guideranno dalle rispettive aree tecniche i propri uomini per conquistare la coppa dei campioni.

Sono sufficienti i tempi regolamentari per definire il vincitore, l’argentino Diego Milito, con una doppietta rifilata alla squadra bavarese, permette ai nerazzurri di salire sul tetto d’Europa ed alzare la Coppa dei Campioni.
La stagione aveva, inoltre, visto l’Inter concludere in vetta alla classifica il campionato e vincere la coppa nazionale, la somma dei tre titoli non possono che essere considerati un capolavoro di giocatori, dirigenza ed ogni membro dello staff tecnico.

Il triplete nerazzurro avrà per sempre un nome ed un cognome ad esso legato, Josè Mourinho, è questo il personaggio tanto caro ai tifosi della beneamata che impersona il prototipo d’allenatore secondo i miei canoni di giudizio.

Da un personale punto di vista ciò che deve competere ad un allenatore sono la conoscenza dell’essere umano in quanto atleta, a livello anatomico è obbligato ad avere una conoscenza della dinamica del movimento e delle tecniche di allenamento che attraverso l’esercizio porteranno ad un miglioramento della performance sportiva. Deve essere consapevole che l’atleta, in primis, è un individuo sociale appartenente ad un gruppo, conoscere quindi la dimensione psicologica del calciatore per sapere in che maniera reagisce agli stimoli, alle critiche o all’attenzione di stampa e televisione, tutto al fine di ottenere il miglior rendimento possibile.

Riguardo quest’ultimo aspetto Mourinho è stato ed è tutt’oggi un maestro senza eguali, palesemente ci siamo ritrovati ad osservare il lavoro di motivatore che ha svolto in ogni club allenato, dando una mentalità vincente.

Il tecnico portoghese ha sempre ottenuto successo nella realizzazione dei propri obbiettivi, efficienza nelle tattiche di gioco, ricerca, studio ed analisi dell’avversario, valutazione delle capacità del singolo e del gruppo con una stima dei punti di forza e delle debolezze hanno consentito di eccellere nei campionati e nelle coppe nazionali di Portogallo, Inghilterra, Italia e Spagna.

Tralasciando i suoi ultimi mesi sulla panchina di Old Trafford della stagione passata dove i rapporti incrinati con alcune delle ‘superstar’ dei red devils avevano portato al suo esonero, a mio giudizio rimane un allenatore che all’interno dello spogliatoio riesce a diffondere un clima di collaborazione, una predisposizione al dialogo privo di incomprensioni e che chiarisce il ruolo del singolo nella squadra, senza dubbio in tal modo si ritrova in vantaggio rispetto a dove i muri comunicativi non permettono una resa al top. L’allenatore diventa un facilitatore, un membro del gruppo piuttosto di una figura che impartisce ordini, come per un padre che mette al mondo un figlio questo risulta un progetto, così per un allenatore i suoi giocatori sono tanti progetti.

Nel calcio moderno l’area comunicativa ha un ruolo di fondamentale importanza, dare un’immagine positiva e vincente, avere la risposta sempre pronta in replica a critiche e provocazioni giornalistiche permettono fin da prima dell’inizio di una gara di avere un vantaggio psicologico sull’avversario. Il tecnico di Setúbal ha dato dimostrazione di possedere eccezionali doti di comunicatore, innumerevoli le sue interviste, conferenze stampa e dichiarazioni rimaste nell’immaginario collettivo.

Affrontando ora il tema tattico, ha dimostrato come il talento non sia l’unica strada che permette di vincere una determinata competizione, alla base della sua filosofia calcistica troviamo una cura ossessiva della componente strategica.

Le sue squadre certamente non hanno deliziato il pubblico con il tiki-taka, ma giocavano un calcio dominante dal punto di vista fisico ed erano in grado di colpire l’avversario con rapidi ribaltamenti di fronte. Durante il possesso palla, con un gran numero di passaggi orizzontali aspettavano il momento propizio per scardinare le maglie delle difese avversarie, nella fase di non possesso i raddoppi di marcatura sul portatore di palla, il blocco delle linee di passaggio e la chiusura degli spazi d’inserimento evitavano di subire il gioco avversario.

Squadre ciniche, intelligenti, aggressive, pragmatiche, ambiziose e con una forza mentale fuori dal comune sono queste le caratteristiche proprie del team di Josè Mourinho.

 


Andrea Caruso