20 gennaio 1985, freddissima domenica friulana, la partita è Udinese-Milan. Il Milan è allenato da Nils Liedholm. Non è ancora il “dream team” della gestione Berlusconi, tuttavia l’11 rossonero è una squadra in piena ricostruzione dopo anni di mediocrità e perfino di serie B. Per il rilancio definitivo, la società punta sul tecnico svedese e sul giusto equilibrio fra emergenti e giocatori d’esperienza. Quel giorno in panchina siede un ragazzo di 16 anni dall’aspetto mite e dalle generalità ingombranti. Chiamarsi Paolo non è un problema ma giocare nel Milan e di cognome fare Maldini, sì. Specie se hai gli occhi della critica puntati e qualcuno è pronto a storcere il naso. Del resto, siamo in Italia e si è subito portati a pensare a favoritismi nei confronti del figlio di Cesare.

TU, IN CAMPO. Quel giorno la squadra di casa è orfana di Zico, l’assenza però non si avverte. Il primo tempo finisce 1-0 per l’Udinese con rete di Selvaggi ma il passivo per il Milan potrebbe essere peggiore. A inizio ripresa, complice l’infortunio del centrocampista Battistini, Liedholm deve ridisegnare le geometrie tattiche e fa scaldare il ragazzino. Il piglio è quello di papà Cesare: grinta, umiltà, capacità di farsi trovare pronto in ogni momento. La voglia di dimostrare al tecnico che avere 16 anni non è una colpa: su di lui si può contare e lo vuole dimostrare. Sarà un caso ma nel secondo tempo è tutto un altro Milan. Finisce 1-1 grazie al pareggio dell’inglese Hateley ma la squadra rossonera ha una certezza che va oltre il risultato. Il ragazzino farà strada, non ha paura di nessuno, ha personalità e dalla linea della difesa non sbaglia un intervento. Giocherà perché è bravo, non perché si chiama Maldini.

PER IL GIOVANE PAOLO quella di Udine sarà l’unica presenza del campionato 1984/85. Del resto la concorrenza è spietata e Liedholm non vuole mandare allo sbaraglio un esordiente di quelle potenzialità. Il ragazzo è intelligente, capisce e non se la prende. Anzi, seguendo la filosofia di famiglia, continua a lavorare sodo e qualche risultato, come la Coppa Italia Primavera, arriva subito. Ne risente il rendimento scolastico ma nella vita non si può avere tutto. «Avrei voluto finire la scuola ma avendo esordito in Serie A a 16 anni era veramente un casino! C’era allenamento tre volte al mattino e tre volte al pomeriggio ogni settimana e a volte si tornava dalle trasferte di domenica a notte fonda, era durissima andare al liceo scientifico, il lunedì mattina. Ho provato anche qualche mese di scuola privata, poi ho mollato». L’anno successivo Maldini non ha ancora raggiunto la maggiore età ma è già titolare fisso. È un destro naturale, ma il suo allenatore lo schiera terzino sinistro. 27 presenze e nessuno pensa più a favoritismi di sorta, perché in campo il ragazzo è quasi sempre il migliore. Non ci si scandalizza nemmeno quando nel 1986 suo padre lo convoca nella Nazionale Under 21.

PROFESSIONISTA PERFETTO. Quell’esperienza è l’anticamera della Nazionale maggiore, alla quale Maldini jr. arriva a 19 anni. È un’amichevole nell’oggi ex Jugoslavia, un esordio che dà garanzie per il futuro. 1-1 e il giovane rossonero ottiene sulle pagelle dei giornali i voti che di norma  la scuola non gli dà. Negli anni successivi la squadra diventa il fiore all’occhiello della galassia berlusconiana e il giovane Maldini è uno dei pilastri di quel progetto. Tant’è che a 20 anni non ancora compiuti Paolo è il leader in difesa della squadra campione d’Italia. In quella stagione 1987/88 segna perfino due volte (contro Avellino e Sampdoria), ma se per assurdo tutti i gol che fino ad allora è riuscito a evitare al Milan facessero computo in attivo, sarebbe il top scorer della classifica dei cannonieri. Soprattutto, Maldini è una sicurezza e un punto di riferimento per tutti. Non si lamenta mai, neanche quando ce ne potrebbe essere motivo. Agli allenamenti è il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. È consapevole della sua grandezza ma l’umiltà che ha ereditato dal padre e un’inossidabile etica del lavoro lo portano ogni volta a non dare nulla per acquisito e a rimettersi in discussione. È così nel Milan, è così in Nazionale.

QUI NON SI PASSA. Nel 1990 ha 22 anni ma ai Mondiali italiani sembra un veterano. La vittoria finale sfuma, ma non certo per colpa sua. Non sfumano, nel frattempo, 2 Coppe dei Campioni e altrettante Intercontinentali con la squadra rossonera. Passano gli anni, cambiano i giocatori ma il numero 3 del Milan rimane sempre lui. È Maldini uno dei pilastri della difesa che negli anni 90 neutralizza qualsiasi avversario. Dalle parti della linea Maldini-Baresi-Costacurta-Tassotti non si passa ed è da lì che riparte il gioco a favore delle punte stellari che il Milan può schierare. È il decennio d’oro del berlusconismo applicato al calcio: opulenza, sì, ma anche filosofia di lavoro, capacità di sacrificio, ricerca del risultato applicato all’estetica. Paolo Maldini è il vero trait d’union fra allenatore, squadra e vertici societari. Dalla stagione 1997-1998 è capitano del Milan, dopo avere ereditato la fascia da Franco Baresi, giunto ormai al termine della sua carriera. Quello stesso passaggio di testimone che era avvenuto nel 1994 nella Nazionale italiana, quando Baresi aveva lasciato al compagno di squadra la fascia di capitano dopo il mondiale statunitense.

NEL 2004 Paolo Maldini risulta decimo nell'UEFA Golden Jubilee Poll, un sondaggio condotto dalla UEFA per celebrare i migliori calciatori d'Europa dei cinquant'anni precedenti. Tra i calciatori italiani è secondo soltanto a Dino Zoff. Un’attestazione che a livello temporale si inserisce fra due eventi sportivi molto importanti: uno gioioso, l’altro infelice. Nel 2003 il Milan vince la Champions League battendo ai rigori la Juventus, mentre nel 2005 la sconfitta contro il Liverpool, sempre in Champions, ha il sapore della beffa. Il 25 maggio tutto è pronto per la finalissima. Passano 51”20 e il Milan è in vantaggio. Il gol è di Paolo Maldini. Con un colpo solo il numero 3 piazza due record: è il giocatore più anziano ad aver segnato in una finale di Champions League e l’autore del gol più rapido durante una finalissima, sempre di Champions. Al termine del primo tempo la squadra rossonera conduce per 3-0 e la ripresa sembra presagire calcio puramente accademico in attesa del fischio finale. In realtà, in un quarto d’ora la formazione inglese si porta sul 3-3 e saranno i tiri dagli 11 metri a stabilire quale capitano alzerà la Coppa. La felicità finale di Steve Gerrard ricorderà sempre a Paolo Maldini uno dei peggiori smacchi subiti su un campo di gioco.

MA LA VENDETTA è un piatto saporito solo per chi sa attendere. Passano due anni e nel 2007 le due formazioni si incontrano di nuovo. Finisce 2-1 per il Milan e stavolta è il Paolo nazionale a fare il giro di campo, Champions alla mano. Alla fine della stagione, il capitano taglia un altro traguardo: il 13 maggio 2007, al termine di Catania-Milan, Paolo gioca la sua partita numero 600 con la stessa maglia. Per arrivare alla presenza complessiva numero 900 in rossonero bisogna arrivare al 16 maggio 2009. La storia di un fuoriclasse ha a volte una sua circolarità: lo stadio è quello di Udine, quello dove nel gennaio di 33 anni fa l’avventura di un ragazzo promettente era iniziata. Solo due settimane e Paolo Maldini decide di smettere. È il 31 maggio 2009 e il Milan vince a Firenze per 0-2, come per omaggiare il suo capitano. Il vero omaggio giunge però da tutto lo stadio. Anche chi non tifa Milan riserva al numero 3 rossonero una standing ovation degna del campione che è, è stato e che per chi ama il calcio sempre sarà.

Diego Mariottini