Questa settimana si sono disputate le partite di Coppa Italia che hanno decretato le sfidanti delle big, le quali partiranno dagli ottavi di finale, volte ad inseguire la finale (agognata?) dell'Olimpico. Otto match spalmati su otto fasce orarie differenti (!) in giorni feriali di cui, in sostanza, non si è accorto nessuno.

Ora, senza soffermarmi sugli accorgimenti che andrebbero adottati per rendere più appetibile la manifestazione, ciò che ha stimolato la stesura di questo articolo è una domanda specifica a cui ne è seguita un'altra più generica. La prima è: perché in Inghilterra la coppa nazionale è un trofeo importantissimo mentre da noi è snobbato da tutti (grandi e piccole)? La risposta più immediata è che la Coppa Federale di Sua Maestà ha un format differente, ha una storicità ben radicata e, soprattutto, i sostenitori delle squadre inglesi sono eccitati all’idea di poter sollevare quel titolo, in quanto considerato di enorme rilievo.

Da quest'ultima considerazione è nata la seconda domanda, che è il cuore pulsante di queste righe: è il torneo in quanto tale ad essere importante o siamo noi (tifosi, opinione pubblica, operatori del settore) a rendere rilevante o meno una competizione? Chi scrive, come intuibile dalle premesse, è un fiero sostenitore della seconda opzione: siamo noi (in senso ampio) a stabilire il valore di un incontro, di un campionato o di una intera competizione.

Una dimostrazione può essere fornita dalle partite di cartello: perché, se le partite valgono sempre la medesima posta in palio, nelle stracittadine, nei derby regionali o nelle partite dove alcune tifoserie hanno una rivalità molto accesa per differenti ragioni, vincere o perdere assume un sapore completamente diverso? Perché, in molti casi, vincere o meno quella partita può salvare o condannare una stagione intera? La risposta è semplice: perché siamo noi a dare estremo rilievo a quei match che, aritmeticamente parlando, non sono diversi dagli altri.

Se ragionassimo lucidamente, infatti, in un campionato, tutte le partite dovrebbero avere lo stesso peso e, invece, sappiamo benissimo che non è così. E ciò vale anche per le competizioni: in Italia, lo Scudetto è sempre stato ambitissimo. Inseguire il tricolore rappresentava vanto ed orgoglio e, quando a riuscire nell'impresa erano squadre non appartenenti alle canoniche big, quel risultato era capace di portare entusiasmo fuori dagli schemi, andando ad impattare sul sociale. La Coppa Italia, invece, ha sempre assunto un valore secondario, che, però, è stato garantito fino al 1999, in quanto la vincitrice del torneo aveva il diritto di partecipare alla Coppa delle Coppe.

E questo apre un altro scenario: per quasi trent'anni, la UEFA ha avuto tre competizioni che, agli occhi degli appassionati, apparivano tutte affascinanti e soddisfacenti. La Coppa dei Campioni era il vertice, in quanto si sfidavano i campioni federali, ma trionfare in Coppa delle Coppe o in Coppa UEFA era motivo di sfilate per le strade e sventolio di bandiere e sciarpe. Addirittura, la UEFA, per molti, era molto più competitiva della vecchia Coppa dei Campioni e, dunque, alzare la Coppa aveva un gusto epico. Con questa tripartizione, i campionati nazionali erano di gran lunga più desiderabili di quanto lo siano in questi anni e rimanevano l'obiettivo prioritario delle società.

Ora, invece, con la soppressione della Coppa delle Coppe e il passaggio alla Champions League e alla Europa League, tutto è cambiato. La percezione è che la Coppa dalle grandi orecchie sia di gran lunga più bella e importante della seconda Coppa, e questo è innegabile. La musichetta, la formula (sperando che resti intatta) e il fatto che a sfidarsi sia praticamente il meglio in circolazione, garantiscono il successo. Ma perché, di contro, non dare un peso perlomeno equo alla seconda manifestazione? Perché collocarla di giovedì sera e farla apparire come un impiccio? E inoltre, perché pensare solo alla Champions e quasi mettere in secondo (se non in terzo) piano il Campionato? Perché, per molte squadre, vincere il Campionato e non la Champions fa sì che la stagione sia percepita quasi come fallimentare, quando invece non è così?

Inoltre, nascono poi altri grandi cortocircuiti, prevalentemente italiani: spesso, infatti, tanti team lottano per arrivare in Europa League, per poi puntualmente trattarla come un carico insopportabile. Allora, come si fa a giustificare e ad appassionarsi alla corsa europea, se tanto questo non significa nulla? E ciò vale per qualsiasi altro ambito, sia esso club o Nazionale. Pertanto, in conclusione, siamo noi a decidere che cosa è importante o meno. Siamo noi che decidiamo di andare allo stadio o di posizionarci in tv o al pc per vedere una partita. Dall'altra parte, è evidente che ci deve essere collaborazione: giorni e orari improponibili, spezzatini e, talvolta, speculazione sulle formazioni da schierare in campo, incidono notevolmente sull’entusiasmo. Il valore dipende da noi ma, per cortesia, società, addetti ai lavori, aziende del settore: dateci una mano.

Sentiti ringraziamenti.