Era giusto concedere a Sarri la prima sconfitta, ultimo ad arrendersi in tutta Europa, per fare una riflessione sulla sua Juventus. 
Lo sport vive di risultati e su quelli ci si deve basare: ragion per cui, sino ad ora ha avuto ragione Sarri, nonostante tutte le perplessità emerse in questi primi cinque mesi in bianconero. E, al momento, l'unica differenza tra Sarri e Allegri sono proprio i risultati: il gioco è infatti piuttosto simile, nonostante si parta da presupposti diversi, se non opposti. 

Come accadeva con Allegri, la Juve gioca bene prevalentemente con avversari forti, mentre è sostanzialmente inguardabile contro avversari meno forti, che la aspettano dietro la linea della palla. 

L'unico dato in cui le rispettive Juventus eccellono è il possesso palla, spesso dominante per entrambe.
Il dato su cui le due Juventus differiscono di più è la solidità difensiva, con annessa la capacità di proteggere i gol di vantaggio. Fatta eccezione per l'ultimissima Juve di Allegri, soprattutto in Champions, l'atteggiamento difensivo della Juve di Sarri ricorda i più infausti precedenti di calcio champagne: una squadra così vulnerabile nella fase difensiva non si vedeva da molti anni. Inoltre, la Juve di Sarri prende molti, anzi moltissimi gol da calcio piazzato e spesso subisce ripartenze fatali da calci piazzati a proprio favore. 

Il dato negativo comune è invece l'altissimo numero di infortuni non traumatici: dato davvero strano, pensando che lo staff di Sarri era noto per la meticolosità con cui si lavorava alla prevenzione. Certo, ereditare Khedira, De Sciglio, Douglas Costa e Bernardeschi non è il massimo.

Innamorarsi di almeno tre su quattro di loro è invece una colpa, perché la storia di questi giocatori è scritta nei loro numeri, da anni.

E pensare che l'annata di Sarri era nata con un sostanzioso aiuto del Fato: prima la folle campagna cessioni di Paratici, naufragata quasi per caso, che ha consentito alla Juventus di tenere controvoglia mezza squadra, spesso la migliore mezza squadra come rendimento (Higuain e Dybala su tutti). Poi gli infortuni di De Sciglio e Danilo, che hanno fatto emergere uno strepitoso Cuadrado, almeno fino a quando polmoni e lucidità lo hanno assistito. Infine l'infortunio (o meglio: i continui infortuni) di quel meraviglioso bluff che si chiama Douglas Costa, bello a vedersi e evanescente come solo lo zucchero filato sa essere: da lì nasce la necessità di tornare al trequartista, ottima occasione fortuita, ben presto vanificata dal fatto che Ramsey, altra perla incomprensibile di Paratici, è un rinomato giocatore di cristallo e Bernardeschi è quantomeno sopravvalutato (se non proprio fuori ruolo).

Non infieriamo sul fatto che Rugani, Demiral, Emre Can, Mandzukic e Rabiot abbiano giocato poco e niente, senza possibilità di dimostrare in nulla il loro valore e la loro utilità. Fa parte della tradizione sarriana, che fu oggetto del mio primo articolo due anni fa (la solitudine del panchinaro di Sarri) e dunque non si può essere fintamente stupiti. Facendo una metafora con l'andamento di un titolo azionario, se Allegri era riuscito a far crollare la quotazione di ogni giocatore (rendendo di fatto impossibile la loro vendita sul mercato a prezzi ragionevoli), Sarri sta riuscendo nell'ancor più sorprendente obiettivo di non far fare loro prezzo.
Se pensiamo che i giocatori citati, tra costo del cartellino, commissioni ed emolumenti annui lordi valgono quasi l'intero monte ingaggi dell'Inter, c'è poco da stare allegri (e non intendo "lui", ma noi tifosi).

Insomma: è un bel casino, di cui il principale responsabile non è tanto Sarri, i cui pregi e difetti ci erano ben noti, ma proprio Fabio Paratici. Purtroppo il suo primo anno da solo non sta dando i frutti sperati, sia in termini di bilancio, che in termini di rendimento della rosa. Probabilmente il vero asso era Beppe Marotta e confesso il mio incredibile errore di valutazione. 
Se pensiamo che senza l'infortunio di Chiellini anche De Ligt avrebbe probabilmente fatto molta panchina, ci rendiamo conto di quanto l'abnorme esborso finanziario non abbia in alcun modo rafforzato la squadra. Anzi.

Non ci resta che aspettare, sperando di essere smentiti.