Oggi siamo in tanti a chiederci che significato abbia il Pallone D’oro.
Il premio nato “per gioco” nel 1956 tra le scrivanie della Redazione di France Football forse doveva rimanere tale perchè forse l’errore di oggi è quello di considerarlo troppo seriamente.
In fondo non esistono e non esisteranno mai  dei criteri oggettivi con il quale poter premiare un giocatore piuttosto che un altro in un gioco che prevede 4 ruoli diversi, decine interpretazioni degli stessi e molteplici competizioni annuali.
Ricordo che in un'era oramai lontana da questa, uno dei Palloni d’Oro più discussi è stato quello assegnato a Matias Summer, difensore centrale poco aggraziato, ritenuto da molti dei suoi detrattori addirittura scarso.
L’assegnazione del Pallone D’oro al difensore Tedesco è stata ampiamente criticata soprattutto in Italia dai tifosi milanisti perchè per loro inconcepibile che dei mostri sacri del reparto difensivo come Maldini e Baresi non siano mai stati considerati (ma è anche vero che nel periodo dove i due milanisti alzavano titoli, molti dei palloni d’oro sono andati a loro compagni di squadra).

Comunque, tornando a Matias Sammer non tutti sanno che il Tedesco per poter tornare a giocare dovette superare un infortunio al ginocchio piuttosto grave e non solo stravinse quella battaglia conquistando, da capitano, l’Europeo del ’96 con la Germania, ma l’anno dopo, con il Pallone D’oro in tasca, vinse anche la Champions League con il Borussia Dortmund. Col senno di poi, non certo un Pallone D’oro così scandaloso da assegnare.
E che dire della storia Lukas Modric, anch’esso tra i Palloni d’Oro meno acclamati ma forse tra i più sensati degli ultimi anni? Scappato a piedi da una guerra e finito con il conquistare ben 4 champions League con il Real Madrid e portare la sua Croazia ad una storica finale di un Mondiale.
Io credo che per apprezzare certi vincitori bisognerebbe ricordarsi anche dell’aspetto umano che c’è dietro i giocatori e del percorso di vita extracalcistica che certi atleti abbiano dovuto intraprendere per riuscire ad arrivare a calcare certi palcoscenici con successo.

Rimanendo il più realista possibile ed evitando di cadere nella banale retorica, è importante ricordare come in occasione di un premio come il Pallone d’Oro dato “a sentimento” sia del tutto normale lasciare il giusto spazio a critiche e discussioni, anche perchè in fondo le discussioni infinite su chi sia il migliore hanno sempre fatto parte della cultura sportiva e in particolare per il calcio fanno parte di quelle cose fuori dal campo di gioco che hanno aiutato  a creare tanta curiosità e interesse attorno a tutto il movimento.
Altrettanto onestamente va sottolineato che la cosa che ha allontanato molti fan da questa Premiazione è data dal fatto che nell’epoca di Messi-Ronaldo, la scelta del vincitore sia arrivata a livelli grotteschi oramai influenzata neanche più da tifo e sentimento ma quanto piuttosto da politica e contratti pubblicitari che ricordano più i meccanismi hollywoodiani piuttosto che il calcio giocato e tifato.
E questa rapida trasformazione filosofica di questo premio ha un annata ben precisa, ed è quella del 2009/2010 dove non tanto perchè da interista avrei voluto veder premiata un’annata straordinaria come quella di Snjeder (neanche sul podio) ma perchè un giocatore come Diego Milito decisivo in ogni momento cruciale della stagione calcistica 2010, con tanto di doppietta durante la finale di Champions League, non fu neanche inserito tra gli atleti votabili.

Arriviamo da un decennio in cui il Pallone d’Oro è stato sempre più dorato è sempre meno pallone e le conseguenze dell’era Messi-Ronaldo ce la trascineremo avanti ancora per anni, dal momento che nel frattempo si è allungata la “lista d’attesa” di calciatori ancora in attività e che “reclamano” il riconoscimento per annate grandiose puntualmente ignorate dalla Giuria dell’ambito premio: Salah, Benzemà, De Bruyne.

Chi premierei io quest’anno? Seguendo il concetto di “lista d’attesa” citato precedentemente direi KantèLewandoski per i titoli vinti, il loro valore tecnico, il loro modo unico di interpretare il proprio ruolo e il loro valore umano.