Sento spesso dire che Maradona è stato il più grande giocatore di calcio di tutti i tempi, come pure di Messi e Ronaldo. Francamente, non sono d'accordo. Perché ci sono stati in passato giocatori grandissimi, che hanno fatto sognare i tifosi, e che oggi li stiamo ingiustamente dimenticando. 

Il primo è Edson Arantes Do Nascimento, detto Pelè.
Brasiliano, e che pare abbia giocato nella più forte squadra di calcio mai esistita: il Brasile del 1958. Esordì in nazionale a soli diciassette anni e si prese il lusso di segnare nella finale mondiale del 1958 una doppietta storica. In finale c'era la Svezia di Liedholm, Gren, Hamrin, Skoglund, tutti giocatori che quando arrivarono in Italia fecero la differenza nelle squadre dove giocarono. Pelè nella sua carriera segnò qualcosa come più di mille gol, vinse tre mondiali con la nazionale e un'infinità di titoli con la sua squadra, il Santos. Giocava con il numero dieci, quel numero che divenne anche grazie a lui, il numero dei campioni. Il problema di Pelè fu che giocò a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, finendo la carriera nei primi anni settanta. Ed allora c'era poca visibilità mediatica, e a questo si aggiunse il divieto, sancito dallo Stato del Brasile e della Federcalcio brasiliana di consentire il suo espatrio. Questo gli impedì di arrivare in Europa, dove erano già pronti a svenarsi per comprarlo. Solo a fine carriera, riuscì ad andare a giocare nei Cosmos, a New York, dove giocò soprattutto per esibizione, a fianco di altri campioni in pensione, come Chinaglia e Beckenbauer.  

Altro grandissimo, Alfredo Di Stefano, detto la "Saeta Rubia", perchè era biondo e veloce, e l'appellativo saetta bionda, lo distingueva dai "normali". Ma non era solo veloce, aveva una classe straordinaria, con visione di gioco, dribbling, capacità di segnare. Era nato in Argentina, a Barracas vicino a Buenos Aires, ma nel suo caso riuscì a venire in Europa, dove con i mitico Real Madrid degli anni sessanta, vinse cinque Coppe dei Campioni consecutive.
Si racconta che il presidente del Torino, Ferruccio Novo, quello della squadra di Superga, fosse quasi riuscito ad ingaggiarlo, perché proprio dopo la tragedia aerea, giocò un'amichevole contro il Torino, con la maglia del River Plate, ma l'affare saltò. Nel "suo" Real, giocava con altri campioni, come Puskas, Gento, Santamaria, e tra le riserve un certo portiere, tale Julio Iglesias, divenuto poi quel Julio che tutti conosciamo per le sue canzoni melodiche. Nel Real Madrid segnò quasi trecento reti. Rimane uno dei più grandi giocatori mai apparsi su di un campo d'erba. Anche qui, vederlo alla televisine non era facile, perché negli anni sessanta non c'era la copertura televisiva di oggi.

E già citato, ci mettiamo anche Ferenc Puskas, nato a Budapest, Ungheria. Giocò, oltre che nel Real stravincente, nella grande Nazionale Magiara, che perse i Mondiali in Svizzera nel 1954, grazie ad un secondo tempo nel quale i tedeschi si presentarono, molto probabilmente, dopati fino alle orecchie. Nella sua Ungheria giocava a fianco di altri grandi interpreti del calcio, come Laslzo Kubala, e Josef Boksik, ed arrivò in Europa scappando dalla grande rivoluzione del 1956, quella dei carri armati a Budapest, guarda caso "Sovietici". Nella sua carriera ha segnato quasi 600 gol. Si racconta che una volta arrivò in Liguria ad Albenga e giocò un torneo per esibizione, deliziando i fortunati presenti.

Johan Cruijff, nato ad Amsterdam, nel 1947 e morto nel 2016. Fece parte della squadra di club forse più potente, per la grande fisicità dei suoi componenti, ma anche tecnicamente fortissima. Era l'Ajax degli anni settanta, quella che vinse tre Coppe dei Campioni conseutive. Con lui c'erano giocatori fantastici, come Neskens, Rep, Haan, Krol, Surbier, Hulshoff, Blackenburg. Lui, contrariamente ai suoi compagni, era esile seppure alto un metro e ottanta, gambe sottili, ma classe da vendere, fece incetta di palloni d'oro, e finì la sua carriera nel Barcellona, dove ancora oggi viene ricordato per il suo impegno nel sociale. Suo figlio nacque a Barcellona e volle chiamarlo Jordi, un nome che allora era vietato in Catalogna, ma siccome era straniero, non poterono dirgli niente. La popolazione catalana lo ringraziò sempre di quel gesto, che ricordava le battaglie antifranchiste. Con la Nazionale fu sfortunato, perse la fnale del mondiale giocata a Monaco di Baviera nel 1974, contro la squadra di casa, la Germania Ovest di Beckenbauer e Müller. 

Omar Sivori, detto il "Cabezon", per la sua testa grossa, nato a San Nicolas, Argentina, nel 1935, morto nel 2005.
Fu uno dei più contestati giocatori di calcio, calzettoni giù ed irriverente, faceva parte del trio degli "angeli dalla faccia sporca" insieme a Maschio ed Angelillo. Giocavano nel River Plate, e facevano meraviglie, tanto che tutti e tre finirono in Italia, Omar alla Juventus, Angelillo nell'Inter e Maschio nella Fiorentna. Sivori collezionava squalifiche come puzzle, infatti giocava con il suo piede sinistro, divertendosi a fare tunnel e dribbling improvvisi, deridendo i suoi avversari, i quali lo picchiavano, e spesso lo rincorrevano per il campo, cercando di suonarlo. Aveva un dribbling incredibile, classe e visione di gioco. Un mio amico che giocò nel Torino, ed ebbe la fortuna di sedere in panchna durante un derby, mi disse che era come vedere giocare Platini e Maradona insieme. E nel Torino lui aveva la sua vittima preferita, Ferrini, e i loro incontri di pugilato sono rimasti nella storia. Fece parte sia della Nazionale Argentina, che della Nazionale Italiana, giocando un Mondiale in Cile disastroso, a causa dell'arbitro e del suo carattere bizzarro. Anche con la Juventus volarono stracci, Heriberto Herrera, allenatore della Juventus degli anni sessanta, non lo volle più in squadra e così finì a Napoli, dove lasciò ancora perle della sua classe immensa.

Indimenticabile fu Bobby Charlton, nato a Ashington, Gran Bretagna, tuttora vivente, e grande protagonista dell'Inghilterra Campione del Mondo nel 1966, battendo la Germania Ovest in finale a Londra. Giocava nel favoloso Manchester United, insieme ad un grande giocatore con le orecchie a sventola, George Best. Giocava con la maglia numero nove, ed allora il nove era il centravanti. Ma nell'Inghilterra di allora ci fu una rivoluzione dei numeri, perché il dieci e l'otto erano le punte mentre sette, nove e undici fungevano da centrocampisti. Ma Bobby Charlton, era  un centravanti di manovra, per le sue qualità tecniche e la grande visione tattica del gioco. Di ritorno da una partita di Coppa dei Campioni, ebbe un brutto incidente aereo, nel 1958, a Monaco di Baviera, e fu uno dei pochi a salvarsi. Da allora non prese più l'aereo, spostandosi solo in nave o in treno. La Coppa dei Campioni riuscì comunque a conquistarla nel 1968. Si racconta un aneddoto, per il quale arrivò con il Manchester a giocare un'amichevole in Italia, contro il Pisa. Il terzino destro del Pisa, tra il primo ed il secondo tempo disse all'altro terzino:"Ora, io prendo Bobby e tu prendi Charlton!" a significare che aveva preso una "giostra" impressionante. La Regina Elisabetta II lo ha insignito del titolo di Baronetto, così oggi si può chiamare Sir Robert Charlton.

Si potrebbe parlare di altri grandi campioni, come Meazza, Zamora, Piola ecc. ma tutti appartenenti agli anni pioneristici del calcio. Mentre ora osanniamo campioni, dei quali abbiamo tutto, le loro migliori giocate, le partite al rallenatore, persino le misure delle loro mogli, le "wags". I media fanno spesso la differenza, ma non si può dire chi fosse il più grande. Resta solo da ringraziare questi grandi campioni per quello che ci hanno lasciato e per quello che hanno insegnato sui campi di calcio, dove alcuni hanno anche intrapreso la carriera di allenatore, ma quasi mai vincente come da giocatori.
I paragoni sono spesso impietosi, e non tengono conto di variabili spesso incongruenti con i tempi, le attrezzature sportive, i campi di calcio, la frequenza delle partite e le condizioni sociali delle varie epoche.
Viva il calcio!