Due campionati italiani, 1 Coppa Italia, 1 Coppa Uefa, 1 Pallone d’oro e importanti riconoscimenti individuali all’attivo per uno dei calciatori italiani più titolati di tutti i tempi. Mi riferisco a un grande campione nonché a uno tra i calciatori più forti al mondo. Mi immagino che - perché non ho la pretesa di essere il Mago Merlino - i più giovani non avranno capito di chi sto scrivendo. E per favore abbiate ancora un po' di pazienza perché appunto trattasi di altro periodo storico. Urge subito, detto, fatto, fare un po' di pulizia nella memoria al fine di eliminare la cache delle App installate a tradimento. E’ importante puntualizzarlo per non andare a finire nello spam. Con la presente non sto facendo riferimento all’era mesozoica dei dinosauri e tantomeno al periodo paleolitico dell’Uomo di Neanderthal. Non sono, almeno credo, così vecchio o decrepito come potrebbe sembrare attraverso una lettura superficiale di queste due o tre barre d’origine binaria. Anche perché, ormai, il modus operandi dell’utente virtuale è quello di limitarsi a leggere i commenti finali. Bene. Decisamente, molto, meglio un post o un tweet ficcante.  
Come lo è l’attuale musica rispetto a quella degli anni 70-80-90.
Con il minimo talento, ebbene, oggi puoi diventare più ricco nonché più famoso di quel figlio delle Led Zeppelin di Jimmy Page.
Ma scolleghiamo il jack della chitarra elettrica dalla presa dell’amplificatore perché onestamente oggi non mi va di entrare in una sfera musicale.
E ahimè non sono né l’ultimo immortale di Highlander né Wonder Woman. Anche se non mi dispiacerebbe l’idea di vivere per sempre. Chi non lo vorrebbe?  

Ma ritorniamo a noi, ai fatti, lasciando i sogni irrealizzabili ben chiusi in un cassetto. Da ora in poi, promesso, mi fossilizzerò sulla realtà dei fatti. Memore del proverbio: Scherza con i virtuali ma lascia stare i super eroi.  
Negli anni 80/90 non c’erano i social media, internet, la Playstation, WhatsApp, i DPCM di Giuseppe Conte, la zona gialla, arancione e rossa, le dirette su Facebook di un Presidente del Consiglio, gli influencer sempre con le natiche in evidenza, le APP, gli smartphone, i monopattini elettrici, i bonus, e tutte le altre diavolerie tecnologie e non.  Insomma tutto quel contorno superfluo alla vita affettiva, sociale, lavorativa e infine economica.
Un contorno - lo dico forte e chiaro al fine di prendere subito una posizione netta: a novanta gradi - spesso più indigesto di un buon piatto di cicatelli e fagioli. Da noi, in Puglia, i cicatelli si fanno con soltanto due ingredienti: acqua e farina. Aggiungere il lardo alla pietanza è una cosa buona e giusta. Negli anni passati si viveva anche senza un contorno di melanzane e zucchine grigliate nonché una gustosa peperonata con capperi, olio, uova e sale q.b.  Poi che ve lo dico a fare? L’aglio ti rimaneva sullo stomaco tutta la giornata ma tutto sommato il gioco valeva la candela. Allontanava i vampiri, i preti e i politici.
Noi del passato sopravvivevamo con un primo e con un secondo piatto. Al massimo c’era il dolce a fine pasto; una torta alla ricotta andava più che bene! Mi accontentavo di poco, molto poco, ma la ricotta doveva essere tassativamente bella fresca e a km zero. E il latte appena munto da una vacca possibilmente allevata allo stato brado, al pascolo con il foraggio secco. Quello in stabulazione fissa mi restava sullo stomaco. Sapete cari lettori vi devo fare un’intima confidenza. Mi metto nuovamente a nudo. Mi rivolgo soprattutto agli amici del Nord Italia nonché tutti quelli in possesso di una tessera vantaggi dell’Esselunga. Al primo assaggio la pizza con la ricotta può essere un po' pesantuccia soprattutto dopo un pranzo abbondante. Alla sera, prima di andare a letto, si digerisce sicuramente meglio.
Ma v’assicuro che è tutta apparenza perché la digeribilità dipende spesso dalla ricetta. Ebbene consiglio vivamente di mettere l’ingrediente segreto: piccoli e gustosi pezzettini di cioccolata fondente.
Piaceva tanto a mio padre la pizza di ricotta. Ma lui non esagerava mai. Ne mangiava uno, due o al massimo tre pezzi a pranzo. Poi rientrava in Banca. Purtroppo nel primo pomeriggio doveva mantenersi leggero perché avrebbe dovuto svolgere la fase di rendicontazione.   
Per i più esigenti, quelli tipici pugliesi, dopo il caffè c’era pure l’ammazzacaffè. Un grappino andava più che bene per stabilizzare il tasso glicemico nel sangue. La salute viene prima di tutto.

Ma non è questo il punto perché non ha alcun senso circumnavigare il tempo alla ricerca del tesoro perduto perché il rischio di un terribile naufragio tra i ricordi è sempre dietro il neurone più fragile. E poi non vorrei annoiare il lettore, il quale è sempre alla ricerca perduta di un commento. Ebbene arrivo al dunque, al sodo. A modesto parere dello scrivente, l’atto di valutazione è soltanto una predisposizione mentale. E chi lo dice? Spesso il pulpito. Non siete convinti. È l’ora di un’altra lezione di vita?
Personalmente preferisco il tutto che il niente.
Mi spiego meglio: Avete una decina di minuti da dedicarmi? Di solito non faccio nessuna differenza tra un boccale di birra e un calice di vino, tra una grigliata di pesce e una di carne, tra l’amore senza il sesso e quello con il sesso, tra Gigi e D’Alessio, tra Albano e Romina, tra i Ricci e i Poveri, tra la Meloni e il calippo al gusto di melone, tra i Queen e i Pooh, tra quella capa nera di Giuseppe e quella trapiantata di Antonio, tra la Juventus e Calciopoli, tra Ferrero e la Nutella e infine tra la piattaforma Rousseau e quella ben più famosa ed efficiente nonché democratica: quella ecologica.
Insomma, tutto dipende da fattori umani fisici, psichici ed esperienziali: punto di vista, educazione, cultura, orientamento religioso, sessuale e politico, esperienza nonché il proprio vissuto. Detto questo arrivo finalmente al nocciolo del reattore nucleare: Negli anni 80-90 si passava decisamente più tempo libero all’aperto. Spesso impegnati in una sana attività sportiva; quest’ultima poteva essere il calcetto, il tennis, il basket, la masturbazione fisica e psichica, il calciobalilla o la pallavolo. Insomma c’era sempre una palla di mezzo e un attrezzo da brandire nella mia vita adolescenziale. E con il massimo rispetto per gli attuali protagonisti sportivi noi c’avevamo Roberto Baggio. Ah come giocava il Divin Codino! Avrebbe esclamato in una giornata uggiosa il compianto Maurizio Mosca d’annata.
Ah, giusto per fare il Travaglio della situazione, non esistevano nemmeno Sky, DAZN, Di Maio, i banchi rotanti e il digitale terrestre (Mediaset Premium).
Per cui io non avevo una visione globale del calcio come tanti giornalisti provetti contemporanei. Il Calcio, quello vero, io lo respiravo soprattutto in strada in compagnia degli amici di sempre nonché quelli “mitici” del quartiere Le Fornaci: Falconet, Danies, Avel, Soldan, Lasaland, Ragon, Di Francesc e tanti altri grandi calciatori in erba. Ognuno aveva il suo ruolo in campo, di default, dal portiere al centrocampista fino all’attaccante. Ore su ore passate a rincorre un pallone nonché una sfera ovale con le cuciture. Si può tranquillamente sostenere che quella sfera ovale sia stata il primo amore per un’intera generazione.
Sull’asfalto a dribblare un avversario, subito dopo un’auto o contemporaneamente un avversario, un auto e un motorino: Eh Bella Ciao!    
Ma adesso basta! Non ragioniam di noi, ma guarda e passa la palla.  
Baggio nasce a Caldogno (VI) il 18 febbraio 1967. Sono passati ben 54 anni da allora, se la matematica non mi inganna. Una vita fa per molti di noi ormai dopo gli anta. Per licenza artistica vorrei permettermi un titolo ad effetto. Posso? E perché no? Ci starebbe bene c’era una volta Roberto Baggio. Raramente nella vita, un nome e un cognome si sono fusi in un unicum nonché in un pezzo pregiato, meraviglioso, mistico e immortale al tempo stesso. Magia!  Roberto Baggio è il caso più evidente di una fusione perfetta di un uomo fisico con il suo nome e il suo cognome all’anagrafe. Non esisterebbe Baggio senza Roberto e viceversa.
Poi a quei tempi c’erano altri tipi di Baggio in circolazione nel campionato italiano. E allora importavamo poco dalla Cina. Ce n’era uno che si chiamava Dino e non era per niente male. Di ruolo faceva il centrocampista. Ma non aveva nulla a che fare con quello vero: Roberto Baggio, Roby, Baggio o semplicemente il Divin Codino. Il giovane Roberto, prima di essere Roberto Baggio, inizia la sua carriera nel Vicenza.
Con quella maglia cucita sulla pelle dal miglior sarto veneto in circolazione - quella gloriosa di colore biancorossa nonché quella indossata da Paolo Rossi nonché il campione del mondo '82 - il ragazzo non tradirà le aspettative dei concittadini. E’ troppo talentuoso quel ragazzo con il numero dieci nel destino per perdersi in un caffè corretto alla grappa in una cittadina di provincia con appena 10 mila abitanti.  E infatti a soltanto 20 anni, nel pieno della sua giovinezza, Roberto trascinerà i suoi compagni di ventura a una miracolosa promozione in serie B. Ben 12 marcature all’attivo, tutte di pregevole fattura. Il ragazzo veneto ha classe, un talento cristallino, piedi fatati e un cervello fino come quello di un contadino anzi di più con tutto il rispetto per la nobile categoria agricola. 

Quelle prestazioni, a dir poco eccellenti, non passeranno inosservate. Roberto è l’astro nascente del calcio italiano nonché quello mondiale. E le stelle in cielo, quelle più luminose, non possono passare inosservate e infatti i top club italiani poseranno gli occhi sul giovane trequartista italiano. Ma il destino, ahimè, po’ esse fero e po’ esse piuma. Prima di spiccare il volo, Roberto si rompe il crociato anteriore del ginocchio destro. No! Un dramma anzi una terribile e crudele condanna per un ragazzo appena ventenne. Negli anni 80 la medicina sportiva non era evoluta come quella di oggi. La carriera del ragazzo è a forte rischio. Ce la farà? Si chiedono tutti gli appassionati di calcio. Molti pensano di no perché il ragazzo è stato messo a tappeto con un gancio violentissimo in pieno volto. Questa volta l’avversario è troppo più forte di Roberto. E allora è meglio attaccare gli scarpini al chiodo perché la salute viene prima di tutto. E’ inutile farsi delle facili speranze perché la delusione è un avversario ancor più temibile del dolore fisico.
Ma non la pensa così la Fiorentina. I viola lo hanno acquistato per un paio di milioncini ancora prima del terribile infortunio. Il Presidente gigliato crede nell’uomo e nel calciatore ancora prima che egli diventerà Roberto Baggio nonché il Divin Codino.  
E Pier Cesare Baretti non si sbagliava affatto, tutt’altro, egli aveva visto aldilà del suo naso.   
E allora Roberto, determinato come non mai, inizia la riabilitazione che durerà due lunghissimi e interminabili anni. E quel dolore fisico, a volte insopportabile tanto da pensare di mollare tutto, in quelle ginocchia così fragili, se lo porterà con se per tutta la sua lunga e gloriosa carriera. Perché il dolore, in fondo, ci ricorderà chi siamo. Perché alla fine il dolore, in fondo, ci ricorderà chi abbiamo amato. Perché alla fine il destino può essere crudele, tanto, persino da stenderti al tappeto con un tremendo jab al volto. E un'altra sconfitta e poi ancora un'altra, e un’altra, fino a piegare lo spirito e il corpo.
Ma finché ci sarà un briciolo di vita ci sarà sempre un barlume di speranza. E non ci sarà mai una sconfitta definitiva. Perché dopo una caduta ci si può rialzare più forti di prima. Magari più deboli fisicamente ma senza dubbio forti e temprati nello spirito. E allora ci trasformeremo in bestie affamate di un riscatto. Pochi anni dopo Roberto esordirà in Serie A e ben presto diventerà Roberto Baggio, Roby, Baggio nonché il Divin Codino.

17-09-1989 - Stadio San Paolo di Napoli
Roberto? Il numero 10, quello di Maradona e Platini, cucito sulle spalle strette di un ragazzotto veneto appena ventenne. Roby? I calzettoni bianchi due dita, forse tre, sotto quelle fragili ginocchia. Nell’animo il peso di un calvario appena scampato e il fisico segnato da due profonde cicatrici. Roberto Baggio? I capelli raccolti in un codino: il DIVIN.

STADIO SAN PAOLO
Nel mezzo del cammin di un uomo soltanto dieci passi, forse di più, lo separano dal più grande di tutti i tempi. In questo caso il destino sarà una piuma per il giovane Roberto.  
Per i napoletani è venerato come un Dio; per gli avversari è onorato come il padre nostro; per gli argentini è semplicemente la Mano De Dios.
Il fuoriclasse argentino, un certo Diego Armando Maradona, è in grado di canalizzare su di sé gli sguardi dei presenti per ben novanta minuti di gioco e ben oltre. Ma il 17-09-1989 al San Paolo di Napoli accadrà qualcosa di straordinario, mistico, fantastic, paragonabile alla liquidazione del sangue di San Gennaro.
Roberto diventerà Roberto Baggio, nonché il Divin Codino
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E cari lettori grazie a un dribbling e un piccolo saltello quel dì egli porterà via da se un’umile menestrello. Poi un altro tocco da maestro e sono due: a sedere un altro azzurro, tutti giù per terra! Pover uomo, mi dispiace, lasciato inerme con nemmeno il tempo di capir quello che gli è successo. A questo punto l’opera del destino par compiuta? MA che! Non ancora perché in quell’uomo c’è qualcosa di divino. Roberto Baggio proseguirà inesorabile la sua corsa, ostacolato soltanto dal portier napoletano. E giunto ora nell’area di rigore. Con una pennellata alla Raffaello, il Divin Codino con una finta da sommo maestro disorienterà il portierello al quale gli è stato riservato lo stesso trattamento del suo amico menestrello: tutti giù per terra e sono tre. A porta sguarnita con la curva dei tifosi partenopei ammutoliti e sbigottiti, quest’ultimi, ohh, catapultati nel futuro avendo per pochi istanti dimenticato persino loro beniamino - di piede destro l’ultima pennellata del maestro: Goallllllllllllll!!!! C'era una volta Roberto Baggio in arte il Divin Codino.

Arsenico17