Partiamo dalla fine. Cagliari, 1° febbraio 1976.
Ultima giornata del girone d’andata, campionato 1975/76. Allo Stadio Sant’Elia sono di fronte Cagliari e Milan. La formazione rossonera ha bisogno di una vittoria che la mantenga nei quartieri alti della classifica, il Cagliari è invece in caduta libera. A dicembre è stato esonerato l’allenatore Suarez ma la gestione di Mario Tiddia non sta invertendo la traiettoria verticale. Nonostante la presenza in campo di Gigi Riva e di un giovanissimo Pietro Paolo Virdis i rossoblù sono ultimi in classifica. Una vittoria potrebbe risollevare il morale e dare una qualche speranza. Pareggiare servirebbe a poco.
Sesto minuto della ripresa, il Milan è in vantaggio grazie a uno stacco di testa di Egidio Calloni. Il Cagliari attacca: il difensore milanista Bet sta controllando palla nella propria area, nel tentativo di impostare l’azione in avanti. Riva cerca di contrastare andando in pressing, ma fra i due non c’è, o non c’è ancora, contatto fisico. D’improvviso, nell’appoggiare il piede destro, quello che Riva non usa mai per calciare, l’attaccante fa tutto da solo. Lancia un urlo e si accascia sul prato. La diagnosi è impietosa: strappo all'adduttore della coscia destra. Nonostante i vari tentativi di recupero e l’inclusione nella rosa del Cagliari anche per la stagione successiva, Riva non riuscirà più a scendere in campo. Rombo di tuono, come viene soprannominato, abbandona il calcio giocato all’età di 31 anni. Lo fa con un ruolino da campione assoluto, specie in anni in cui in Italia si segnava poco, quando gli autogol erano ancora autogol, le partite erano 30 e duravano 90 minuti, al massimo 91: 156 gol in 289 presenze in serie A.

La chiave per comprendere l’uomo, prima ancora che il calciatore, è il tema dell’incidente. O meglio ancora, quello della sofferenza. La sofferenza di una vita segnata per sempre da un incidente sul lavoro, quello che porta via suo padre quando lui è un bambino di 9 anni. Luigi Riva non è sardo. Nasce a Leggiuno, in provincia di Varese il 7 novembre del 1944. Sua madre Edis è una casalinga, il papà Ugo è un uomo dalle mani d’oro. Parrucchiere riconvertito a sarto, poi operaio di fonderia.
Il 10 febbraio del 1953 è una data che nessuno in casa Riva potrà dimenticare, perché da quel giorno l’esistenza di tutti è sconvolta. Un banale incidente, un pezzo di metallo che si stacca da un macchinario e colpisce di rimbalzo Ugo Riva allo stomaco, passandolo da parte a parte. Oltre al dolore personale, per l’unico figlio maschio avviene anche il distacco forzato da casa. Il bambino Luigi viene mandato in collegio, in una di quelle strutture di cui il diretto interessato mantiene ancor oggi un ricordo terrificante. Il carattere del ragazzino, già introverso e spigoloso del suo, diviene in quegli anni ancor più duro, quasi impenetrabile. Ma anche più determinato e risoluto di prima. Una critica o un complimento per lui sono la stessa cosa, perché il mondo è un’entità ostile che parla tanto per parlare. La vita sembra un’eterna fuga psichica dal collegio, la ribellione di poche parole all’autorità imposta, la ricerca mai dichiarata di un posto che tenga al riparo dal dolore. La sua sembra una sensibilità profonda e malcelata, un’anima che la vita sembra aver maltrattato e che ora ha bisogno di riscatto, di pace.
Una via però c’è, c’è sempre. Il ragazzo sa giocare al calcio, anche se a quelli del collegio la cosa non interessa. Loro vogliono bambini obbedienti, non cannonieri da oratorio.
Una volta uscito di lì, il futuro campione ci prova e riesce a farsi notare tra i dilettanti della squadra di Laveno Mombello, pochi chilometri da Leggiuno. Gioca quando il lavoro glielo permette, la famiglia deve tirare avanti e tutti contribuiscono allo sbarco del lunario. All’inizio non sembra neppure una punta, ma piuttosto un tornante sinistro con licenza di concludere.
C’è però un dettaglio che salta agli occhi di chi lo osserva. Non sarà una punta ma, cifre alla mano, la quantità di reti segnate è impressionante: 30 il primo anno, 33 nella stagione successiva. Potenza, raffinatezza nel tocco, capacità acrobatiche, stacco di testa perfetto. Fa tutto con il sinistro ma gli basta un piede per non dare scampo a nessuno. Nella stagione 1962-63 il Legnano dà a un 18enne taciturno, ma di forte personalità, l’occasione di esordire in serie C. È lì che si vedrà se Gigi è pronto per il salto di categoria. 23 partite, 6 gol. In effetti fatica ad adattarsi ma il talento si vede. Lo notano soprattutto i dirigenti del Cagliari, squadra allora in serie B. All’inizio il ragazzo non vuole trasferirsi in Sardegna, poi non andrà più via. Ed è a Cagliari, lontano dal resto del mondo, che un introverso con la voglia prepotente di segnare si trasforma in uno dei più grandi realizzatori di sempre. Diventa, per l’appunto, Gigi Riva. Passano le stagioni e, risiltati alla mano, a un attaccante così non si può negare un posto in Nazionale. Ma è proprio alla maglia Azzurra che le sue gambe pagano nel corso degli anni il tributo più oneroso.

Roma, 27 marzo 1967. Luigi Riva da Leggiuno, detto Gigi, è alla terza apparizione con la maglia azzurra e quel lunedì pomeriggio allo Stadio Olimpico si gioca un’amichevole di prestigio, Italia-Portogallo. La squadra lusitana è arrivata terza ai Mondiali dell’anno prima e ha in squadra Eusebio, l’alternativa europea a Pelé. Ed è proprio la Perla del Mozambico a gelare i tifosi romani dopo meno di mezzora. L’Italia si riversa in avanti, perdere davanti al proprio pubblico sarebbe brutto.
È passata un’ora di gioco e l’occasione sembra quella buona per pareggiare. Riva va a chiudere nell’area piccola una triangolazione volante con Mazzola e allunga la gamba sinistra per dare il tocco decisivo. Il portiere avversario Américo in uscita disperata gli spezza, senza volerlo, il perone. Campionato finito e ritorno in Nazionale 8 mesi dopo.
La partita con il Portogallo finisce 1-1, segna proprio il sostituto di Riva, Cappellini. Il giorno del rientro in Azzurro la fortuna decide però di ripagare Rombo di Tuono (come nel frattempo il giornalista Gianni Brera ha ribattezzato Gigi Riva) con gli interessi. Il giorno dei santi del 1967 a Cosenza si gioca Italia-Cipro per le qualificazioni a Euro 1968. Finisce 5-0 e il bomber del Cagliari fa tripletta. Sono i primi 3 dei 35 gol complessivi che Riva avrà messo a segno in Nazionale.

Prater di Vienna, 31 ottobre 1970. Dal primo infortunio sono passati 3 anni e mezzo e ora tutto il mondo conosce bene Gigi Riva. È un campione che nella vita ha sconfitto tanti nemici, primi fra tutti la necessità economica, la solitudine forzata e la mancanza di libertà. I gol rendono liberi. E amati. Sì, perché i tifosi, non soltanto quelli cagliaritani, si rivedono in lui e lui in loro. Qualcosa in quegli occhi malinconici e in quel sorriso sempre un po’ trattenuto sembra dir loro qualcosa. Senza mai dirlo, in realtà. I sardi lo sentono profondamente uno di loro e non soltanto perché è quello che risolve le partite. Anche Boninsegna segnava tanto con quella maglia ed era apprezzato, ma Gigi Riva è un’altra cosa. Lui lo sa, loro lo sanno, non serve dire. Tra il campione e la Sardegna c’è un patto di fedeltà e un sodalizio non scritto, profondo e misterioso.
Nel 1970 Riva ha vinto lo scudetto con il Cagliari e ha fatto suo il titolo di capocannoniere della serie A per la terza volta in carriera. Ma non è tutto. Dopo avere conquistato il titolo europeo nel 1968 con la Nazionale Italiana, è diventato vicecampione del mondo in Messico. Il ‘70 sembra dunque un anno da incorniciare e invece finisce malissimo. L’ultimo giorno di ottobre la Nazionale è a Vienna, allo Stadio Prater. Quel sabato pomeriggio ci si gioca la qualificazione per gli Europei del 1972. L’Italia vince 2-1 ma il danno subìto farà dimenticare il risultato. Manca un quarto d’ora alla fine e Riva punta palla al piede la porta avversaria. All’altezza dei 20 metri il difensore Hof gli entra alle spalle con una durezza ingiustificata. Il primo a rendersi conto della gravità dell’incidente è Domenghini, che chiama la barella con ampi cenni della mano. Frattura del perone e distacco dei legamenti della caviglia destra.

Oltre sei mesi di stop.
In quel lasso di tempo trovano spazio l’eliminazione del Cagliari dalla Coppa dei Campioni per mano dell’Atletico Madrid e una discesa in classifica fino al settimo posto finale. Il tutto, a causa dell’assenza forzata di un campione, uno di quelli che cambiano la partita e la vita di tifoso. Anni più tardi, nel 1976, senza più Gigi Riva, per il Cagliari muoiono le residue speranze di restare in serie A. L’ultimo sinistro sembra l’effetto di una sindrome degenerativa che ripete ogni volta se stessa. La parabola simbiotica di una squadra che guardava il mondo con l’occhio disilluso e determinato del suo leader.
Un leader che smette controvoglia a 31 anni e che proprio oggi ne compie 75.



Diego Mariottini