Scoprire una persona significa condividere ciò che fa parte del tuo mondo e, contemporaneamente, lasciarsi affascinare da ciò che non conosci dell’altro.

E se questo vale per i propri studi, il proprio lavoro, la propria casa e tutto ciò che riguarda la vita quotidiana, ciò può valere (anzi, è fondamentale, a mio avviso) anche per le proprie passioni.

Ora, a chi, come al sottoscritto, è capitato di entrare in connessione con una donna distante miglia dal mondo pallonaro, può succedere di incorrere in uno dei leggendari luoghi comuni: “sono solo ventidue in mutande che rincorrono un pallone”, “preferisci più la tua squadra a me” fino al mitologico “ma che cosa è il fuorigioco?”.
In queste situazioni, occorre necessariamente applicarsi, ricorrendo a tutte le riserve di pazienza in proprio possesso, e proporsi in mirabolanti teorie che motivano il fatto che “nessun business o sport possono essere preferiti ad una persona. Neanche un hobby. Ma, vita mia, devi capire che trattasi di ben altro, per me.”

Non è così semplice far passare il messaggio che, spesso, si tiene alla società cittadina perché ci si sente appartenenti a quella comunità: issare il vessillo della propria fede significa un po' caricarsi di tutto l’orgoglio di essere parte di quella realtà.

Oppure, essere sostenitori fedelissimi di grandi squadre, non appartenenti, probabilmente, al tuo territorio, frutto di scelte di ragazzo o di semplici “eredità”, permette di identificarti in un team di supereroi, capace di farti sognare e disperare come degli autentici kolossal hollywoodiani.
Non è facile far comprendere che assistere a quei novanta minuti equivale a provare pathos, emozioni, sentimenti.

Ecco, tenere ad una squadra di calcio equivale a un sentimento.

“Cioè, quindi mi stai paragonando ad una squadra di calcio?”.

Fortunatamente non è stato (finora, almeno!) il mio caso, ma se a qualcuno venisse posta la domanda… auguri!

Ecco, aprire il proprio cuore ad una persona significa anche far sentire ciò che ti smuove dentro, ciò che ti fa stare bene, ciò che ti emoziona.
E questo spiega il malumore dopo una sconfitta, l’organizzazione del weekend in base all’orario in cui gioca la propria squadra (ecco perché odio lo spezzatino, bisogna ricorrere ad una marea di scuse) e il sentirsi sempre interessato alle notizie che riguardano i tuoi beniamini.
Quindi, dopo mesi in cui conosci una persona, in cui ti sveli pian piano, in cui mostri tutti i lati di te… un bel giorno, ti senti ricevere queste parole.

“Voglio andare allo stadio con te.”

Poter sentire una frase del genere da una persona a cui sei legato ma alla quale del calcio, purtroppo o per fortuna, non interessa praticamente nulla… è qualcosa di inaspettato. È come la rete di Van Basten a Euro ’88 o il goal di Zidane nella finale di Champions League del 2002: non potresti mai credere che possa accadere una cosa simile. Non sai come reagire, non sai se è solo un modo per avvicinarsi e quasi ti senti in difetto perché sembra che venga fatto appositamente e solo per farti un piacere oppure… se essere solamente felice.

Io ho scelto la seconda via: condividere un’esperienza come quella di una partita dal vivo, in cui si mischiano colori, feste, cori, vitalità è qualcosa che può legare come mai due persone, soprattutto se alla base c’è già qualcosa di estremamente solido.

L’attesa spasmodica prima dell’incontro, l’arrivo nei pressi dello stadio, uno sguardo ai rivenditori per vedere se si trova qualche gadget carino da portarsi come ricordo di una splendida avventura.

E poi, l’ingresso: le solite ansie per i tornelli (“e se il biglietto non lo legge?”), la fila, l’entrata. Il prato verde, le curve, gli odori, le sensazioni, l’arrivo delle squadre in campo, la lettura delle formazioni.

La voglia che inizi lo spettacolo ma, nello stesso tempo, che l’atmosfera respirata in quei minuti possa non finire mai.

E poi, il goal sbagliato, quello subito, l’urlo alla rete siglata strozzato dal richiamo del VAR, quello liberatorio perché invece è stato convalidato.
E poi, il maledetto fuorigioco. E la mano sulla spalla: “ma perché ha alzato la bandierina?”. No, questo spero proprio di no.
E i corner, le sostituzioni, i rigori, le punizioni, le proteste, le panchine, il panino a fine primo tempo, il mutuo da richiedere per un bicchiere di una bibita analcolica, il quarto uomo che fa?

Sì, è proprio tutto questo.

E ancora ho i brividi al pensiero di poter vivere una giornata simile, proprio come una vittoria di misura al 95’.

 


PS: chiedo scusa, so che non è un articolo strettamente legato al calcio e non è mia abitudine, ma stavolta sentivo la necessità di scrivere qualcosa per me.
Anzi... per noi.