In questi 90 anni di storia del girone unico della Serie A, abbiamo assistito a imprese memorabili e squadre straordinarie, capaci di convincere pubblico e critica a suon di trofei.

Dai successi della Juventus del “Quinquennio d’Oro”, al Bologna che “tremare il mondo fa”, al “Grande Torino” eternamente compianto, anche la storia del calcio italiano del Dopoguerra è stata zeppa di personaggi e di cicli di vittorie incredibili: il Milan di Rocco e l’Inter di Herrera, la prima Juventus del Trap, la rivoluzione di Sacchi in rossonero, seguito da Capello fino ad arrivare agli otto anni di Ancelotti, passando per la Juventus di Lippi e per l’Inter di Mourinho, fino alla più recente striscia record della Juventus (otto scudetti consecutivi, finora).

A queste, si devono aggiungere società che non saranno state costantemente al vertice come le tre “grandi” ma che hanno vissuto periodi dorati: dal Cagliari di Riva che ha fatto sognare un’isola intera, al Toro del duo Pulici-Graziani, fino ai mitologici anni ’80, che ha visto autentiche macchine da guerra come la Roma scudettata e giunta ad un rigore dall’Olimpo europeo, passando per il miracolo dell’Hellas Verona del 1985, seguito dal Napoli di Maradona e dalla Sampdoria di Boskov, fino agli exploit degli anni ’90 di Parma e Lazio e giungendo fino al terzo scudetto della Lupa giallorossa, ad oggi ultimo grande urlo di una squadra non facente parte del suddetto triangolo.

Ma se di queste squadre è stato detto, visto e scritto in modo approfondito, il presente articolo vuole concedere una doverosa celebrazione a tutte quelle squadre che avrebbero meritato maggiore fortuna e che, invece, hanno dovuto accontentarsi di un ruolo da comprimario, non vincendo alcun trofeo o raccogliendo molto meno di quanto avrebbero meritato.

 

L’eterna seconda Viola

L’anno di grazia 1955/56 è ricordato orgogliosamente da tutto il popolo viola: la squadra gigliata ottiene infatti il primo Scudetto, guidato in panchina da Fulvio Bernardini e dotata in organico di elementi quali Sarti (futuro portiere della grande Inter), capitan Rosetta, Segato, Chiappella, Cervato e, soprattutto, i tre calciatori offensivi: Julinho, Montuori e Virgili.

Successivamente a questa stagione, il club otterrà il poco invidiabile primato di quattro secondi posti consecutivi nella storia della massima serie, tuttora ineguagliato, beffato con perfetta alternanza da Milan e Juventus.

In questi anni, inoltre, riuscì ad arrivare in finale di Coppa dei Campioni, perdendo contro il Real Madrid (fu la prima squadra italiana ad arrivare all’ultimo atto della più importante manifestazione per club del Continente), e subì due ulteriori sconfitte in finale di Coppa Italia, nel 1958 contro la Lazio (ultimo anno di gestione Bernardini) e nel 1960 contro la Juventus, la quale, però, garantì la possibilità di disputare la prima Coppa delle Coppe della storia l’anno dopo e di vincerla (primo trofeo internazionale vinto da un'italiana) e facendo il bis con la Coppa Italia, mitigando un campionato complicatissimo, chiuso al 7° posto.

In questi anni si unirà alla causa viola Kurt Hamrin, uno dei più prolifici marcatori di sempre della nostra Serie A  e tra i calciatori scandinavi più forti in assoluto.

 

La seconda Juve di Trapattoni

Dopo aver reso la “Signora” una delle più vincenti squadre della storia del calcio mondiale, e dopo aver trascinato l’Inter alla conquista dello Scudetto dei record, il Trap ritorna al timone dei bianconeri al via della stagione 1991/92, cercando di far dimenticare la disastrosa annata precedente, chiusa fuori dall’Europa dopo 28 anni consecutivi.

Il triennio trapattoniano fu avaro di titoli, con la sola Coppa UEFA vinta nel 1992/93 in finale contro il Borussia Dortmund: una miseria, se consideriamo che tra le fila bianconere militava il Roberto Baggio migliore della carriera.

Il Codino, insignito nel 1993 del Pallone d’Oro, non bastò a regalare lo Scudetto, giungendo due volte al secondo posto dietro l’irraggiungibile Milan di Fabio Capello.

Venne inoltre persa anche una finale di Coppa Italia contro il rampante Parma di quegli anni.

Tra i giovani lanciati in questo periodo, vi erano Antonio Conte e Alex Del Piero, colonne portanti dei successi bianconeri che iniziarono l’anno dopo con l’approdo di Marcello Lippi in panchina.

 

- Ancelotti e la maledizione bianconera

Il biennio di Carlo Ancelotti alla guida dei bianconeri fu la parentesi tra i due cicli di Marcello Lippi.

Questo periodo non è ricordato tra i più positivi della storia bianconera, sebbene in quelle due stagioni la squadra arrivò sempre vicinissima al titolo, perdendo contro le due squadre della Capitale per un soffio.

Nel 1999/00, nella contestatissima sfida sotto la pioggia di Perugia, la rete di Calori per il Grifone, ancora oggi evocata dai tifosi di fede biancoceleste, sconfisse i bianconeri all’ultimo turno, consentendo il sorpasso all’ultimo turno da parte delle “Aquile”, regalando la gioia del tricolore dopo 26 anni.

L’anno dopo, fu la volta della Lupa, che trionfò per due sole lunghezze di vantaggio.

Il grande rimpianto si deve principalmente alla forza della squadra, che poteva vantare Zinedine Zidane all’apice della sua carriera, ai quali si univa il tandem devastante Del Piero-Inzaghi.

Eppure, con un trio del genere, non riuscì a vincere neanche un trofeo.

 

L’Inter di Cuper

Quando si parla di eterno secondo, il tecnico argentino è spesso portato, suo malgrado, come portabandiera.

La sua avventura al Valencia precedette quella sulla sponda nerazzurra del Naviglio, nelle sfortunatissime stagioni 2001/02 e 2002/03: la prima, passata alla storia come l’anno del “5 maggio”, fu davvero una stagione disgraziata. Con in rosa i due attaccanti più forti del mondo dell’epoca, Ronaldo (seppur a mezzo servizio) e Vieri, la squadra giunse all’ultimo turno ad un passo dall’ambito titolo, assente in bacheca da tredici anni. Il destino lo conosciamo tutti: la sconfitta contro la Lazio per 4-2 consegnò il tricolore ai rivali juventini, vittoriosi per 2-0 in quel di Udine.

L’anno dopo, senza Ronaldo, sostituito da Crespo, la squadra arrivò in semifinale di Champions League, uscendo nel modo più doloroso contro i cugini rossoneri: un doppio pareggio beffardo che premiò il “Diavolo” per la regola del goal fuori casa.

Due stagioni che avrebbero meritato un epilogo completamente differente.

L’avventura del mister si concluderà dopo qualche giornata all’inizio della stagione 2003/04, esonerato a causa di risultati non in linea e con un ambiente ormai spaccato.

 

Il Napoli di Sarri

E arriviamo al caso più recente ed eclatante: quello della squadra partenopea guidata dall’attuale tecnico juventino.

Osannato all’unanimità per il gioco ultraspettacolare, gli Azzurri hanno trovato sulla loro strada una delle Juventus più forti di sempre.

Con Sarri, Higuain, suo fedelissimo, ha raggiunto il record di realizzazioni in un campionato siglando 36 reti, una valanga.

Nel triennio del detentore dell’ultima Europa League, il suo calcio spumeggiante ha permesso a tantissimi calciatori di andare a rete e il suo prodotto ha addirittura consentito di coniare un termine universalmente riconosciuto come espressione del suo credo: il “Sarrismo”.

Il più grande rimpianto è targato appena due anni fa: dopo aver vinto lo scontro diretto allo “Stadium” per 1-0 all’ultimo minuto, la capolista Juventus era di scena a Milano contro l’Inter e, fino a tre minuti dal termine, la partita era condotta dai padroni di casa, poi superati nel finale da Cuadrado e proprio da Higuain, condottiero napoletano fino a due anni prima.

Il giorno dopo, la squadra crollò a Firenze, perdendo 3-0, e lo Scudetto prese per l’ennesima volta la strada della Mole Antonelliana, sponda bianconera.

 

La nota quasi perfetta

In questi anni, non sono mancate delle straordinarie squadre che hanno prodotto un calcio formidabile anche solo per una stagione, non aprendo dunque un ciclo continuo e le quali, per motivi differenti, non sono riusciti a raccogliere quanto seminato.

In cima a questi team bisogna sicuramente porre l’Inter di Simoni, stagione 1997/98: senza tornare sull’arcinoto scontro Ronaldo-Iuliano, quella fu l’annata dell’insediamento di uno dei più forti calciatori della storia del calcio, il Fenomeno, che deliziò il palato del popolo della Beneamata e che trascinò i meneghini ad un passo dall’agognato titolo, che mai come in quella stagione sarebbe stato giusto cucire sul petto degli uomini di Gigi.

Altre grandi stagioni che avrebbero meritato risultati conclusivi differenti sono quelle della Fiorentina 1981/82, da cui nacque l’acerrima rivalità protratta fino ai giorni nostri con la Juventus; la Roma 1985/86, ancora una volta sconfitta contro i bianconeri in un duello epico, anch’esso concluso come i due succitati tra mille polemiche.

Stessa sorte toccò al Parma ancelottiano 1996/97, che avrebbe meritato il titolo anche a coronamento di un decennio stratosferico, soprattutto in ambito internazionale.

La stagione 1998/99 è ancora oggi un grande mistero: una prima parte dominata dalla Fiorentina del Trap, trascinata da un Batistuta versione stellare, il cui infortunio fece terminare i sogni di gloria; una seconda parte dominata dalla Lazio, che però cedette il passo al Milan di Zaccheroni, capace di rimontare con uno svantaggio pazzesco in termini di punti.

E ancora, la Roma di Spalletti nel 2007/08, quella di Ranieri nel 2009/10 e quella di Garcia 2013/14 avrebbero potuto avere qualche soddisfazione maggiore, sebbene le avversarie fossero rispettivamente l’Inter di Mancini, quella di Mourinho e la Juventus di Conte.

 

Le mine vaganti

Infine, squadre che hanno avuto un exploit notevole, ma che non avevano i mezzi per poter competere fino al successo ma per le quali è giusto spendere una menzione.

Sul finire degli anni ’70, Perugia e Vicenza inseguirono un sogno, arrivando entrambe al secondo posto in due stagioni diverse.

Ben prima del capolavoro dell’Hellas, dunque, due provinciali avrebbero potuto divenire iconiche.

Anche l’Udinese, che ha vissuto diversi periodi interessanti, avrebbe potuto portare a casa qualche trofeo, in particolare sotto la gestione di Guidolin, tecnico sottovalutatissimo.


Infine, l’Atalanta di Gasperini: la favola orobica è ancora in corso, e chissà non regali un sussulto, come quello della scorsa settimana, che ha consegnato la Dea alla storia.