Quando sei bambino pensi a divertirti, a passare giornate spensierate sempre e comunque. Ricordo che avevo 4 anni e mio padre mi regalò un pallone, non sapevo ancora cosa fosse visto che giocavo ai lego e gli anni prima non li ricordavo, quindi presi questa sfera tra le mani e con un sorrisone la guardavo così intensamente che me ne innamorai subito. Non c'era tregua per quella sfera, mattina, pomeriggio e sera a calciarla anche nelle ore in cui i miei genitori dopo una settimana di lavoro si riposavano e ogni tanto sentivo un: "Oh! Metti a posto quel pallone!". Poi a 5 anni mio padre per sfinimento m'iscrisse alla scuola calcio, ricordo i colori della mia squadra: maglia blu notte e bordi di collo e maniche rosse con pantaloncini rossi e calzattoni rossi, la seconda era gialla e verde stile militare, con pantaloncino verde e calzettoni verdi. Non era davanti casa ma qualche chilometro da casa mia. Quando arrivai mi dissero: dove vuoi giocare? Per tutti i bambini o per la maggior parte la risposta sarebbe: attaccante. Io invece gli dissi: "Portiere, voglio giocare in porta". Detto questo mi misi in porta, ero un fan sfegatato del portiere Benji Price (Holly & Benji). Ma non avevo messo in preventivo che non si giocava soltanto, c'erano da fare gli allenamenti, quindi due volte a settimana andavo ad allenarmi con la squadra e il resto della settimana a giocare con i miei amici sotto casa e ad un centro sportivo a due passi da casa. La giornata si divideva con la scuola al mattino, i compiti dalle 14 alle 16, merenda e poi Holly & Benji alle 16:30, poi scendevo a giocare a pallone davanti casa, dove avevamo un grande sterrato lasciato lì dopo la demolizione dei vecchi palazzi e lasciato in balia del tempo. Poi c'erano i giorni d'allenamento, che si dividevano tra scuola al mattino, compiti dalle 14 alle 15 e poi alle 15:30 sul campo d'allenamento fino alle 17:30 per poi tornare a casa e vedermi i cartoni animati fino alle 20. Dai 5 ai 10 anni questa era la vita di una ragazzino normale degli anni '80.

Gli anni passavano e vinsi due tornei di alto livello come quello dell'Axa (nelle vicinanze di Via Ostiense-Colombo) e tanto di chiamata di nomi dallo speaker, vabbè da un megafono vecchio e malconcio che ogni tanto faceva uno strano "schrrrrrrrr....". Ricordo che da portiere ero il primo ad essere chiamato, che emozione, ricordo mio padre fuori dal campo che applaudiva con gli altri genitori e noi fieri di quei colori baciavamo lo stemma, sì come fanno i grandi campioni di oggi. Ricordo che arrivammo in finale contro il Fidene, uno squadrone all'epoca, giocammo sotto la grandine fitta, non riuscivamo a vedere nemmeno le porta da parte a parte. L'arbitro forse non era proprio un esperto, visto che avrebbe sospeso la partita. Ci dissero che quella sera fuori dal campo c'erano degli spettatori d'eccezione, e quindi pensai: "Chi c'è? Qualche campione?". Un dirigente, se così si può chiamare uno che stava lì e faceva le veci della società, tra un bicchier di vino e una pagnottella (panino), mi disse: "Aò fai bella figura che de fori ce sta uno che lavora con la Spal". Così da ragazzino qual'ero gli chiesi: "Ma che squadra è la Spal? Io non l'ho mai sentita nominare" (come sappiamo negli anni '80 la SPAL non figurava nell'album delle figurine, e noi eravamo all'oscuro di Serie C e via discorrendo). Il dirigente mi disse: "Nun te preoccupà, te fa' er lavoro tuo!". Mi sorrise e disse: "Te sei forte e speriamo bene". Sorrisi ma non pensandoci poi più di tanto, entrai in campo e quella fu la partita più brutta che giocai da quando ero in porta, subii due reti e perdemmo 2-1. Non arrivò nessuna chiamata, non ci rimasi male perché ero un ragazzino e quindi tutto svaniva dietro un pensiero fisso: divertimento. Passarono altri tre anni e decisi di chiedere all'allenatore di cambiare ruolo, cosa che portò il mister a dirmi: "Perchè ti vuoi togliere dalla porta? Tu sei un punto di riferimento per la difesa, ripensaci...". Gli risposi: "Mister mi sono stancato di giocare in porta, voglio correre dietro al pallone e segnare". Il mister dopo aver parlato con il suo secondo (uno che un giorno c'era e l'altro stava al lavoro o per gli affari suoi) gli disse: "C'è un regazzino che abita da me che gli piace giocare in porta. Mo ce penso io". Così questo ragazzino accettò di venire a giocare nella mia squadra e io mi trasferii da portiere a terzino.

In quegli anni era sbucato dal nulla quel Roberto Carlos che giocava nell'Inter e m'ispirai a lui. In ogni istante in cui giocavo al pallone mi mettevo sulla fascia sinistra, il mio numero preferito era il 3 e la presi anche nella mia squadra, ero fissato con Carlos (lui portava la 6 nell'Inter, poi la 3 nel Real). Mi fermavo sempre più degli altri al campo e provavo le punizioni di potenza, con la barriera che era composta dai paletti quelli per fare gli slalom palla al piede (spero di aver fatto capire cosa intendo). Mi mettevo li con il portiere e calciavo, calciavo all'infinito. Da quel momento il mio marchio di fabbrica era "la bomba da fuori area". Ricordo che un giorno giocammo contro il Cor e la battemmo per 18-0, la squadra veniva accompagnata da un furgone sgangherato portata da un signore baffuto e che comprendeva per lo più bambini più piccoli di noi, erano quasi tutti 84-85, noi 81-82 con un paio di 83. Ricordo che c'era una palla a 30 metri dalla porta, così il mister mi chiamò: "Tiraje na fucilata e buttaje giù la porta". Così a testa bassa e pieno di concentrazione collocai il pallone e presi una rincorsa di un metro, al fischio dell'arbitro feci un grande scatto e tirai più forte possibile, la palle prese una grande velocità e piegò le mani al portiere, che si mise a piangere per il dolore alle mani. La mia esultanza? Non ci fu, perchè fui sommerso dai miei compagni di squadra al grido: "Ma che hai fatto! Ma che hai fatto!". I genitori fuori dal campo urlarono un "Gool!" allucinante che mi lasciò impetrito, per questo fui sommerso dalla gioia incontenibile della mia squadra. Da quel momento mi sentii più responsabile in campo. Ero un terzino tutta velocità e potenza fisica, all'età di 13 anni ero già alt 1,80 e pesavo 70 kg, quindi pensate che fisicamente ero quasi il doppio dei miei pari età, anche se c'era chi era ancor più piazzato di me.

I campi di periferia divenirono viaggi molto lunghi, delle volte partivamo alle 6 del mattino per essere alle 10 sul campo della squadra ospite. Pian piano spinsi sempre più divenendo il titolare fisso in tutto e per tutto, ho sempre sognato di indossare la fascia di capitano, non ci riuscii mai, ma poco contava in quel momento perchè contribuivo con le mie punizioni. Un giorno ricordo che giocammo contro il Real Tuscolano, uno squadrone davvero molto forte in quei tempi. L'arbitro fischiò una punizione da almeno 20 metri (il campo di periferia non so se arriva a 60-70 metri totali). Il mister con un segno del capo m'invitò ad andare a tirare, da fuori: "Sfondaje la porta, faje male!". Io sentii quell'urlo dal silenzio di tutti gli altri, sorrisi guardando in basso e mi aggiustai il pallone, ma mentre prendevo la rincorsa il portiere avversario esclamò "Segni cor ca...o! Tira, tira...". Rimasi concentrato, ma la cattiveria dentro di me saliva e sentivo le gambe come se fossero diventate di marmo, sentivo dentro una potenza incredibile. Ritornai sul pallone lo presi e lo baciai e gli dissi "Famme fa bella figura eh!" e lo riposizionai. L'arbitro controlla la barriera e la distanza, poi si sposta a sinistra e fischia, tiro un primo sospiro e butto fuori l'aria, poi penso che per dare più potenza devo allungare la mia velocità quindi mi porto a due metri dal pallone, l'arbitro m'invita a tirare con un gesto della mano, secondo sospiro e parto, quando arrivo davanti al pallone alzo la gamba indietro il più possibile e parte il pallone, che arrivando davanti al portiere gli apre le mani unite e s'infila sotto la traversa. Quale fu la mia esultanza? Feci una corsa verso la bandierina dove c'era un gruppetto di nostri tifosi e mentre mi avviavo guardai il portiere avversario come a dire "Cosa mi avevi detto?". Ebbi molte offerte per cambiare squadra, ma decisi di restare ancora nella mia squadra, in primis perchè era la più vicina a casa, in secondo quella maglia la sentivo come una seconda pelle.

Passò altro tempo e arrivai a 15 anni, e da 10 indossavo quella maglia. Un giorno la società mi disse :"Preparati che quest'anno giocherai con quelli più grandi di te di un anno, perchè il terzino si è rotto il perone e non abbiamo un sostituto all'altezza". Quindi passaggio di categoria e molte più responsabilità. Così mi ritovai ad essere il più piccolo del gruppo ,ma molto rispettato, ricordo che uno di loro mi disse: "Oh, ma da dove t'esce fuori tutta quella forza quando batti le punizioni?", e divertito gli risposi: "Sarà un segno divino". Così giocai la mia prima stagione in prima squadra, già perchè quella era la squadra più grande in quella società che comprendeva gli 80-81. L'allenatore (che oggi non c'è più) era un Marcello Lippi stile Juventus 1996, era un perfezionista, uno di cuore che sapeva spiegare come mettersi in campo e come fare i movimenti, era pacato ma uno davvero forte sotto il punto di vista tecnico. Mi diede la maglia numero 3 e mi disse: "Non pensare che sono più grandi, in campo siete tutti allo stesso livello". Dandomi una pacca mi disse: "Tu pensa a giocare in tranquillità". Entrai in campo e partita dopo partita la nostra squadra era sempre più consapevole che era una delle favorite per la vittoria finale. Arrivò il giorno che ci presentammo a Trigoria, dovevamo giocare contro la Roma, e in quella squadra c'era gente come Daniele De Rossi e Alberto Aquilani, sconosciuti ancora al grande pubblico ,ma dire che erano fenomeni era davvero riduttivo. Ricordo che il mister dalla panchina mi faceva il segno con le dita sulla fronte come a dire "Metteci la testa e stai tranquillo". La partita finì 0-0 nel primo tempo, poi nella ripresa il mister decise di cambiare modulo e mi ritrovai a fare tutta la fascia. Poi chiamò il capitano a 5 minuti dalla fine e gli disse di restare concentrato e di caricare la squadra. Palla avanti, l'attaccante nostro salta due giocatori e mentre sta per scoccare la palla verso la porta viene atterrato al limite dell'area, dopo aver reclamato per il calcio di rigore l'arbitro decise di dare la punizione dal limite. Così vidi uno dei miei compagni prendere la palla e posizionarla, poi dopo aver visto la porta si girò e mi disse: "Aò! Viè qua!". Mi avvicinai e mi disse "O vedi quello?" indicando il portiere con lo sguardo: "Guardalo bene.. .glie devi tirà na suatta che quando se rialza non se ricorda nemmeno chi è". Capii che aveva deciso che quella punizione la dovevo tirare io, presi la palla e tremolante la posizionai sul punto di battuta, poi tirando indietro i capelli dalla fronte e asciugato il sudore (giornata caldissima, lo ricordo bene), guardai il mister che mi fece il gesto con un pugno chiuso come a dire: "Forza!". Si posiziona la barriera, davanti proprio il duo romanista con De Rossi carico come lo abbiamo visto in questi anni che dice "A regà sartate". Respiri lunghi, davanti avevo la Roma anche se giovanile, sempre la Roma era, una di quelle squadre che era inserita nei campionato per "pera" con la sicurezza che avrebbe vinto senza cominciare il campionato. L'arbitro mi guarda e mi dice "E' pronto?", faccio il segno con il capo e fischia. Parto senza pensare, la potenza del tiro è micidiale, la palla prende un effetto esterno e s'infila sotto il sette, con il portiere che la sfiora con le punta delle dita ma non può nulla. L'arbitro fischia la fine e espugniamo Trigoria per la nostra prima volta nella storia del club.

Continuai a restare nel club ,ma pian piano la squadra si sfaldava: chi doveva andare alle superiori e non aveva tempo tra studio e allenamenti, chi si stava per trasferire in un'altra città o zona e quindi troppo distante dal campo d'allenamento, e chi pensava a soli 17 anni di farsi una famiglia con tanto di fidanzata incinta, quindi con il pensiero che sarebbe dovuto andare a lavorare e lasciare per sempre il sogno del pallone. Detto questo io ero fidanzato e la mia ragazza di quel tempo mi veniva a vedere ogni domenica e quindi decisi di restare. Arrivai a 20 anni e 15 di permanenza in quel club, ero il più vecchio e il più esperto, feci una stagione dove da terzino misi a segno la bellezza di 10 reti tutte su punizione, ma non ebbi l'opportunità di partecipare a nessun provino, anche se devo essere sincero io mi sentivo a casa e lasciare quella maglia mi sarebbe dispiaciuto. Decisi quindi di smettere a soli 20 anni, visto che c'era il bisogno di portare avanti un progetto di lavoro che a breve mi avrebbe portato a crescere e prendere altre vie al di fuori di un campo di pallone. Il sogno quindi si concluse ma con nessun rimpianto perchè posso dire che ho avuto una carriera finita in gioventù forse troppo presto, ma mi sono goduto pur sempre quel momento di notorietà fatto di gente comune e di campi dove la gente che passeggiava nel parco accanto si fermava a vedere le partite. Non ho avuto gente che mi ha chiesto l'autografo o una foto, ma tante persone che mi rafforzavano con le loro esclamazioni: "Tira" "Sfodaje la porta", e quell'urlo liberatorio ad ogni rete, e poi quel gol alla Roma è forse quello che mi porterò dentro per tutta la vita, e un giorno quando avrà dei nipoti glie lo racconterò rivivendo ogni volta la stessa emozione di quel ragazzo di periferia che non è divenuto famoso al grande pubblico ma che porta con sé dei ricordi meravigliosi nella sua carriera di borgata.